Politica
l'editoriale del direttore •
Quel gran pezzo di sinistra che non vota il ddl Antisemitismo
La definizione dell’Ihra, che smaschera i tic dell’odio antiebraico. I ripensamenti di Schlein, Conte, Fratoianni, in passato orientati su quella bussola. L’alibi della libertà di criticare Israele e i flirt con la piazza che inneggia alla Palestina dal fiume al mare
14 SET 26

Ci sono altre priorità, lo sappiamo, ci sono leggi elettorali da portare a casa, ci sono candidati premier da individuare, ci sono coalizioni da perfezionare, ci sono populismi da governare, ci sono emendamenti da limare, ma nel marasma di fine legislatura c’è un dossier importante e tutt’altro che simbolico che abbiamo imparato a conoscere attraverso l’utilizzo di una formula grigia e burocratica: il ddl Antisemitismo. Di questo dossier sappiamo molte cose o molte cose comunque sono state dette. E’ un disegno di legge trasversale, a prima firma Maurizio Gasparri (Forza Italia), che non ha particolarmente diviso la destra ma che ha violentemente lacerato il centrosinistra, e che è stato sostenuto, anche nella sua realizzazione, da alcuni senatori del Pd (Delrio, Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini, Zampa), da un senatore di Italia Viva (Scalfarotto) e da alcuni senatori di Azione (Calenda, Lombardo). (segue a pagina quattro)
La scelta del centrosinistra, detto in modo brutale, di non muoversi in modo compatto dietro il disegno di legge ha una ragione esplicita e una implicita. La ragione esplicita ha una sua romanticità persino liberale: combattere l’antisemitismo è importante, si dice, ma non si può accettare che la lotta contro l’antisemitismo si trasformi in un divieto di criticare le politiche di Israele. La ragione implicita, invece, ha una sua tossicità palesemente illiberale: il nostro elettorato ha imparato a odiare così tanto Israele da essere arrivato al punto di non tollerare un’attenzione speciale dedicata all’antisemitismo e anzi sottobanco ci chiede di poter essere libero di considerare l’antisemitismo di oggi come una reazione non legittima ma quantomeno comprensibile alle efferatezze commesse da Israele e immaginare che qualcuno possa essere sanzionato perché urla in piazza “Palestina libera dal fiume al mare” significa voler considerare l’antisionismo come un parente stretto dell’antisemitismo e francamente no, noi non ci stiamo. Questo articolo potrebbe concludersi con un semplice non è vero. Non è vero, cioè, che vi sia un solo passaggio del ddl sull’antisemitismo in cui sia possibile considerare un reato una critica alle politiche di Israele. In nessun passaggio. Anzi. Nel ddl si specifica che, ovviamente, restano ferme “la libertà di critica politica e di espressione del pensiero”.
Stesso discorso per la tesi, sballata, secondo la quale il disegno di legge introdurrebbe nuovi reati e sarebbe dunque repressivo. Falso anche questo. Il disegno di legge non introduce nuovi reati. Tutti sappiamo che la normativa vigente, a partire dalla famosa legge Mancino, già punisce la propaganda fondata sull’odio razziale o etnico, l’istigazione e gli atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, l’istigazione e gli atti di violenza per gli stessi motivi, oltre alle organizzazioni che hanno come scopo l’incitamento alla discriminazione o alla violenza. La novità vera del ddl è quella di definire, con chiarezza, quando lo stato deve considerare ciò che ha di fronte come antisemitismo. E per farlo il disegno di legge si rifà a una definizione precisa offerta dalla Ihra: l’International Holocaust Remembrance Alliance. E la definizione generale è questa: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. La definizione di antisemitismo è stata adottata a Bucarest il 26 maggio 2016, dieci anni fa. E insieme con la definizione, quel giorno a Bucarest sono stati offerti alcuni esempi concreti, codificati, utili per capire se di fronte a sé si ha o no un atto di antisemitismo. Incitare l’uccisione degli ebrei. Demonizzarli. Accusarli come popolo. Negare l’Olocausto. Accusarli di essere più fedeli a Israele che al proprio paese. Negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele. Usare simboli associati all’antisemitismo per caratterizzare Israele. Fare paragoni tra la politica israeliana e quella dei nazisti. Considerare gli ebrei responsabili collettivamente per le azioni di Israele. Stop.
L’Ihra è sempre stata elogiata per aver chiarito che cosa sia l’antisemitismo e, come si capisce bene, la critica a Israele non rientra all’interno di nessuna di queste voci. Sull’Ihra, naturalmente, si può discutere, ma è curioso che a farlo siano i leader dell’opposizione. Il 29 maggio del 2017, la definizione dell’Ihra venne fatta propria dal Parlamento europeo, con una risoluzione famosa: la B8-0383/2017. La risoluzione chiedeva agli stati membri e alle istituzioni europee di “adottare e applicare la definizione operativa di antisemitismo utilizzata dall’Ihra”. Tra i firmatari della proposta di risoluzione, a nome del gruppo socialista, vi era una giovane europarlamentare socialista, di nome Elly Schlein. Un anno dopo, in Parlamento, il 4 ottobre 2018, nella seduta n. 56, la Camera esaminò la mozione Carfagna e altri sul contrasto all’antisemitismo. Il primo impegno chiedeva al governo di “riconoscere e recepire la definizione operativa di antisemitismo proposta dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto”. Un parlamentare, famoso, scelse di astenersi sulle premesse della mozione, poi decise di votare a favore dell’impegno “a recepire e attuare la definizione Ihra”. Un nome conosciuto: Nicola Fratoianni.
Qualche anno dopo, l’Italia scelse di accogliere in via ufficiale la definizione dell’Ihra. Palazzo Chigi, il giorno dell’accoglimento della definizione, ricordò con orgoglio: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può esprimersi come odio e le sue manifestazioni possono dirigersi contro persone, beni, istituzioni e luoghi di culto ebraici”. Era il 27 gennaio 2020, a guidare il governo c’era Giuseppe Conte. Il ddl sull’antisemitismo, naturalmente, non cambierà il mondo, ma se mai dovesse essere approvato (il calendario segna alla Camera la data del 3 ottobre) potrà aiutare a fare un po’ di chiarezza sulle ragioni che spingono un pezzo della classe dirigente politica, progressista, a essere timida nei confronti della lotta contro l’antisemitismo, sulle ragioni che hanno spinto un pezzo della classe dirigente progressista tra le braccia dei movimenti che non si limitano legittimamente a difendere i diritti dei palestinesi martoriati ma si augurano di vedere una Palestina dal fiume al mare e sulle ragioni che hanno portato un pezzo del mondo progressista a legittimare l’utilizzo dell’antisionismo come surrogato dell’antisemitismo. Certo, a voler leggere i punti con cui l’Ihra smaschera i tic antisemiti saranno in molti, a sinistra, a sentirsi chiamati in causa, purtroppo. Ma se c’è qualcuno che pensa che creare una simmetria tra Israele e il nazismo non alimenti l’antisemitismo non ci vuole molto a capire che questa è una ragione in più e non in meno per considerare urgente il disegno di legge contro l’antisemitismo, che non arginerà l’odio contro il popolo ebraico, vero, ma che comunque avrà un effetto: chiamare le cose con il loro nome e mettere di fronte allo specchio chi in questi anni dal 7 ottobre non si è limitato a criticare Israele ma ha scelto di dare un contributo importante per negare il suo diritto a esistere e per trasformare ogni ebreo in un colpevole fino a prova contraria.