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I prossimi regali di Trump ai dem
La sfida, i candidati, i veti. Guida post midterm con Peter Baker, corrispondente a Washington del New York Times
7 NOV 26

Donald Trump (foto Epa via Ansa)
Los Angeles. Arrivata l’ondata blu, con gli addetti delle contee che contano i voti, si parla di una vittoria sopra le aspettative per i democratici a queste midterm. E questa celebrazione dei liberal-progressisti – con una punta di socialismo – si deve al presidente Donald Trump. E’ quello che ci dice Peter Baker, corrispondente a Washington del New York Times, che nella sua carriera ha coperto decine di elezioni. “I democratici hanno costruito la loro campagna sull’opposizione contro Trump, e hanno saputo cogliere l’umore dell’opinione pubblica. Ci sono state sfide in cui la qualità dei candidati o la conduzione delle campagne hanno fatto la differenza. Ma quando si vede un’onda di questa portata, rappresenta un più ampio rifiuto nei confronti di un presidente in carica”. Secondo Baker, autore con la moglie Susan Glasser del libro "The Divider" sulla prima presidenza del tycoon, “non si era mai visto un presidente in carica, e impopolare, inserirsi nelle elezioni di metà mandato e trasformarle in un referendum su sé stesso. Quest’autunno ha detto agli elettori di ‘fingere che io sia sulla scheda’ per 47 volte. Beh, gli elettori l’hanno fatto”. Ma ha fatto male i calcoli. “Sembra non si sia reso conto che la gente era in attesa di votare contro di lui”.
Tanti parlano della fine di Trump. Ma non è la prima volta che viene colpito. “Ha ancora due anni di mandato e può fare ancora molte cose. In realtà non ha governato attraverso il Congresso nemmeno quando i repubblicani erano al comando, ma ha fatto ricorso al potere esecutivo (o, in certi casi, a rivendicazioni di potere esecutivo) per raggiungere i suoi obiettivi. Ma che gli piaccia o no, ora è una lame duck” – un’anatra zoppa, come si dice in gergo, in attesa che a gennaio giurino i nuovi legislatori – “e il mondo politico inizierà, prima lentamente, ad andare oltre Trump, per capire cosa verrà dopo”, dice al Foglio Baker, da Capitol Hill.
Cosa succederà? “Ci sarà sicuramente una lotta per definire come dovrà essere un partito repubblicano post Trump. Su temi come il commercio, la guerra con l’Iran, l’immigrazione e altre questioni scottanti, ci saranno candidati che cercheranno di catturare l’energia del movimento Maga e altri che sosterranno che è tempo di reinventare il partito, dato il disastro di martedì”. Ma Trump ha ancora due anni davanti. E, ci spiega il giornalista, contro di lui i dem “avranno molto meno potere di quanto la gente immagini. Non potranno approvare leggi superando il veto di Trump, dato che non hanno la maggioranza dei due terzi in nessuna delle due camere. Possono usare le leggi sul budget per costringere Trump a dei compromessi, ma la loro capacità di influenzare le policy ha dei limiti”. Cosa faranno? “Presenteranno proposte di legge sapendo già che lui le bloccherà con il potere veto”, e questo servirà “a sostenere davanti agli elettori che voteranno nel 2028 che i repubblicani sono l’ostacolo al cambiamento”. E poi si concentreranno nel frattempo su controlli interni, investigazioni e inchieste. Come ha detto il futuro speaker Hakeem Jeffries a questo giornale, il primo obiettivo sarà il segretario della guerra Pete Hegseth.
Per i dem, vittoriosi ma ancora senza una vera leadership, c’è anche la questione dei Dsa, i socialisti-democratici, che sono riusciti a passare da due a sette alla camera, e che hanno posizioni diverse su varie questioni rispetto ai dem classici, come Israele. E’ una questione aperta, spiega Baker, “ma è una di quelle cose che comportano le grosse vittorie elettorali”. A differenza della dirigenza repubblicana che in alcuni momenti è stata tenuta in ostaggio da una frazione del proprio gruppo di deputati di estrema destra, la leadership dem “non dipenderà da una manciata di membri della sinistra”. Da queste midterm è uscita fuori una figura che sembra avere attorno molta attenzione: il dem Jon Ossoff, della Georgia. Ha mantenuto il suo seggio senatoriale e tutti parlano di lui come del candidato dem ideale per il ‘28, paragonandolo a un giovane JFK. “E’ un oratore e ha ottenuto una facile rielezione in uno stato che per molti anni è stato saldamente repubblicano, quindi ha suscitato grande interesse tra i democratici”, ci spiega Baker. “Accade spesso: c’è un candidato, che si presenta presto, e fa battere forte il cuore. Succede in entrambi i partiti. Ma non si traduce sempre in una candidatura di successo, in grado di arrivare fino in fondo”. Ma forse questo Walter Veltroni non lo sa, mentre ancora non si sapevano i risultati della California, ha postato una foto di Ossoff, insieme alla socialista Alexandra Ocasio-Cortez, dicendo che il suo sogno è che si candidino insieme – lei come VP – “per l’unità dei #democrats”.