Esteri
La sfida •
La grande illusione europea. Così Putin ha ridisegnato gli equilibri
Il vecchio occidente per come lo conoscevamo non esiste più. La guerra della Russia contro l’Ucraina ha cambiato gli equilibri nella visione del nostro continente. Come ricostruirsi
23 SET 26

Foto LaPresse
Ho passato qualche giorno a Kyiv, quasi sempre chiuso in albergo per discussioni continue in una città che però vedevo e sentivo viva e sapere di volerlo essere. E’ per vivere che gli ucraini vogliono continuare a resistere malgrado la pesantezza della situazione, per i soldati al fronte prima di tutto, ma anche nella capitale e ormai persino lungo linee ferroviarie diventate bersagli, dove i treni si fermano e tocca scendere e ripararsi se va bene in un rifugio, altrimenti nel bosco circostante. A essere pesante è la vita di tutti i giorni, come indicano i dati in crescita dei ricoveri per infarto o per stress, ed è l’incertezza sul futuro, su una guerra che dura ormai da più di quattro anni e mezzo. Soprattutto, la pesantezza è incarnata da milioni di assenze, specie di famiglie con bambini che vivono da anni nei paesi che li hanno generosamente ospitati. Eppure nessuno mette in dubbio la necessità di non cedere, una convinzione che si è dimostrata l’arma più forte di un Zelensky che Trump credeva “non aver carte”. Malgrado il pesante taglio ai Patriot che rendono complicate le notti di Kyiv, questa convinzione ha spinto gli americani a garantire un sostegno che continua a essere importante in termini di intelligence, intelligenza artificiale e comunicazioni. Essa si nutre dell’appoggio europeo, specie ma non solo economico, finora più forte e stabile del previsto e che è vitale, sia psicologicamente che materialmente.
Le elezioni presidenziali francesi dell’anno prossimo segneranno quindi un passaggio decisivo per il futuro: tanto quello di un’Ucraina che con quattro e più anni di lotta letteralmente eroica si è però comunque già assicurata – sia pure in forme e dimensioni imprevedibili – un futuro indipendente, perché tutti oramai sanno, anche a Mosca, che non è e non vuole essere russa; quanto quello del progetto europeo, della sua forma e del suo contenuto, ma forse anche della sua stessa esistenza. Poco dovrebbero invece contare, anche se la speranza non va mai persa, le elezioni in una Russia, o meglio della Russia che Putin e i suoi hanno voluto e plasmato, che è in evidente difficoltà. Non credo che nel febbraio 2022 qualcuno vi immaginasse che dopo quasi cinque anni l’Ucraina non si sarebbe ancora piegata, e che Mosca sarebbe stata costretta a mettere il suo futuro nelle mani della Cina – una Cina che adesso giganteggia sul suo orizzonte – ma anche dell’Iran, della Corea del nord e dei paesi che continuano ad acquistare le sue materie prime.
Vivere anche per poco tempo a Kyiv costringe insomma a riflettere su cosa sono diventati, stanno diventando, e diventeranno concetti che sono al tempo stesso realtà politiche in veloce evoluzione come Europa – inclusa un’Ucraina che combatte per farne parte – occidente, vale a dire il vecchio insieme il cui cuore era costituito dal blocco tra Stati Uniti, Europa occidentale e stati di origine europea come Canada e Australia, e una Russia dietro cui si intravede la presenza cinese e, più in lontananza e meno schierata, quella dell’India, la probabile nuova superpotenza mondiale. Provo quindi a ripensarci, come ho fatto sul treno per e da Kyiv, con le sue tante ore di ritardo. Sappiamo che il moderno concetto di occidente è nato a metà Ottocento contro la Russia di Nicola I, che opprimeva la Polonia, ma anche un’Ucraina che andava coagulandosi, le popolazioni del Caucaso o quelle già ottomane della costa del Mar Nero. Fu allora che Auguste Comte propose di sostituire a un’Europa che comprendeva anche un Impero russo che vi giocava da più di un secolo un ruolo fondamentale, ma era ora avvertito come nemico, un “occidente” che lo tenesse fuori e inglobasse invece le democrazie americane e soprattutto gli Stati Uniti.
Il grande sviluppo della cultura russa, che a fine Ottocento era un pezzo irrinunciabile di quella europea, e soprattutto il primo atto (1914-1918) della terza grande guerra europea dopo quella dei trent’anni e quelle napoleoniche, ribaltarono però l’idea di Comte. L’occidente cristallizzatosi nel 1917 con l’arrivo delle truppe e delle idee americane sul vecchio continente fu infatti dapprima un occidente anti tedesco, e non anti russo, una “Russia” che si sperava ancora di salvare dal bolscevismo. Il ruolo dell’Urss nello sconfiggere la Germania nazista sembrò poi confermare questa ipotesi, nutrita anche dalle speranze in un socialismo di evidente origine europea. Presto però la costruzione forzata del blocco socialista e l’arrivo, anche attraverso milioni di profughi, di notizie terribili sulla realtà dell’Urss staliniana negli anni Trenta e sulla brutalità dell’occupazione dell’Europa centro-orientale diedero in qualche modo nuova vita all’idea di Comte. Nacque così l’occidente del secondo dopoguerra, centrato su Washington invece che su Londra e Parigi, e comprendente un pezzo di Germania che corrispondeva grosso modo agli stati tedeschi schieratisi a inizio ’800 a fianco di Napoleone, poi umiliati a Vienna e infine inghiottiti dalla Prussia.
In questo nuovo occidente, grazie al sostegno americano, è cresciuta l’esperienza della “costruzione europea” per certi versi nuova, benefica e coraggiosa, ma per altri nutrita di illusioni legate al suo passato. Come i tanti progetti succedutisi dal “Grande disegno di Sully” a inizio ‘600, essa si è basata sulla presunzione – per circa tre secoli corrispondente alla realtà – che l’Europa fosse il centro del mondo, e che la cooperazione e l’equilibrio tra le sue potenze sarebbero bastati a garantire la pace. Ciò rendeva inutile puntare a uno vero stato, una scelta confermata dall’istituzione sin dalle sue prime incarnazioni di un diritto di veto che nessuno ha mai contestato, nemmeno quando nel 1992 si decise di ribattezzare “Unione” quella che restava un’associazione, benefica e quindi dapprima centripeta, che non è ancor oggi nemmeno una confederazione. L’illusione maggiore, e da più punti di vista straordinaria, è stata quella – legata a un eurocentrismo rimasto fortissimo malgrado non avesse più fondamento – di pensare che se si stabilizzava l’Europa la storia avrebbe smesso di muoversi, il diritto avrebbe prevalso sugli interessi e le loro continue modificazioni, e il mutamento dei rapporti di forza non avrebbe portato di nuovo al prevalere di una politica espressa dagli stati. Nemmeno il crollo del blocco socialista e quello dell’Urss, letti allora in chiave sorprendentemente ideologica, e le guerre jugoslave – che pure scoppiarono in Europa, così come quelle cecene – furono sufficienti a far vedere che la storia non si ferma perché lo decidiamo noi, e soprattutto che va dove le pare.
Da questo punto di vista la cecità delle élite europeo-occidentali (quelle centro-orientali hanno fatto più o meno i loro interessi) è stata davvero straordinaria, forse paragonabile a quella che spingeva a ritenere che gli Stati Uniti sarebbero stati sempre “un’Europa fuori d’Europa”, una figlia che avrebbe continuato a guardare alla madre, senza nemmeno immaginare che le correnti sociali, demografiche, economiche ecc. avrebbero nell’arco di pochi decenni cambiato tutto. Eppure queste élite leggevano gli scritti di quelle che nel 1915 avevano pensato che “le idee oggi in voga a Londra e Berlino saranno domani sulla bocca di tutti a New York e Chicago”, come scrisse nel 1915 un pur intelligentissimo Alfred Zimmern, ed erano testimoni dirette di come solo quarant’anni dopo erano le capitali europee a guardare agli Stati Uniti.
L’altra grande illusione era quella relativa alla Russia, immaginata come parte integrante dell’Europa, così come Mosca immaginava che l’Ucraina non fosse altro – e per sempre – che una “piccola Russia”. Ma la Russia era entrata nell’Europa solo a fine ‘600, si era avvicinata al suo cuore nei duecento anni successivi e aveva cominciato a distaccarsene – evidentemente – nel 1917, in un’Unione sovietica le cui classi dirigenti si dedicarono alla costruzione di un sistema e di una cultura per quanto possibile diversi, attraverso l’uso sistematico della violenza. Eppure il crollo dell’Urss, del cui passato pochi vollero vedere la realtà e l’eredità, quasi si trattasse di una “parentesi” della storia, un po’ come era stato il fascismo per Croce, fece emergere l’evidenza di quella diversità anche in altri paesi del blocco socialista, come la Jugoslavia o la Germania est, una diversità che ancora si manifesta. Soprattutto il crollo mise in moto anche lì potenti correnti che spingevano alla divergenza, per esempio tra Mosca e Kyiv. L’ideale gorbaceviano di un’Europa finalmente integra e ricongiunta dominò tuttavia persino uomini “pratici” come Berlusconi, nascondendo una realtà che già nei primi anni Novanta vibrava di segnali inquietantissimi. Soprattutto, e sempre sorprendentemente, ci si scordò che buona parte delle classi dirigenti russe, anche di quelle zariste e poi di quelle comuniste e anticomuniste, gli slavofili di Danilevskij così come gli ambienti intorno allo zar Alessandro III, ma anche Stalin e la prima e la seconda generazione degli eurasiatisti, avevano sì visto la Russia in modi diversi, ma sempre come un continente a sé stante, coi suoi popoli, obbligati a guardare a Mosca e a farsi governare da essa. Nemmeno l’aperta ammissione della prevalenza di questi pensieri negli ambienti putiniani, che pure non mancarono di esternarli con forza crescente, bastò a strappare le élite europee dalle loro benevoli ma velenose – soprattutto per sé – illusioni. Non si può certo escludere, e anzi bisognerebbe desiderarlo e operare a questo fine, che in Russia prevalgano idee diverse, come pure è successo in passato, ma la direzione degli eventi era visibile nel 1993, chiarissima nel 2000, rivendicata con forza nel 2007 e “operativizzata” nel 2008 come nel 2014, mentre l’Europa metteva la testa sotto la sabbia.
Queste illusioni che in fondo tutto andasse per il meglio, come pure sembrava e quindi era in parte “vero”, furono alimentate anche dalla richiesta di Europa che veniva dai paesi già socialisti, cui a partire dal 2004 si aggiunse l’Ucraina, una richiesta che rimetteva a suo modo Bruxelles al centro del mondo, anche se di un mondo più piccolo di quello del passato. Non mancavano però i segnali in senso contrario, come la bocciatura della Costituzione e poi e soprattutto la Brexit, che rivelò l’esistenza di forze centrifughe confermate di recente dal caso islandese e almeno in parte legate al fatto che l’Europa non era più, e da tempo, il centro del mondo e quindi all’idea che conveniva guardare altrove, anche se una valutazione realistica delle proprie possibilità avrebbe dovuto scoraggiare le avventure e incoraggiare semmai maggiore integrazione. Da questo punto di vista, l’errore inglese è lo stesso che commettono oggi i sovranisti europei, che non vedono appunto che non solo l’Europa non è più il centro del mondo ma che anche le sue grandi potenze del passato, persino Francia, Germania e Gran Bretagna, sono da sole al massimo medie potenze prive di vera influenza, che non a caso Trump e i suoi possono permettersi di dileggiare (e sarebbe interessante sapere cosa se ne pensa davvero a Pechino, Delhi e, domani, a Lagos).
Se insomma è possibile capire l’amor di patria che spinge a cercare il meglio per il proprio paese, non si capisce invece l’incapacità di prendere atto del cambio di scala avvenuto nel mondo. Le nuove grandi potenze hanno centinaia di milioni, anche più di un miliardo di abitanti, istruiti come e a volte anche più degli europei. Stare in questo mondo richiede quindi una scala diversa, che in Europa è possibile raggiungere solo se si riconosce che il principio di nazionalità, rivendicato da Meloni in un’interessante intervista al Foglio – un principio alla radice dei beni e dei mali del nostro continente negli ultimi due secoli e per questa ragione sia amato che odiato – semplicemente non basta più. Non si tratta di abbandonare identità che pure evolvono rapidamente, ma della capacità di cogliere la sfida di oggi, una sfida che stati asiatici come l’India e l’Indonesia hanno saputo affrontare e che è “naturale” accettare in un’Africa fittissima di popoli e lingue e che quindi costringe molti di essi a stare insieme.
Se questa sfida, che la guerra in Ucraina ci ricorda ogni giorno, sarà vinta, l’Ucraina avrà un futuro migliore e noi con essa, e chissà, forse un domani si potrebbe tentare di riportare la Russia in Europa, e intanto cominciare ad avere rapporti paritari con le altre superpotenze del nuovo mondo che si va strutturando sotto i nostri occhi. Un’Unione europea che sia più tale, magari in forme nuove e originali, potrebbe persino promuovere la formazione di un nuovo occidente globale, un tentativo in teoria sperimentabile come indicano i rapporti col Canada ma anche quelli, che è possibile intravedere con l’India o alcuni paesi africani. Se non ci si riuscisse, il nostro destino è nel caso migliore quello di una tranquilla irrilevanza, già oggi visibile e che rende ridicole, e spregevoli, le richieste degli pseudopacifisti nostrani che esigono che “l’Europa” promuova la pace costringendo un’Ucraina privata del suo sostegno a venire a patti peggiori di quelli resi possibili dalla sua resistenza. E magari un domani saranno le nuove grandi potenze a garantire gli equilibri del nostro piccolo continente. Per evitarlo sarebbe importante fare in fretta, perché certo altre occasioni di rinascita si ripresenteranno. Anche l’Italia, col suo sistema di stati già tra i più ricchi e civili d’Europa, affondata nel ’500 dalle nuove grandi potenze dell’epoca è poi riuscita a “risorgere”, ma ci sono voluti trecento anni. Speriamo nel caso peggiore di avere prima una nuova, buona occasione, ma soprattutto speriamo di non perdere questa.

