Dimenticare Israele e il suo rapporto con la storia ebraica

Si comincia con la legittima ma ossessiva critica di un governo, si arriva alla negazione pura e semplice di uno stato. Non si può rimproverare al rabbino Di Segni la polemica con il Vaticano, allineato alla tendenza recente, quando si parla di ebrei, di non citare più Israele
28 SET 26
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Foto LaPresse

A forza di ripetere che il governo israeliano è criminale e genocida, a forza di nascondere la vera storia della ricerca della pacificazione e di una equa partizione dell’ex mandato coloniale britannico, a forza di cancellare le responsabilità dei capi palestinesi tra terrorismo, dirottamenti, jihadismo e pogrom, ecco che Israele scompare con un tocco magico dalle mappe dopo quattro guerre di difesa e di indipendenza e sopravvivenza. Il rabbino Riccardo Di Segni, polemizzando con il Vaticano, ha chiesto che nei documenti postconciliari elaborati nel solco della Nostra Aetate (1965), la dichiarazione redatta dal cardinale Agostino Bea per mettere un termine agli equivoci della giudeofobia cattolica e dell’accusa di deicidio, non sia trascurato o negato il legame speciale, anche religioso, degli ebrei con Israele, con la terra promessa degli antenati.
La tendenza recente porta infatti a non citare proprio Israele, che da San Pietro improvvisamente, quando si parla di ebrei, non si vede più. Gad Lerner polemizza con Di Segni e gli oppone con toni civili ma accorati e severi, in una lettera al Corriere, l’accusa di costeggiare il fondamentalismo. Secondo lui con la nozione di sionismo come anelito alla terra di Israele lungo linee storicamente e messianicamente legate alle scritture, alla Bibbia, si cade nel fanatismo religioso, nel biologismo, nell’identitarismo, forse nel razzismo colonialista che colloca gli ebrei al di qua della “linea del colore”, nel mondo bianco e dominatore, la divisione proposta da W. E. B. Du Bois, all’origine delle ideologie postcoloniali. Era stato già affermato perfino che ad Auschwitz era in questione la disumanizzazione dell’altro più che l’antisemitismo, perché alla fin fine quello delle camere a gas era un affare tra bianchi. E siamo sicuri che gli ebrei abbiano diritto a uno stato particolare, un paese rifugio? Ne sono state dette molte, se ne diranno altrettante. Ormai nell’occidente dell’establishment che si considera colto e d’avanguardia gli ebrei hanno diritto di “esistere e prosperare” accanto a altri, come ricordato qui giorni fa in una bella pagina di Bruna Soravia, ma un loro stato, una loro patria particolare è fuori questione, il sionismo è un mito nazionalista di fine Ottocento e della prima metà del secolo scorso. D’altra parte Lerner è anche contrario alle politiche istituzionali di controllo e contrasto dell’antisemitismo sul modello di riferimento dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Association), sebbene io non creda, visto che si definisce un sionista “per ragioni biografiche” (della sua famiglia, i sopravvissuti alla Shoah sono i nonni emigrati in Palestina), che per lui Israele sia uno stato pariah, fondato su apartheid e discriminazione razziale, da boicottare e delegittimare o addirittura distruggere. Il dissenso ebraico, e perfino il diasporismo alla Philip Roth ospitato con spirito e esiti paradossali nel romanzo Operazione Shylock, insomma l’aspirazione a ricondurre nei paesi europei da dove vengono i cittadini di Israele, sono fantasmi e ubbie, ma più sofisticati di così.
Comunque non si può onestamente e decentemente rimproverare al rabbino capo della più antica comunità della diaspora, quella romana, di opporsi alla cancellazione di Israele dalla mappa della realtà storica e della spiritualità e ritualità di preghiera ultramillenaria del popolo ebraico. Sopra tutto quando questa cancellazione, un nome che cade nel dimenticatoio di una risoluzione postconciliare solenne, sovverte lo sforzo, lo slancio carismatico e profetico con cui due papi, il santo Giovanni Paolo II e il papa teologo Ratzinger-Benedetto XVI, cercarono di rovesciare la logica dell’esclusione, dell’odio, della discriminazione e del ghetto invalsa da secoli nella cristianità occidentale alle prese con la questione ebraica. Al contrario, da quella scelta di negazione del legame tra ebrei e Israele il dissenso ebraico dovrebbe trarre materia per una riflessione. Si comincia con la legittima ma ossessiva critica di un governo, la si coccola a favore di coscienza limpida e pura dell’occidente umanitario (prendete un circolo, coccolatelo, diventerà vizioso, scriveva Ionesco), e il risultato è che dal negazionismo dell’islam politico e dal nichilismo dei pogrom si arriva alla negazione pura e semplice. Questo casomai è il problema, non la inesistente complicità di Di Segni e di un Ben-Gvir.