Lo tsunami democratico, la sconfitta di Trump e le incognite per l'America. Spunti foglianti dalle midterm

Una batosta per il trumpismo, ma che cosa racconta davvero il voto americano? I commenti di Matteo Matzuzzi, Paola Peduzzi, Giulio Meotti, Marco Bardazzi e Stefano Cingolani 

4 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 17:53
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Presidenza imperiale? La repubblica americana è viva e vegeta. In 126 anni di elezioni di metà mandato il partito alla Casa Bianca perde seggi alla Camera nel 90 per cento dei casi e al Senato nel 75. Anche Donald Trump è soggetto alla forza di gravità politica come Bush e Obama prima. Il Maga ha preso una legnata che non si riprenderà più. I Dem vincono anche grazie ai Seyed e ai Socialisti (e c’è poco da rallegrarsi). Trump è punito per la scelta meno trumpiana: una guerra in medio oriente nel tentativo di provocare un cambio di regime a Teheran. Vincono quindi anche gli iraniani, che ora guardano come (e assieme) dei cinesi passare il cadavere di Trump da Hormuz. Perde soprattutto Israele, a sinistra e a destra la parola più tossica.
Giulio Meotti
Per il Partito repubblicano – o quel che ne resta dopo gli anni del trumpismo – è una batosta epocale. Gli elettori non hanno guardato i singoli candidati, hanno puntato il fucile su tutti i piattelli colorati di rosso. Che fossero degli improponibili cialtroni o dei moderati perbene. E' stato un voto contro Trump. Il più bel commento lo si è letto su X: “Pete Hegseth voleva un'esecuzione pubblica. L'ha avuta”. Qualcuno dice che ora, sulle macerie e passato l'uragano Trump, sarà più facile ricostruire. Dubito, perché l'America di oggi non è più la città che illumina il mondo dalla collina. E' più un'arena dove ci si rotola per terra. E di solito finisce male.
Matteo Matzuzzi
Non è stata solo una faccenda di prezzi della benzina e dei fertilizzanti. Quando arrivano tornate elettorali di portata epocale come quella appena passata negli Stati Uniti, non ci si può fermare a un’analisi basata soltanto su alcuni fattori economici, per quanto importanti. E non basta neppure ridurre il voto delle midterm a un referendum pro o contro Donald Trump. Siamo di fronte a qualcosa di più profondo, a una voglia di cambiamento che non sembra destinata a fermarsi qui. Dentro il voto ci sono tante cose da esplorare e da capire. C’è il carovita, ma c’è anche la rabbia per le eccessive ricchezze di alcuni e la mancanza di rete di protezione di tanti altri. C’è un’AI che è senz’altro una promessa, ma che molti – soprattutto giovani – vedono ancora come una minaccia nelle mani di pochi, o come una presenza scomoda in mezzo a comunità rurali sotto forma di anonimi e giganteschi datacenter. L’America ci sta dicendo qualcosa di più di un’arrabbiatura su Hormuz e lo fa scegliendo figure politiche capaci anche di ispirare e volare alto, dopo anni di lotta politica nel fango.
Marco Bardazzi
A Kyiv, dove sono in questo momento, le elezioni di metà mandato in America sono pesate moltissimo. Di fronte al crollo del consenso e all'aumento dei prezzi, in particolare del carburante, Donald Trump ha cercato di scaricare la colpa sull'Ucraina condannando gli attacchi alle raffinerie russe e siglando accordi con Vladimir Putin. Gli americani non hanno seguito il loro presidente su questo terreno – restano ostili alla Russia, anche gli elettori repubblicani – ma il costo di questo voltafaccia gli ucraini lo hanno pagato in termini di morti e in un allontanamento ulteriore della possibilità di un negoziato, ché si sa che soltanto se le pressioni sono su Mosca, i russi possono pensare che sia conveniente almeno una tregua energetica. L'aumento dei prezzi è stato determinato dalla malagestione della guerra in Iran, che è “la guerra di Trump”, e di fronte alla stravittoria dei democratici persino il presidente lo ha dovuto ammettere. All'Ucraina restano altre, nuove cicatrici causate da quest'ultimo mese di incomprensioni (con gli americani): nelle conversazioni ucraine di oggi, a sconfitta trumpiana fresca, alcuni festeggiano perché Victoria Spartz, la prima deputata americana nata in Ucraina, ha perso il suo seggio in Indiana – nel 2022 sosteneva Kyiv, poi ha votato contro gli aiuti a Kyiv, allineandosi ai trumpiani; altri contano sul Congresso che verrà, su due questioni in particolare: la possibilità, come hanno spesso detto esponenti democratici, di riavviare il sostegno finanziario all'Ucraina sospeso da questo governo; la possibilità di porsi il cosiddetto “problema Musk”, cioè il fatto che un attore privato che arbitrariamente può mettere in pericolo la sicurezza di moltissimi paesi, come ha fatto nelle scorse settimane riducendo il funzionamento della sua costellazione satellitare sul fronte ucraino. Elon Musk è tra i grandi sconfitti di questa tornata elettorale: il mezzo miliardo di dollari che ha investito sui candidati repubblicani (di cui 100 milioni in Texas) non è bastato. La speranza nel prossimo assetto istituzionale americano è che l’Ucraina torni a essere una questione di sicurezza occidentale, non di chilometri quadrati da cedere a un aggressore che nemmeno li ha conquistati.
Paola Peduzzi
Confesso che non me l’aspettavo. Va bene essere ottimisti e razionali in stile Foglio, ma una tale resa dei conti è persino esagerata. Adesso tutti si chiedono che succede ai tecnoligarchi che hanno lisciato il pelo a The Donald, la colpa del pastrocchio in Iran verrà gettata sui tatoo di Hegseth, mentre già si vedono Vance e Rubio rosolati per il Thanksgiving il prossimo giovedì 26. Trump sarà un’anatra zoppa o furente? Forse anche lui un tacchino, ma ripieno di boria. La vera domanda è chi sono i vincitori, davvero sta emergendo una nuova leva di Democrats, latinos, italiani, neri, cristiani, nella quale i socialisti sono una minoranza, come sempre?
Stefano Cingolani
Ti sogno California (ma senza tasse).
Nello tsunami democratico c’è una questione non da poco che ha resistito all’ondata blu: quella fiscale. In California, lo stato più ricco, lo stato dei “tech bro” più scatenati, nella scheda elettorale c’era pure la famigerata “Proposition 40”, una patrimonialona del 5 per cento sui cespiti superiori al miliardo di dollari, che pare non essere passata (i californiani se la prendono comoda coi conteggi). Tanti erano scappati in Florida per non pagarla; Brin e Page, fondatori di Google, e Peter Thiel. Uno che è rimasto è Mark Zuckerberg, forse coi suoi social sapeva qualcosa che noi non sapevamo. Elon Musk era emigrato invece nel più vicino Texas spendendo tantissimo. Ma lì si ritrova ora senatore e governatore tutti e due democratici, con Talarico che gli farà vedere i sorci verdi. E uno si immagina Talarico come l’omonimo degli anni Sessanta vessare il povero Musk novello Alberto Sordi dentone nei “Complessi” al provino per la Rai: vada avanti, vada avanti, Musk, fino a farlo cadere, vabbè.
Michele Masneri
articolo in aggiornamento