Il democratico Hakeem Jeffries ci dice: sosteniamo il popolo ucraino, che difende i valori americani

“Il popolo americano sa che per noi è importante continuare a stare con gli ucraini, sostenendo il loro sforzo per proteggere il loro paese, e proteggere princìpi come democrazia, libertà e verità”, dice al Foglio il capo dei democratici alla Camera


24 OTT 26
Immagine di Il democratico Hakeem Jeffries ci dice: sosteniamo il popolo ucraino, che difende i valori americani

Foto LaPresse

Los Angeles. Mancano undici giorni alle elezioni di metà mandato. E mentre Donald Trump va negli stati rossi – cioè repubblicani – a far comizi, spaventato dai sondaggi, i democratici concentrano la campagna sui cosiddetti “hard sits”, i seggi che potrebbero ribaltare il controllo del Congresso. Siamo nell’Orange County, nel 24esimo distretto della California, per l’evento “Riprendiamoci la Camera”. E’ un distretto a grande maggioranza asiatica: oltre al pubblico presente lo confermano i due candidati deputati, entrambi vietnamiti. Il democratico Derek Tran ha vinto due anni fa per una manciata di voti (600 circa) contro quella che poi è diventata l’ambasciatrice trumpiana in Corea. Per spingere Tran, allora, in questo distretto a rischio, si era scomodato persino Bill Clinton. Questa volta in suo soccorso arriva una gang di deputati dati per vittoriosi – “sembra una delegazione congressuale”, scherza uno di loro – nella grossa sala del sindacato dei carpentieri, a Buena Park, tra cracker e pezzi di cheddar arancione e biscotti al cioccolato, e intonano: “Yes We Tran”. A sentirli parlare sembra che tutto il destino del paese sia nelle mani di questo veterano dell’esercito – si è arruolato a 18 anni senza dirlo ai genitori “per servire il suo paese” – figlio di “immigrati fuggiti dal comunismo” che hanno aperto un negozio nell’Orange County.
Addirittura arriva da Washington Hakeem Jeffries, il capo dei democratici alla Camera che, come urlano tutti qui, se le cose vanno bene al voto di metà mandato il 3 novembre, “sarà il prossimo Speaker!”. “Senza Tran”, dice, “non vinciamo la Camera”, e lui non potrà prendersi il posto che fu di Nancy Pelosi. “Lo status quo è inaccettabile”, e Jeffries elenca quello che farà quando i democratici avranno la maggioranza: “Fine dazi, fine guerra in Iran, basta giocare in Borsa se sei al Congresso”, e promette di lottare per rimettere i limiti alle spese elettorali di privati e aziende. Non dice nulla sull’Ucraina, ma risponde a una domanda del Foglio: “Trump sembra pensare che i nostri amici, come l’Ucraina, siano i nostri nemici. E i nostri nemici, come Vladimir Putin, siano nostri amici – spiega Jeffries – Trump è confuso. Il popolo americano sa che per noi è importante continuare a stare con il popolo ucraino, sostenendo il loro sforzo per proteggere il loro paese, e proteggere princìpi come democrazia, libertà e verità. Sono valori americani, e dovremmo sempre stare dalla parte di questi valori, come fa l’Ucraina contro la Russia”. Poniamo la stessa domanda a Tran, che ha guidato al Congresso la National Security Task Force su questi temi: “L’Ucraina è un nostro alleato. Condanno fermamente quello che Trump sta facendo con la Russia. Sta dando le spalle a un nostro alleato, facendo affari con Putin per risolvere un problema che lui ha creato con la guerra in Iran”.
Politica estera a parte, la parola d’ordine è: affordability. I democratici giocano la partita di novembre sui prezzi della benzina, della frutta, delle case. Questo governo, ci dice il forse futuro Speaker, “si è lasciato alle spalle un cimitero di promesse infrante”, e guardando nella stanza i mega poster con i carpentieri al lavoro che costruiscono con elmetti e seghe e martelli, ripete che lui e gli altri deputati non lavorano “per Trump, per Elon Musk, per i donatori miliardari, ma per gli americani”. Anche a questo giro elettorale il ceo di Tesla ha fatto un’iniezione di milioni per spingere i repubblicani, e la retorica antimiliardari è diventa mainstream. Il deputato Robert Garcia, che Jeffries nel prossimo Congresso vorrebbe mettere a capo della potente commissione di vigilanza, bolla la famiglia Trump come la più corrotta della storia e ricorda i recenti soldi sauditi e matrimoni pagati dagli oligarchi.
Ma se i democratici dovessero vincere la Camera, chiediamo al forse futuro Speaker, come credono di lavorare con il mondo Maga? Jeffries dice che riusciranno a collaborare con alcuni colleghi del Partito repubblicano e a far passare una legislazione bipartisan per abbassare il costo della vita, e soprattutto delle case, che “qui in California è un vero problema”. “Gli estremisti americani Maga”, spiega, “ci hanno lasciato sprofondare in questa economia, ma a novembre li licenzieremo, loro e i repubblicani che hanno messo la testa sotto la sabbia”. Dice anche che il prossimo del governo da “mandare a casa” è Pete Hegseth, il muscoloso alcolista alla guida del Pentagono. E promette di portare davanti alla giustizia tutti i “truffatori” di questa Amministrazione – “se hai rubato agli americani, se hai imbrogliato, ti riterremo perseguibile”. Jeffries ha anche paura di come Trump provi a controllare il risultato delle elezioni, “come ha già fatto”, ma dice che sono pronti a lottare: “Il 3 novembre non sarà l’Election day, sarà il judgment day”.