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Quanto pesa il pesce nei negoziati europei. Il referendum in Islanda
Gli islandesi sono chiamati al voto per decidere se riprendere i negoziati di adesione all'Unione europea. La vittoria del “sì” confermerebbe che l’Ue rimane un polo di attrazione in un mondo dominato da leader brutali
29 AGO 26

La premier Kristrún Frostadóttir interviene sul referendum per l’adesione all’Ue (foto Ap, via LaPresse)
Bruxelles. La commissaria all’Allargamento, Marta Kos, nel suo ufficio ha appeso un grande tabellone, dove si intersecano i paesi candidati all’adesione all’Unione europea e i capitoli negoziali che è necessario aprire e chiudere per poter effettivamente entrare. Oltre a Ucraina, Moldavia e paesi dei Balcani occidentali, una delle colonne è riservata all’Islanda, che oggi andrà al voto in un referendum per decidere se riprendere i negoziati di adesione con l’Ue.
La Commissione si è tenuta alla larga dalla campagna elettorale. “E’ una decisione che spetta ai cittadini islandesi. Attendiamo di conoscere i risultati”, ha detto una sua portavoce giovedì. Ma la presenza dell’Islanda sul tabellone di Kos mostra quanto l’Ue tenga alla sua adesione. La presidente Ursula von der Leyen, che il 6 e il 7 settembre compirà un viaggio in Groenlandia, è pronta a fare tappa a Reykjavík per festeggiare la ripresa del cammino dell’Islanda verso l’Ue. Una vittoria del “sì” confermerebbe che l’Ue rimane un polo di attrazione in un mondo dominato da leader brutali come Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping. Ma i desideri e la narrazione politica dell’Ue rischiano di scontrarsi alla volontà popolare islandese. In un voto altamente incerto, l’ultimo sondaggio pubblicato giovedì da Gallup mostra un’inversione di tendenza: dopo una campagna segnata da un leggero vantaggio del “sì”, il “no” è passato in testa con il 51,6 per cento. Dover negoziare con l’Ue sul pesce potrebbe fare più paura di Trump.
La domanda di adesione dell’Islanda all’Ue era stata presentata il 16 luglio 2009, nel pieno della crisi finanziaria che poi travolse anche le banche dell’isola. I negoziati formali erano stati avviati un anno dopo. Alla fine del 2012, su 35 capitoli negoziali, 27 erano già stati aperti. Undici erano stati chiusi a tempo record. Membro dello Spazio economico europeo, obbligata ad allinearsi a gran parte della legislazione dell’Ue per avere accesso al mercato unico, l’Islanda stava correndo. Fino a un cambio di governo che, nel 2013, portò alla sospensione dei negoziati con Bruxelles. L’attuale governo di coalizione – composta dall’Alleanza socialdemocratica Samfylkingin, dal Partito liberale Viðreisn e dal Partito popolare di centrosinistra Flokkur fólksins – di fronte alle minacce di Trump alla Groenlandia ha deciso di anticipare il referendum sull’Ue promesso nel programma di governo. Membro fondatore della Nato, l’Islanda non ha un esercito permanente e la sua sicurezza dipende dalla protezione dell’Alleanza, Stati Uniti in primis. A differenza degli altri candidati, l’Islanda è un paese che non rappresenta problemi seri. “Già parte del mercato unico, potrebbe concludere i negoziati di adesione in uno o due anni”, ha spiegato Kos in un discorso in Croazia questa settimana. L’Islanda è anche membro di Schengen. Ma la pesca rappresenta il 40 per cento delle esportazioni e circa l’8 per cento del pil. E’ un tema politicamente esplosivo, che era già stato decisivo per la scelta di sospendere i negoziati con l’Ue nel 2013. Negli ultimi giorni di campagna sul referendum, il pesce è tornato al centro del dibattito e delle controversie.
Durante i negoziati sull’ultimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, si era detta sorpresa del fatto che “il pesce abbia una tale importanza geopolitica”. Germania e Portogallo avevano appena messo il veto al divieto di importazione di pollok di Alaska e merluzzo russi per non mettere a rischio la produzione tedesca di bastoncini di pesce e il piatto nazionale portoghese “bacalahu”. I negoziati Brexit hanno rischiato di fallire sulla pesca, con Boris Johnson che minacciava di inviare la Royal Navy a bloccare la Manica di fronte a Emmanuel Macron che esigeva di mantenere l’accesso ai pescatori francesi alle ricche acque britanniche. I ministri e i funzionari trascorrono ancora intere nottate a Bruxelles per negoziare le quote di pesca di ciascun paese. Con l’Islanda, la Commissione ha inviato segnali di distensione, lasciando intendere di essere pronta a fare delle concessioni sulla Politica comune della pesca. Ma la promessa di un’eccezione in nome della geopolitica del pesce oggi rischia di non bastare.