Le responsabilità di chi dice guerrafondaio a tutti tranne che a Putin

Bisogna smettere di trattare la guerra come una "questione ucraina" e descriverla per quello che è: una minaccia europea. Giusto appellarsi alla pace, ma restando consapevoli che si può raggiungere solo se esiste un interesse reale dall'altra parte

22 SET 26
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Foto ANSA

Forse è arrivato il momento di smettere di parlare della guerra russa contro l’Ucraina come se fosse un conflitto confinato alle trincee del Donbas. Nelle ultime settimane la Russia ha proiettato le sue azioni aggressive sempre più vicino al cuore dell’Europa: attacchi con i droni, operazioni cibernetiche, sabotaggi e attività clandestine. La Germania ha attribuito a Mosca un tentativo di attacco con un drone contro l’aeroporto di Lipsia; un drone è stato abbattuto in Lituania; due caccia italiani dell’Aeronautica militare sono decollati dalla base di Šiauliai, sempre in Lituania, per intercettare e allontanare due jet russi; le autorità danesi hanno lanciato l’allarme sulla preparazione di possibili operazioni di sabotaggio contro l’industria della difesa; Emmanuel Macron ha dichiarato che nelle ultime settimane la minaccia ibrida russa contro l’Europa e la Francia si è aggravata e che, se un giorno arrivasse un attacco fisico, non ci sarebbe necessariamente alcun preavviso. E il primo ministro polacco Donald Tusk, sulla base delle informazioni ricevute dai servizi, ha avvertito che la Russia potrebbe compiere attacchi “accidentali” con droni o missili contro paesi della Nato, compresa la Polonia, proprio con l’obiettivo di paralizzare o indebolire la volontà degli alleati di reagire e attivare l’articolo 5.
A questo punto dobbiamo porci una domanda difficile: se questo dovesse realmente accadere, di chi sarebbe la responsabilità, oltre naturalmente a quella della Russia?
Sarebbe troppo facile rispondere indicando soltanto Donald Trump, Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Roberto Vannacci o gli altri esponenti politici che hanno contribuito a diffondere, con accenti diversi, una visione fortemente critica del sostegno occidentale all’Ucraina e della politica di deterrenza nei confronti della Russia.
No. La responsabilità, se mai dovessimo arrivare a quel punto, sarebbe molto più larga. Perché un eventuale attacco russo contro un paese europeo che porta con sé la morte e le distruzioni non nascerebbe nel vuoto, sarebbe anche il risultato di una percezione maturata nel tempo: quella di un occidente e di un’Europa politicamente divisi, di società sempre meno disposte a sostenere i costi della propria sicurezza e di opinioni pubbliche alle quali è stato raccontato per anni che la guerra avrebbe potuto essere fermata semplicemente con qualche concessione, qualche telefonata o qualche negoziato in più. E qui la responsabilità riguarda tutti coloro che hanno contribuito a costruire questa illusione.
Non chi ha chiesto la pace – chiederla è ovvio e legittimo. Ma, restringendo l’analisi al caso italiano, chi per anni ha minimizzato le minacce russe e le intenzioni del Cremlino; chi ha presentato l’invasione come il risultato inevitabile degli errori dell’occidente; chi ha contribuito a convincere gli italiani che tutto questo fosse evitabile semplicemente facendo un altro passo verso Mosca; chi ha raccontato che bastava negoziare; chi ha fatto credere che la pace dipendesse quasi esclusivamente dalla disponibilità dell’Ucraina a cedere territori, descrivendo l’invasione russa come una controversia territoriale anziché come una questione di sicurezza europea; chi ha accusato l’Unione europea di essere “guerrafondaia” perché sosteneva la capacità dell’Ucraina di difendersi; chi ha chiesto per anni un fantomatico “negoziatore europeo”, sapendo, o avendo il dovere di sapere, che nessun negoziatore può imporre un compromesso a una potenza che ritiene di poter ottenere di più attraverso la forza; e soprattutto chi ha trasformato la sicurezza dell’Ucraina in una “questione ucraina”, quando era evidente che riguardava l’intero continente europeo.
Tutti costoro hanno contribuito, ciascuno nella misura delle proprie responsabilità, a rendere più difficile per le democrazie europee spiegare ai propri cittadini perché la sicurezza abbia un costo e perché la deterrenza sia necessaria.
Le parole della politica incidono infatti sulla percezione che una società ha delle proprie responsabilità e della propria sicurezza. E una società alla quale per anni viene raccontato che la deterrenza è provocazione, che il riarmo è escalation, che sostenere un paese aggredito significa “volere la guerra” e che ogni problema può essere risolto con un nuovo compromesso, può arrivare impreparata al momento in cui quella soluzione non basta più.
Ancora una volta, il problema non è aver sostenuto la necessità della diplomazia o del negoziato – strumenti indispensabili della politica internazionale; il problema è averli spesso presentati come se fosse sufficiente volerli per renderli possibili, senza interrogarsi seriamente sulla volontà dell’altra parte di raggiungere un accordo. Per anni si è accusata l’Unione europea di non aver fatto abbastanza sul piano diplomatico e si è chiesto insistentemente che l’Europa nominasse un proprio negoziatore. Ma un mediatore può ottenere un accordo soltanto se dall’altra parte esiste una disponibilità reale a raggiungerlo. Se l’obiettivo politico del Cremlino non è un compromesso, ma la subordinazione di Kyiv alle sue politiche e la ridefinizione dell’ordine di sicurezza europeo, l’assenza di un negoziato non può essere spiegata semplicemente con l’incapacità o la cattiva volontà dell’Europa.
Ancora più grave è stata la rappresentazione della guerra come una semplice controversia territoriale, facendo credere a una parte dell’opinione pubblica italiana che un compromesso tra Russia e Ucraina avrebbe potuto porvi fine. Questo mentre il conflitto ha sempre riguardato contemporaneamente territorio, sovranità, sicurezza e ordine internazionale. Per questo, parlare semplicemente di “questione ucraina” è stato un errore strategico, le cui conseguenze politiche non possono essere ignorate. Una parte del dibattito pubblico ha finito infatti per rappresentare, direttamente o indirettamente, l’Unione europea come una forza “guerrafondaia”, contrapposta a una presunta disponibilità russa alla pace, frustrata dall’intransigenza europea. Il risultato è stato un progressivo deterioramento della fiducia di una parte degli italiani nelle istituzioni europee e nella necessità di una risposta comune.
Ed è qui che il dibattito italiano degli ultimi anni assume una responsabilità che non può più essere liquidata come una semplice divergenza di opinioni. Perché la deterrenza non vive soltanto di carri armati, missili e bilanci della difesa. Vive anche della credibilità politica. Se l’avversario pensa che una società sia talmente divisa da non riuscire a distinguere tra aggressore e aggredito, tra deterrenza e provocazione, tra difesa e guerra offensiva, quella divisione può diventare una vulnerabilità strategica.
In questi anni Mosca non ha osservato soltanto le capacità militari dell’Europa, ma anche il suo dibattito pubblico, la sua coesione politica e la capacità di prendere decisioni. Ha visto quanto facilmente una misura di sostegno all’Ucraina possa essere trasformata in una prova di “guerrafondismo” e quanto sia semplice contrapporre la pace alla sicurezza, come se fossero concetti alternativi. Soprattutto, ha valutato quanto sia credibile la volontà europea di reagire insieme.
La deterrenza dipende anche dalla convinzione dell’avversario che, superata una certa soglia, la risposta sarà comune e determinata. Se questa convinzione dovesse venire meno, le nostre divisioni diventerebbero esse stesse un fattore di rischio. E se il Cremlino arrivasse alla conclusione che un attacco contro un paese europeo non produrrebbe una reazione unitaria, quella percezione potrebbe contribuire ad aumentare il rischio di un’aggressione.
Per questo la responsabilità del dibattito pubblico è enorme. Non significa chiedere che tutti sostengano la stessa politica, né impedire il dissenso sulle modalità con cui sostenere l’Ucraina. Significa però pretendere che agli elettori venga spiegata la realtà nella sua complessità: quali sono gli obiettivi dichiarati e quelli osservabili della Russia, quali sono i rischi per la sicurezza europea, quali sono i costi delle diverse strategie e quali condizioni renderebbero realmente possibile un negoziato.
La pace non diventa più vicina semplicemente perché la si invoca. Un negoziato non diventa possibile semplicemente perché lo si propone. E un compromesso non è necessariamente una soluzione se una delle parti ritiene che il tempo, le divisioni dell’avversario o la minaccia della forza possano permetterle di ottenere di più.
La vera responsabilità politica, soprattutto quando si parla di guerra e di sicurezza, consiste nel dire agli elettori non soltanto ciò che desiderano sentirsi dire, ma anche ciò che devono sapere per comprendere i rischi delle proprie scelte.
Per questo, se domani un drone russo colpisse in un modo fatale il territorio polacco, lituano o rumeno, o se un missile russo raggiungesse deliberatamente, o sotto la copertura dell’“incidente”, il territorio di qualche altro paese della NATO, non potremmo limitarci a chiederci perché Putin abbia deciso di farlo, dovremmo chiederci anche perché abbia ritenuto di poterlo fare senza provocare una risposta europea realmente unitaria.
E allora non sarà sufficiente puntare il dito contro Trump, Salvini, Conte o Vannacci. Dovremo guardare anche a tutti coloro – dai politici ai giornalisti, dagli “esperti di geopolitica” agli opinionisti – che, in questi anni, hanno contribuito a indebolire nella società europea, e nel nostro caso in quella italiana, la consapevolezza che la sicurezza ha un prezzo, che la deterrenza richiede credibilità e che un’aggressione contro l’Ucraina non riguarda soltanto gli ucraini.
La pace non si difende raccontando agli elettori quello che vorrebbero sentirsi dire. La pace si difende dicendo loro, anche quando è scomodo, quanto può costare perderla.