Esteri
NEBBIE ANTISEMITE •
Se si parla di antisemitismo non si può evitare di parlare di Israele
Dalla Seconda guerra mondiale all’Onu, fino alle polemiche sul disegno di legge criticato dalla sinistra e da uno strano insieme di “studiosi”. Il grande cerchio che lega ebraismo, Israele e odio
29 SET 26

Un uomo con la kippah presso l'ex campo di concentramento di Bergen-Belsen (Ansa)
Le contumelie che investono il disegno di legge sull’antisemitismo in discussione alla Camera – sui social, ma anche sulla stampa titolata: è un progetto “maleodorante”, scrive Roberto Della Seta sul Manifesto – alzano una cortina fumogena che oscura l’oggetto del contendere. Giova farsi largo nella nebbia, perché la questione è seria. Non molto seria, per la verità, è l’accusa che il ddl sia “illiberale”, ovvero che minacci la libertà di espressione. Di tale minaccia non c’è l’ombra nel testo, né risultano in atto pratiche del genere. Lontani gli anni della guerra fredda, che effettivamente costarono un po’ di carcere agli imputati di vilipendio. Niente di tutto ciò. Il ddl ai critici appare pericoloso perché appoggiato da esponenti della destra, che molti considerano, come è noto, incarnazione totalitaria, cosicché si deve far di tutto per distinguersene.
Ma questo è il tic del momento. In ogni caso, l’art.1 – quasi una excusatio non petita – recita “ferme restando la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e la libertà…”. Ci mancherebbe. Oddìo, una questione qui si porrebbe, ma è troppo complessa per gli odiatori. Perché i regimi totalitari del Novecento hanno introdotto un vulnus nell’assoluta libertà di manifestazione del pensiero che definisce la democrazia liberale. Anche se si è imposta solo gradualmente, dopo anni di silenzio (un processo storico da non trascurare), col tempo la Shoah è diventata un evento cardine della contemporaneità. Ne è derivato un principio, secondo il quale la libertà di opinione si difende anche censurando l’espressione di determinate opinioni. Come appunto l’antisemitismo, che merita di esser bandito, anche quando si limita ad essere un’opinione. Ma lasciamo stare questo dettaglio, anche perché il disegno di legge non introduce alcuna sanzione penale e si limita a istituire un “coordinatore” che con l’aiuto di una pletorica, molto pletorica falange di rappresentanti, adotti una “strategia… su base triennale”, volta a monitorare gli episodi di antisemitismo, incoraggiare la ricerca, promuovere ogni sorta di azioni formative nella scuola, campagne di formazione e aggiornamento nella pubblica amministrazione, e così via.
Nessuna repressione dunque. Del resto, i critici del ddl non si battono perché in nome della libertà d’espressione l’opinione antisemita sia libera di esprimersi, di parlar male degli ebrei, come vorrebbe uno dei paradossi fondanti la libertà. Ma nemmeno sono in via di principio contrari a censurare l’antisemitismo. Si occupano di tutt’altro. Temono infatti che la condanna dell’opinione antisemita possa colpire i movimenti d’opinione ostili non agli ebrei, ma allo stato di Israele.
Il ddl ai critici appare pericoloso perché appoggiato da esponenti della destra. Ma questo è il tic del momento
Veniamo così all’altra e più seria questione sollevata dai critici. Già l’anno scorso, nel dicembre 2025, una dichiarazione ostile al disegno di legge oggi in discussione fu firmata da alcuni “studiosi e studiose di storia degli ebrei e dell’antisemitismo, insieme a scrittori e scrittrici che si occupano di mondo ebraico o che difendono la libertà di parola e di opinione”. Era uno strano insieme di insiemi, che riuniva una platea, che vogliamo supporre alquanto vasta, di scrittori che difendono la libertà di parola, e un gruppo assai più ristretto di quanti “si occupano”, o che studiano la storia del mondo ebraico. Ma come spesso accade nel mondo degli studi, un interesse nasce anche dalla storia personale di chi lo coltiva. E infatti i firmatari di quella dichiarazione erano noti intellettuali di origine ebraica come, tra vari altri, Anna Foa, Roberto Della Seta, Carlo Ginzburg, Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre, Simon Levis Sullam, Valentina Pisanty. Non sappiamo di ciascuno quanto stretto fosse, o fosse diventato con gli anni, il loro rapporto con l’ebraismo, quanti si sentissero – come scrisse di sé Primo Levi, “più italiani che ebrei”, e ancor meno conosciamo il loro personale rapporto con lo stato di Israele. Certo è che le vicende del loro tempo li avevano richiamati a confrontarvici, a volte emergendo da un giovanile laicismo antifascista, facendosi studiosi e cultori del mondo ebraico, e giungendo oggi a segnalare il pericolo che la censura dell’antisemitismo colpisse “la critica legittima a Israele, che da anni porta avanti politiche violente, autoritarie e perfino genocidarie contro i palestinesi”.
Il fatto che i firmatari si dichiarino e siano studiosi di storia degli ebrei e dell’antisemitismo rende ancor più imbarazzante il fatto che facciano un uso così disinvolto e militante dell’epiteto “genocidiario”. Ma l’incidente è rivelatore. Perché l’incontro tra ebrei della diaspora, antisemitismo, politiche israeliane, movimenti palestinesi e movimenti propal in Occidente costituisce un viluppo assai contorto, non facile da dipanare. Cominciamo allora col dire che il ddl non menziona mai Israele. Al testo si imputa però di rifarsi alla definizione dell’Internazional Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), che tra gli esempi di antisemitismo nomina più di una volta, accanto agli ebrei, lo stato di Israele. Un nesso presente in vari testi simili, come nel Global Antisemitism Act, votato non senza opposizioni nel 2004 dal Congresso degli Stati Uniti. Sono infatti gli Stati Uniti, dove la comunità ebraica è con quella israeliana la più numerosa, ad ospitare l’American Jewish Committee (Ajc) e l’Anti-Defamation League (Adl). Come ha precisato Graziano Del Rio, firmatario del disegno di legge, l’Europa e l’Italia come decine di altri paesi hanno accolto quella dichiarazione, votata nel 2016 e assunta dal Parlamento Europeo nel 2017 e dal governo Conte nel 2020.
Molti ritengono quella dichiarazione poco autorevole – Marc Mazower l’ha definita “approssimativa, ripetitiva e lacunosa” – e i firmatari dell’appello italiano del 2025, scrivono che essa “ignora la più equilibrata e autorevole Jerusalem Declaration on Antisemitism”, emanata come aperta critica dell’Ihra. A quella distinzione, come a un salvagente in extremis si rifà oggi la segretaria del Pd Elly Schlein per giustificare il voto contrario al ddl, così salvandosi dall’accostamento con esponenti della destra le cui firme sono confluite sullo stesso testo. Un attento confronto delle due dichiarazioni è già stato sul Foglio da Bruna Soravia. Basti qui ricordare che anche la Dichiarazione di Gerusalemme dedica una sezione ai nessi tra antisemitismo e Israele, ad esempio stigmatizzando l’applicazione di simboli, immagini e stereotipi antisemiti a Israele, o il ritenere gli ebrei responsabili della condotta di Israele.
Insomma, se si parla di antisemitismo non si può evitare di parlare di Israele. Allora forse conviene fare qualche passo indietro e interrogarsi sui rapporti non solo tra antisemitismo e stato di Israele, ma prima ancora tra l’ebraismo e lo stato. Nei secoli, l’antisemitismo ha sempre riguardato personalità, gruppi, e comunità variamente presenti sia nel mondo romano-cristiano sia nel mondo arabo-islamico dell’area euro-mediterranea e orientale. Con storie e destini diversi. Nel mondo arabo-musulmano gli ebrei sono stati protetti, tollerati e sempre degradati, in quello europeo alternativamente esaltati (tra i tanti stereotipi, è sempre stata esaltata l’intelligenza degli ebrei, da Spinoza a Einstein), e perseguitati, aggrediti e sterminati fino alla catastrofe della Shoah. Anche se il termine è recente, solo in questo antico contesto storico può parlarsi di antisemitismo, di avversione e ostilità per gli ebrei. Una sorte sulla quale ha agito lo stato nazionale, che nella sua prima esigenza di omologazione governa male le diversità, che diventano “minoranze”, in bilico tra l’assimilazione e l’espulsione. Il problema attraversa anche le democrazie novecentesche, nelle quali rappresentanza politica e stato di diritto si sviluppano appunto entro la cornice degli stati, sempre alle prese col problema di amministrare la diversità nell’eguaglianza. Ma prima di allora ha agito la spinta nazionalistica, che ha avuto i suoi furori estremi, con la strage delle minoranze, per primi gli armeni, e poi l’olocausto.
Si pensi a quanti di questi drammi hanno coinvolto gli ebrei europei, portandoli a costituirsi in stato nelle province dei padri, uno stato ebraico, l’ossimoro sionista, drammatico e necessario, lo stato di una “nazione” che si è definita “ebraica e democratica”. Così l’antisemitismo sembrava sconfitto, giacché gli ebrei non erano più tra noi, come minaccia subdola e pervasiva. Avevano il loro stato. Ma a volte la storia ha tempi accelerati, si stenta a seguirli. La discutibile scelta dell’Onu del 1947 – un’Onu allora euroatlantica, che ha imposto una soluzione “statuale”, con relativa cartografia e spostamenti di popolazione, come è avvenuto in tante formazioni statuali del tempo, con arroganza eurocentrica. La statualità di Israele ha fatto il suo rapido corso, anche a causa delle guerre di aggressione di cui è stato oggetto e i suoi fieri contrattacchi. L’immagine di contadini abbronzati nei kibbutzim collettivisti che difendevano le coltivazioni con torrette armate è venuta mutando di segno; ne è nato uno stato forte, militarmente agguerrito, agitato da conflitti interni (elementi non estranei alla sorte di molti nuovi stati nazionali).
E’ qui che fiorisce l’avversione occidentale per le guerre di Israele. Non nasce dai morti e dalle rovine di Gaza, angoscianti come le stragi del Darfour, del Mali, dello Xinjiang, come le impiccagioni iraniane, come la sorte delle donne nell’Afghanistan talibano. Nasce da sommovimenti profondi, dalla ricollocazione degli schieramenti globali attraverso le decolonizzazioni, i movimenti di indipendenza. L’Onu ha cambiato natura, è divenuta rozza portavoce del terzo mondo, e già nel 1975 ha precipitosamente equiparato il sionismo al razzismo (decisione poi revocata), e nel 1993 a Bangkok inserito tra i “valori asiatici” la causa palestinese. Non certo per “antisemitismo”. Se oggi lo è diventato, il loro non era odio per gli ebrei. I movimenti di liberazione anticoloniale hanno seguito linee per nulla “autoctone”, ma del tutto derivate dallo stesso processo di “statualizzazione”, o, se si vuole, di occidentalizzazione.
Per quanto si deprechino le politiche di Israele, non si dica che si deve a quelle se ovunque cittadini ebrei sono aggrediti
Una dinamica nazionalistica estranea alla cultura araba-musulmana – in questo senso ignara di antisemitismo – vi è stata importata. Già la Seconda guerra mondiale, una grande guerra nazionalistica, aveva segnato il destino delle comunità ebraiche nei paesi mediterranei, a cominciare dal Farhud, la distruzione dell’antica comunità ebraica di Baghdad, nel 1941, in fondo antesignana della successiva cancellazione delle comunità ebraiche dei paesi arabi affacciati sul Mediterraneo. Nazionalismo anticolonialista dunque, che poi ha finito coll’importare anche inclinazioni antisemite, come quelle fatte proprie da Khomeini quando da Parigi ha definito gli ebrei, nemici atavici dei musulmani, con gli sterotipi classici del discorso antisemita. Da allora i Protocolli dei Savi di Sion, libello europeo per eccellenza, sarebbe diventato costante riferimento della propaganda araba.
E’ questa ricollocazione a ridisegnare le “sinistre” europee, delle quali gli odierni oppositori del ddl pensano di essere e ahimé sono eredi. Hanno perso il ricordo, o meglio non perdonano il ricordo, dei tempi in cui i giovani democratici andavano a dare una mano ai kibbutzim, quando Israele era una frontiera dell’antifascismo europeo, vessillo delle sinistre. Ma già il sostegno dell’Urss agli arabi ha intorbidito le posizioni delle sinistre europee, divenute anticolonialiste e terzomondiste. Il 1982 ha poi messo in crisi la diaspora; la guerra in Libano, Sabra e Chatila, l’attentato alla sinagoga di Roma hanno reso più ampio il solco fra sinistra e Israele.
I coloni, presi da furore etnonazionalista, sono diventati il nemico e le sinistre europee, ormai orfane dello stato guida d’oriente, si sono scoperte “filopalestinesi” e si sono affidate a vecchi e nuovi stereotipi, in primis il “genocidio”, nei quali serpeggiano inespresse, negate, antiche venature antisemite.
E’ allora toccato ai leader israeliani saldare l’antisemitismo europeo a Israele, quando Moshe Dayan e Ben Gurion dichiararono che il governo israeliano avrebbe rappresentato tutti gli ebrei. Fino a che la legge fondamentale del 2018 ha definito Israele stato-nazione del popolo ebraico. Così la saldatura tra ebraismo e Israele è completa e la critica a Israele si salda con l’antisemitismo. Ma per quanto si deprechino e si combattano le politiche militari di Israele e le occupazioni di territorio, non si dica che si deve a quelle se ogni giorno, ovunque cittadini ebrei sono aggrediti, se devono deporre la kippah o la stella di David, cancellare i nomi dalle porte, togliere la mezuzah, evitare di chiamare un uber col proprio nome; se sinagoghe, scuole e centri ebraici sono minacciati, aggrediti, se d’altra parte vengono banditi artisti, attori, sportivi, o semplici turisti israeliani, se nelle università si chiedono dichiarazioni anti-israeliane e si interrompono collaborazioni scientifiche, progetti di scavi archeologici o di studi medievali, se in una prestigiosa università italiana c’è chi vuole interrompere un progetto di ricerca condiviso con lo Yad Vashem. Così il cerchio si chiude.