Al referendum in Islanda sull'Ue ha vinto il "No". Cosa cambia per Bruxelles

Il ''No'' passa con il 52,5 per cento dei voti al referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione con l'Ue. Il problema, a questo punto, è la credibilità dell’Europa

30 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 09:06
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Foto Lapresse

Grazie ma no grazie. Gli Islandesi non si fidano dell’Ue. E non se ne fidano così tanto da aver respinto, con un voto popolare, anche la sola idea di avviare i colloqui negoziali per un’adesione all’Ue. Come riporta la televisione pubblica Rvu dopo 190mila schede scrutinate, il ''No'' ha vinto, con il 52,5 per cento dei voti. A sostenere questa posizione più del previsto sono stati il voto dalle circoscrizioni estere (soprattutto degli Stati Uniti) e, a sorpresa, quello dei più giovani.
Così, se per Reykjavik questo voto non cambia sostanzialmente niente, perché fuori dall’Ue (ma dentro il mercato unico e dentro Schengen) l’Islanda era e fuori dall’Ue (ma dentro il mercato unico e dentro Schengen) l’Islanda rimane, per Bruxelles, invece, cambia tutto.
Perché da adesso in poi Bruxelles dovrà fare i conti con il fatto che un paese che ha praticamente tutte le carte in regola per entrare in Ue, che di fatto con l’Ue condivide già due pilastri dell’Unione come mercato e frontiere aperte, ha respinto non solo e non tanto l’idea di un’adesione politica, ma persino quella di avviare i colloqui. In pratica, l’Islanda, con l’Ue non ci vuole neppure parlare.
Ma quindi è tanto grande la diffidenza, la sfiducia, la percezione negativa dell’Ue fuori dai corridoi di Bruxelles? A quanto pare sì. E sì, certo, il margine di vittoria è stato minimo. Ma, del resto, anche quello di Brexit era stato minimo. Ma non per questo ha umiliato meno l’Europa. Un’Europa che ora si ritrova smascherata da questo rifiuto. Un rifiuto che le richieste di adesione di paesi candidati (Montenegro, Albania , Balcani e, mutatis mutandis, Ucraina) o aspiranti candidati (Moldavia, Georgia) possono lenire solo in parte. Anche perché il ruolino di defezioni e di rifiuti inizia a essere consistente. Soprattutto se lo si somma ai voti che i movimenti e i partiti anti Ue mietono a ogni elezione di un paese europeo.
Quindi, forse, il problema non è la pesca, o la Difesa, o la possibilità di avere rappresentanza nel parlamento che decide norme che l’Islanda, poiché all’interno del Mercato unico, già segue. No. Il problema, a questo punto, è la credibilità dell’Europa: del suo progetto, delle sue politiche, dei suoi leader. In Islanda lo hanno capito così bene che sono riusciti a spiegarlo a tutti gli altri. Ora bisognerà vedere se lo capirà anche Bruxelles.