Esteri
L'analisi •
Il lato positivo (per l’Europa) del No islandese all’ingresso nell’Ue
Il dibattito tra approfondimento e allargamento dell’Unione non può essere eluso, soprattutto nel nuovo contesto geopolitico. Far entrare altri paesi, in una fase in cui si vuole rafforzare l’integrazione e superare le resistenze nazionali per favorire la creazione di una sovranità europea, rischia di essere un grave errore
19 SET 26

Foto ANSA
Il voto contrario espresso dagli islandesi nei confronti della riapertura dei negoziati di adesione del loro paese all’Unione europea è stato interpretato da molti commentatori ed esponenti politici come un fallimento dell’Europa. Secondo il Financial times, “Il voto rappresenta una battuta d’arresto per l’Ue e per la sua capacità di essere un polo di attrazione in un mondo instabile. Il rifiuto rappresenta un duro colpo per le ambizioni dell’Ue di esercitare la propria influenza nell’Artico”.
In estrema sintesi, l’Unione non è attraente. Né come entità economica, soprattutto per i paesi più ricchi, che sarebbero contribuenti netti. Né come entità politica, visto il poco peso che l’Europa riesce ad avere nell’attuale scenario geopolitico.
Se ne possono dedurre almeno due considerazioni, strettamente interconnesse. Da un lato, fin quando l’Unione non avrà risolto i suoi problemi di attrattività, difficilmente riuscirà ad allargarsi, soprattutto a paesi più avanzati. Dall’altro, l’allargamento non necessariamente aiuta a risolvere i problemi di attrattività dell’Europa, anzi rischia di aggravarli. In altre parole, forse è un bene che l’Islanda non entri nell’Unione europea, almeno per un po’.
Dal punto di vista economico, l’adesione di paesi come l’Islanda, che con la Norvegia e la Svizzera fanno già parte dello Spazio economico europeo, non cambierebbe molto, almeno per l’Unione. L’isola adotta già la regolamentazione europea e fornisce un contributo finanziario per poter accedere al mercato europeo.
Cambierebbe invece la possibilità di rafforzare l’integrazione sulle materie non coperte dal mercato unico, come suggerito dai rapporti Letta e Draghi, in particolare l’energia, le telecomunicazioni, la finanza e la difesa, oltre che la tassazione. Si tratta di settori nei quali l’integrazione è frenata proprio dalla volontà degli stati membri di mantenere regole e poteri nazionali distinti e di mantenere il diritto di veto per estrarre vantaggi a scapito degli altri. Un esempio è il settore finanziario, nel quale i piccoli stati, con tassazione più bassa e regolamentazione più leggera, tendono a opporsi a misure di integrazione per poter usare misure distorsive al fine di attirare imprese e capitali dal resto dell’Unione. Chi garantisce che l’Islanda, una volta entrata nell’Unione, non usi il suo potere di veto per rallentare o arrestare il faticoso lavoro svolto in questi anni per raggiungere una maggiore integrazione finanziaria e per rafforzare l’autorità europea di vigilanza sui mercati? Chi garantisce che l’Islanda non usi il suo veto per promuovere condizioni fiscali distorsive per le imprese multinazionali, magari in competizione con altri paesi come l’Irlanda?
Dal punto di vista politico, l’appartenenza all’Unione dell’Islanda potrebbe aumentarne le garanzie di sicurezza, anche in vista della crescente aggressività statunitense nei confronti di quell’area. Il governo islandese ha dovuto convocare l’ambasciatore americano per lamentarsi di una mappa recentemente pubblicata su Truth, il social media del Trump, che rappresentava l’Islanda, insieme al Canada e alla Groenlandia, come parte integrante degli Stati Uniti.
D’altra parte, l’Europa è un attore politico sottorappresentato, spesso paralizzato e poco efficace sulla scena internazionale, con una capacità di azione limitata. A che serve far parte dell’Unione se poi questa non riesce ad agire negli interessi dei suoi membri? Anche in questo caso, il dubbio è legittimo. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se, in una fase in cui l’Europa sta cercando di rafforzarsi politicamente, su questioni di politica estera e di difesa comune, sia utile allargarsi a paesi che non hanno nessuna intenzione di rinunciare al proprio diritto di veto e che hanno interessi fortemente caratterizzati, in particolare dalla loro collocazione geografica. L’adesione di nuovi paesi, in una fase in cui non si sono fatti ancora sufficienti passi avanti per rafforzare la sua capacità decisionale, rischia di rallentare ancor più il processo di unificazione.
Il dibattito tra approfondimento e allargamento dell’Unione non può essere eluso, soprattutto nel nuovo contesto geopolitico.
Far entrare altri paesi, in una fase in cui si vuole rafforzare l’integrazione e superare le resistenze nazionali per favorire la creazione di una sovranità europea, rischia di essere un grave errore. Ben venga dunque il no del referendum islandese. L’Europa avrebbe dovuto scoraggiarlo. L’unica cosa inspiegabile dell’esito del referendum è l’esultanza dei sovranisti. Evidentemente non hanno capito che più paesi entrano, più è difficile federare l’Europa.
