La lotta alla corruzione infrange la bolla degli uomini forti. Dalla Serbia al Brasile, da Trump fino a Orbán

Dalla Serbia al Brasile, dagli Stati Uniti all’Ungheria, le parabole dei leader nazionalisti mostrano il punto debole degli uomini forti: la corruzione e l'uso spregiudicato del denaro. È su trasparenza, divisione dei poteri e interesse pubblico che si incrina la bolla populista, dimostrando che l’avanzata delle destre non è inevitabile

27 OTT 26
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Un manifestante calpesta un poster con l'ex presidente della Serbia Aleksandar Vucic - foto via Getty Images

Il clan Bolsonaro è stato sconfitto in Brasile, il presidente-padrone della Serbia, Aleksandar Vucic, è stato mandato a casa da una lista studentesca: Trump ha perso, Putin ha perso, dicono molti commentatori che hanno la fissa della geopolitica e dei posizionamenti internazionali e che leggono ogni voto, in qualsiasi angolo del mondo, come un segnale sull’assetto mondiale. Certo, i Bolsonaro sono la copia brasiliana del trumpismo, con tutti quei figli (che il patriarca Jair chiama non per nome ma con un numero: 01, zero-uno è Flávio, è quello che è stato battuto dall’ottantunenne Lula) e con le faide con la matrigna; certo Vucic è l’espressione serba dei leader europei che piacciono tanto sia al presidente americano sia a quello russo (il modello Orbán, per capirci), ma se poi si guardano da vicino Lula e il movimento studentesco non si può non vedere, per esempio, che il presidente brasiliano non è affatto antiputiniano e che gli studenti serbi non hanno spiccicato parola sull’Europa (non sono come i bielorussi o i georgiani, che pure guardano avviliti Belgrado, perché lì il regime è cambiato e da loro no).
Se si vuole cercare una falla nell’offerta populista e nazionalista globale, bisogna tornare al vecchio adagio del follow the money: i soldi, il rapporto tra soldi e politica, il rapporto tra soldi e potere. In Serbia la prova è lampante, si ritrova nell’affluenza straordinaria di domenica, nella festa esplosa dopo che Vucic ha accettato il risultato elettorale, nella mobilitazione trasversale per età, professione, reddito, genere. La rivendicazione più chiara e luminosa di quella che è diventata la Lista studentesca serba è la lotta alla corruzione, con i suoi corollari che riguardano la lotta contro ‘'accentramento dei poteri e il rispetto della divisione di questi poteri.
E’ stata questa lotta il collante di un movimento acefalo e pieno di contraddizioni, ed è proprio l’utilizzo spregiudicato dei soldi che ha definito certe leadership e che in qualche modo sta definendo anche le relazioni internazionali – quando si dice che Donald Trump applica un approccio transazionale a ogni cosa, di fatto si sta parlando del potere dei (suoi) soldi. Ci sono fior fior di esperti – tra tutti, la nostra preferita è Anne Applebaum – che da anni denunciano la collusione tra leader corrotti o predisposti alla corruzione, perché è qui che passa il baratro che risucchia lo stato di diritto e i patti sociali di ogni paese. Negli Stati Uniti, che sono alle prese con un presidente e un entourage presidenziale che fanno affari a tutto spiano spesso in disprezzo dell’interesse nazionale (e occidentale), stanno emergendo nell’opposizione i politici che più denunciano la corruzione trumpiana e che offrono anche alternative di governo.
Se c’è una cosa che il popolo non perdona ai leader del popolo è proprio l’opacità sui soldi: è accaduto all’ex premier ungherese Orbán, sta accadendo al populista nazionalista britannico Nigel Farage, che fino a maggio era dato per futuro premier del Regno, con la vittoria alle amministrative, e che ora sta declinando dopo aver maneggiato milioni di sterline presi e non averli dichiarati. La bolla degli uomini forti, nazionalisti, populisti estremi scoppia in prossimità dell’utilizzo spregiudicato dei soldi e dimostra che no, l’onda estremista non è inevitabile, si può governare.