Esteri
L’autunno del Pentagono •
Chi prepara la congiura contro Hegseth e la fiducia malriposta
Il futuro di del capo del Pentagono è grigio: alla Casa Bianca è partita la resa dei conti sulla malagestione della guerra in Iran. Rivalità, gossip e l’enorme errore strategico: credere a Putin, che invece aiuta sempre di più Teheran

Kyiv, dalla nostra inviata. Quella dei capri espiatori è una ruota che gira, fino a una settimana fa il responsabile di tutti i mali americani – cioè: il consenso precipitato di Donald Trump e del Partito repubblicano – era Volodymyr Zelensky con i suoi attacchi alle raffinerie russe, oggi è Pete Hegseth, il capo del Pentagono più disfunzionale di sempre. L’esito elettorale del voto di metà mandato ha raddrizzato molte delle distorsioni che la Casa Bianca ha inflitto alla sua politica internazionale nell’ultimo mese, durante il quale evidentemente anche lì sono arrivati i dati che mostravano lo sgretolamento della coalizione di elettori del 2024, ma da alcune conversazioni a Kyiv emerge che non ci si aspettano grandi cambiamenti nelle relazioni con Washington, ma si spera che non si verifichi più “lo scenario peggiore”, cioè la riduzione della condivisione dell’intelligence e del flusso informativo di Starlink. La guerra all’Iran è la ragione del discontento degli elettori americani, e se Trump ha detto che la rifarebbe ugualmente perché era la cosa giusta da fare, la resa dei conti va ben oltre la decisione di iniziare questa guerra: è come è stata (mal)gestita il punto. Ed è qui che si arriva al capo del Pentagono, il quarantaseienne ex militare ed ex giornalista Hegseth, che non ha mai messo piede in Ucraina, che viene malvolentieri anche in Europa, che è l’ennesima dimostrazione che la “guerra di Trump” è quella contro l’Iran: è su quella che è e sarà giudicato.
Già prima del voto circolavano voci sul futuro incerto di Hegseth: si dice che si sia formata una squadra di cecchini politici dentro l’Amministrazione Trump guidata dalla chief of staff, Susie Wiles, che secondo alcune voci sta mettendo in giro informazioni deleterie sul capo del Pentagono, e dal vicepresidente J. D. Vance.
Vance ha esplicitamente indicato la guerra in Iran come la causa della disfatta elettorale, ma ne è stato anche la faccia diplomatica, se così si può dire, e deve trovare qualcuno che ha più colpe di lui. A rigor di logica, se una guerra va storta, è normale che sia il segretario alla Difesa ad avere la maggior parte delle responsabilità, ma questo non è un governo razionale: la diplomazia è affidata a persone che non la sanno maneggiare e che vengono costantemente abbindolate da russi e iraniani, che invece in questo campo sono straordinariamente abili, e le decisioni strategiche della guerra sono state pianificate in modo talmente inefficiente che ora gli arsenali americani sono sguarniti. C’è un elemento ulteriore che è spesso sottovalutato: sono usciti report che indicano che le basi americane nell’area del Golfo non sono state adeguatamente difese, ci sono stati molti più danni e molte più vittime di quanto si dica ufficialmente e questo fatto impatterà anche sulla revisione che il Pentagono sta facendo dell’impegno americano in Europa, che – piaccia o no agli americani che liquidano la minaccia russa come un’isteria europea – è sotto attacco.
Gli errori del Pentagono sono responsabilità di Hegseth, che oltre ad avere poca dimestichezza con le strategie militari e l’evoluzione del modo con cui si fa la guerra oggi ha anche deciso di occuparsi più delle battaglie culturali, se così le possiamo chiamare, in un momento in cui delle battaglie culturali agli elettori repubblicani non interessa più molto. Non siamo più nel 2024, insomma, così la fissazione di Hegseth sulla mascolinità, sulla prestanza fisica, sul gender e sulla razza è risultata ancora più fuori fuoco nel momento in cui la cosa importante era cercare di vincere la guerra iniziata contro l’Iran in mezzo a molte contestazioni interne. E poi Hegseth, nelle sue epurazioni interne al Pentagono che hanno sfaldato non soltanto le carriere di molti generali ma anche i gangli della competenza dentro al ministero della Difesa, si è fatto molti nemici, a partire proprio da Vance: è successo quando l’amico e protetto del vicepresidente Dan Driscoll, giovane e ambizioso sottosegretario all’Esercito in netto contrasto con Hegseth, è stato costretto ad andarsene. Driscoll rappresenta un caso raro nell’Amministrazione Trump: in Ucraina è citato spesso perché la prima volta che si presentò a Kyiv con una delegazione americana fu molto sbrigativo, disse che la Russia era militarmente più forte e che bisognava passare a una fase negoziale fatta di compromessi. Ma poi Driscoll vide con i suoi occhi l’organizzazione ucraina, la sua tecnologia, l’ingegno nell’imparare a fare una guerra totalmente nuova, i dati sul fronte che non sono quelli che i russi somministrano regolarmente agli americani boccaloni. E da quel momento, assalito dalla realtà dell’innovazione ucraina, è diventato il “drone guy”, quello che ha cercato di importare nell’esercito americano la nuova tecnologia, che è anche sinonimo di efficienza, perché come ripetono gli ucraini – e hanno anche offerto il loro aiuto concreto, ma sono stati respinti – non serve un intercettore Patriot da tre milioni di dollari per abbattere un drone russo-iraniano che ne costa ottanta mila. Driscoll ha creato un’unità di droni, ha fatto accordi per la produzione, ma poi si è scontrato con Hegseth, che in lui non vedeva le buone idee ma soltanto la voglia di prendere il suo posto. Ha avuto la meglio il capo del Pentagono, ma è probabile che oggi Vance gli presenti nel conto anche il licenziamento di Driscoll, che era suo compagno all’università, è un suo amico e deve a lui la sua ascesa politica.
Il futuro di Hegseth non sembra roseo: c’è la congiura interna all’Amministrazione e c’è la volontà esplicita dei nuovi deputati e senatori democratici eletti al Congresso di avviare la procedura di impeachment contro di lui (potrebbe partire già adesso che il nuovo Congresso non è ancora insediato su iniziativa del deputato del Kentucky Thomas Massie, fatto fuori alle primarie da un candidato trumpiano e predisposto alla vendetta). Trump ha detto che non ha intenzione di licenziare il suo ministro ma intanto ha fatto le sue solite telefonate tipo “Apprentice”: che cosa pensi, chiede all’interlocutore del momento, dovrei cacciarlo? Qui si entra nell’improvvisazione trumpiana, e le previsioni sono sempre sbagliate. Ma resta un passettino importante da fare per questa Amministrazione, al di là dei malumori personali: la Russia aiuta l’Iran con materiali e componenti militari e con informazioni sugli obiettivi da colpire. Vladimir Putin si è offerto come mediatore tra americani e iraniani, pur facendo la guerra assieme agli iraniani, come conferma ancora oggi il Financial Times scrivendo che Mosca ha aumentato il suo aiuto militare a Teheran fornendo 90 lanciatori per i missili guidati, e gli americani gli hanno dato retta. Ma l’appeasement con la Russia prolunga la guerra in Ucraina e prolunga la guerra in Iran: la lezione della disfatta elettorale è che bisogna fermare Putin.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
