No dell’Islanda all’Ue. L’Europa non piace più?

Ombre sull’anno elettorale. Il test decisivo in Francia: una vittoria di Marine Le Pen sarebbe un colpo per l’Unione. I dubbi di Bruxelles sulla tenuta europeista di Meloni

31 AGO 26
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Foto Lapresse

Bruxelles. Alla “rentrée” 2026 dalla pausa estiva, l’Unione europea entra in un anno elettorale da cui potrebbe uscire molto diversa. Le elezioni presidenziali in Francia della prossima primavera potrebbero far implodere la costruzione europea portando Marine Le Pen, leader dell’estrema destra antieuropea e ammiratrice di Vladimir Putin, all’Eliseo. Ma quello francese non è l’unico appuntamento con le urne che ha il potenziale di destabilizzare l’Ue. Altri tre grandi paesi si preparano a elezioni nel 2027: Italia, Spagna e Polonia. Il calendario elettorale dei prossimi 18 mesi è molto più lungo: Svezia il 13 settembre, Lettonia in ottobre, Estonia a marzo, Finlandia ad aprile, Grecia entro luglio, Slovacchia entro settembre 2027. Più una lunga serie di elezioni regionali in Germania, dove i sondaggi di un Land possono condizionare le scelte del governo federale a Bruxelles. Alla fine del 2027 l’Ue sarà sopravvissuta? Sarà sempre la stessa?
Il primo appuntamento con le urne della “rentrée” non è andato bene per l’Ue. In Islanda, nel referendum di sabato, gli elettori hanno rigettato la proposta di riprendere i negoziati di adesione. Il “no” ha vinto con il 52,8 per cento dei voti contro il 47,2 per cento per il “sì”. E’ un duro colpo per l’attuale narrativa dell’Ue sulla sua capacità di attrarre i paesi del suo vicinato perché offre un’isola di stabilità politica, prevedibilità economica e sicurezza giuridica nell’era di Donald Trump e Vladimir Putin. Il governo islandese, favorevole alla riapertura dei negoziati, aveva convocato il referendum sull’onda delle minacce di Trump di annettersi la Groenlandia. Ma il timore di perdere il controllo sulla pesca è stato più forte della paura di Trump per la maggioranza degli elettori islandesi.
Quella in Francia è evidentemente l’elezione che solleva più preoccupazioni nelle istituzioni dell’Ue. I funzionari faticano a nascondere il loro pessimismo. I sondaggi mostrano un trend allarmante. Al primo turno nessuno dei potenziali candidati dei partiti europeisti riesce a emergere. Non è escluso un secondo turno tra i candidati delle due estreme, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Al secondo turno Le Pen è in testa con tutti gli altri candidati. La campagna elettorale si è aperta con un dibattito surreale – provocato da Mélenchon e dall’imprenditore Matthieu Pigasse – sulla cancellazione del debito pubblico detenuto dalla Banca di Francia, che ha avuto un risultato: di fronte al populismo di estrema sinistra, Le Pen appare moderata. Ma il suo programma per l’Ue non è meno dirompente: dimezzamento del contributo finanziario della Francia al bilancio comunitario, uscita da Schengen, fine del sostegno all’Ucraina, rimessa in discussione dell’ordine giuridico dell’Ue. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nutre una speranza in caso di vittoria della leader dell’estrema destra in Francia: che Marine Le Pen scelga la stessa tattica di Giorgia Meloni in Italia, adottando un approccio pragmatico e moderato nei confronti dell’Ue. 
Anche il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, vuole aspettare di vedere non solo i risultati delle presidenziali, ma anche cosa farà Le Pen se sarà eletta. Eppure, se le parole hanno un peso, la matrice è chiara. L’Ue “è un impero mercantile e ultraliberale”, ha detto Le Pen nel 2025: “E’ un impero contro le nostre nazioni. E’ un impero che manipola e minaccia il disordine, impone e opprime”.
A Roma ci si interroga sulla direzione che prenderà Giorgia Meloni, sfidata alla sua estrema destra da un generale filorusso, Roberto Vannacci, il cui nuovo partito raggiunge quasi il 10 per cento nei sondaggi. Scegliendo di strumentalizzare la crisi dei Ceuta e di aprire uno scontro con il socialista spagnolo, Pedro Sánchez, la premier italiana ha già inviato un segnale di essere pronta a radicalizzarsi. A Bruxelles Meloni è stata apprezzata per il suo pragmatismo. Ma anche a Bruxelles ci si interroga. Questa volta sull’influenza che l’elezione di Le Pen potrebbe avere sulla premier italiana. Il sostegno di Meloni all’Ucraina è stato forte a parole, ma molto più debole in termini di aiuti finanziari, forniture di armi e sanzioni alla Russia. I fondi del Pnrr non ci saranno più, liberando il governo italiano dai loro vincoli anche politici.
In Spagna Sánchez sta portando al limite la sua capacità di resilienza politica. L’economia va bene. Ma gli scandali di corruzioni si sono moltiplicati, avvicinandosi pericolosamente al primo ministro. La gestione della crisi di Ceuta è stata sfruttata dalla destra e dall’estrema destra. Gli alleati di Sanchez nell’estrema sinistra si sono indeboliti. Il suo Partito socialista non riesce a recuperare terreno nei sondaggi. Le elezioni che dovranno tenersi entro agosto del prossimo anno potrebbero portare al potere una coalizione tra il Partido Popular e Vox, permettendo a un altro partito dell’estrema destra anti-europea di arrivare al governo nell’Ue.
In Polonia è il ritorno del PiS, in alleanza con altri due partiti di estrema destra ancor più radicali, che si prefigura in vista del voto che deve tenersi entro novembre del 2027. Il primo ministro conservatore e filo-europeo, Donald Tusk, fa sempre più fatica a giustificare il sostegno all’Ucraina, nel momento in cui i populisti utilizzano i conflitti storici per rianimare il sentimento anti-ucraino dei polacchi.
La crisi di Ceuta ha messo in evidenza l’assenza di solidarietà tra gli attuali leader degli Stati membri e messo in dubbio quella dell’Ue. Ventidue capi di stato e di governo hanno firmato una lettera di critica a Sánchez promossa da Giorgia Meloni e della premier danese, Mette Frederiksen. Ursula von der Leyen ha atteso il rimpatrio di gran parte dei migranti in Marocco prima di esprimere in un post la sua solidarietà alla Spagna. Alcuni leader nazionali sono pronti a strumentalizzare e sfruttare le difficoltà dei loro omologhi per cercare di rafforzare il loro consenso interno. Il clima non augura nulla di buono per le molteplici sfide che l’Ue ha di fronte nei prossimi mesi.
Sul piano strettamente istituzionale, la principale sfida è l’adozione del Nuovo quadro finanziario pluriennale (il bilancio 2028-34 dell’Ue). Serve un accordo all’unanimità, ma nessuno sembra disponibile a fare compromessi. Il gruppo dei paesi frugali – riunito a Berlino giovedì 27 agosto – ha detto di esigere un taglio di “diverse centinaia di miliardi” rispetto alla proposta della Commissione (1.800 miliardi di euro). Il livello del contributo finanziario di ciascuno stato membro all’Ue sarà utilizzato dai populisti in campagna elettorale per contestare i governi in carica. Se il presidente del Consiglio europeo, António Costa, non riuscirà a raggiungere un accordo entro dicembre, alcuni funzionari ritengono che sarà impossibile raggiungere l’unanimità in un anno di piena campagna elettorale in quattro grandi paesi.
Donald Trump continua a rappresentare una minaccia esterna. Nonostante l’accordo di Turnberry, il presidente americano ha lanciato una serie di indagini che potrebbero portare a nuovi dazi contro l’Ue. La Cina è la principale minaccia economica, nel momento in cui gli europei esitano sul livello di protezione delle loro industrie e sulle riforme necessarie a rilanciare la competitività. Ma è la Russia la minaccia esterna più pericolosa. Diversi servizi di intelligence occidentali sono giunti alla conclusione che Putin potrebbe condurre un attacco cinetico limitato contro un paese Nato per testare la determinazione dell’Alleanza atlantica. Gli atti di sabotaggio si stanno moltiplicando. A Putin potrebbe bastare alimentare la paura di una guerra per spostare voti decisivi verso i suoi alleati nell’Ue.