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da project syndacate •
Reykjavik può ripartire dall’eurozona senza avere paura
Per un paese come l’Islanda i vantaggi dell’euro superano i costi: più stabilità finanziaria, meno rischi. E anche sulla tanto temuta Politica comune della pesca è probabile un accordo ad hoc con Bruxelles
27 AGO 26

La premier islandese Kristrún Frostadóttir al recente summit Nato di Ankara (foto ANSA)
Il 29 agosto l’Islanda voterà in un referendum sulla possibilità di riprendere i negoziati per l’adesione all’Unione europea. Gli islandesi dovrebbero votare sì?
In quanto membro dello Spazio economico europeo, dell’area Schengen e dell’Associazione europea di libero scambio, l’Islanda beneficia già della libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali garantita dall’Ue. Applica al proprio settore finanziario gli stessi standard normativi degli Stati membri dell’Ue e gli islandesi, così come i visitatori, possono viaggiare in gran parte dell’Europa senza controlli dei passaporti.
Ma l’Islanda non partecipa ai processi decisionali dell’Ue; è esentata dalla Politica agricola comune (Pac) e dalla Politica comune della pesca (Pcp); e conserva la propria valuta. Se l’Islanda, con i suoi circa 400 mila abitanti, entrasse nell’Ue, avrebbe un seggio nel Consiglio europeo, dove il suo voto avrebbe lo stesso peso di quello dei paesi più popolosi dell’Unione.
Non è una questione da poco. In quanto paese con una popolazione ridotta, l’Islanda avrebbe poco potere per bloccare le decisioni ordinarie dell’Ue. Ma su molte questioni che gli Stati membri considerano sensibili, il Consiglio europeo richiede l’unanimità.
Naturalmente, l’obbligo di aderire alla Pac rappresenterebbe uno svantaggio e gli islandesi considerano la Pcp un serio punto critico. Il paese sarebbe soggetto alle quote di pesca e alle regole sulla gestione delle risorse ittiche stabilite dall’Ue e dovrebbe accettare l’accesso condiviso ad alcune acque. La sua industria della pesca e le comunità che vivono di pesca potrebbero subire perdite significative. Tuttavia, poiché la posizione geografica dell’Islanda la rende strategicamente importante per l’Ue, il paese dispone di un certo potere negoziale e alcuni hanno già suggerito che i negoziati di adesione potrebbero portare a un’esenzione dalla Pcp.
Ci sono inoltre molti vantaggi nell’adozione dell’euro, il principale dei quali è una maggiore stabilità finanziaria. E’ un aspetto cruciale per qualsiasi banca centrale, perché le crisi, o anche la semplice incertezza derivante dall’instabilità finanziaria, rendono impossibile raggiungere gli obiettivi di politica monetaria. Senza un prestatore di ultima istanza e un operatore di mercato di ultima istanza efficaci, anche sistemi bancari fondamentalmente solidi possono fallire a causa di corse agli sportelli o problemi di liquidità.
Grazie alla possibilità di creare moneta nazionale, la banca centrale si trova in una posizione unica per svolgere questi ruoli di ultima istanza, ma solo se i prestiti che deve erogare e gli asset che deve acquistare sono denominati nella propria valuta. Se la maggior parte delle attività e delle passività del sistema bancario è denominata in valuta estera, la banca centrale è impotente. L’esempio canonico di ciò che può andare storto è proprio la crisi bancaria islandese del 2008.
Il problema non è scomparso. Il sistema bancario islandese si è ridimensionato: i suoi asset equivalgono oggi a circa il 127 per cento del pil islandese, contro il circa 900 per cento dell’inizio del 2008, ed è sottoposto a una regolamentazione più stringente. Ma non ci sono controlli sui capitali e le banche hanno significative passività a lungo termine denominate in valuta estera. Se l’Islanda entrasse nell’area euro, l’Eurosistema potrebbe agire come prestatore e operatore di mercato di ultima istanza, prevenendo un’altra crisi. Per un paese con un sistema bancario attivo a livello internazionale, questo potrebbe essere già di per sé un motivo sufficiente per entrare nell’Ue.
L’ingresso nell’area euro darebbe inoltre all’Islanda accesso al Meccanismo europeo di stabilità, che fornisce prestiti a basso costo ai paesi che attraversano gravi difficoltà economiche nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico. Il meccanismo offre assistenza finanziaria per la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà e una linea di credito precauzionale agli Stati membri dell’area euro che presentano fondamentali solidi. Può inoltre agire come operatore di mercato di ultima istanza acquistando titoli di Stato dei paesi membri quando la liquidità si prosciuga.
L’adozione dell’euro presenta anche potenziali svantaggi. L’Islanda perderebbe la possibilità di condurre una politica monetaria autonoma e di utilizzare il tasso di cambio come ammortizzatore degli shock. Attualmente, se l’Islanda subisce uno shock negativo che richiede una riduzione dei salari reali, il deprezzamento del tasso di cambio consente di ottenerla istantaneamente. Senza un tasso di cambio indipendente, gli aggiustamenti dei salari nominali possono essere lenti e provocare distorsioni nei prezzi relativi. La politica monetaria dell’area euro, uguale per tutti, potrebbe non essere adatta all’Islanda se gli shock esterni che colpiscono il paese non sono correlati positivamente a quelli che interessano il resto dell’area e se il suo ciclo economico non è sincronizzato con quello dell’eurozona nel suo complesso.
Nel valutare questi compromessi è importante riconoscere che gli shock non sono indipendenti dal regime di cambio. Per questo l’appartenenza all’area euro dovrebbe ridurre gli shock associati all’instabilità finanziaria, rendendo il costo dell’adesione inferiore a quanto suggeriscono i dati del passato.
Si consideri un recente rapporto sulle opzioni dell’Islanda, preparato dal ministero delle Finanze. Il rapporto elogia il ruolo stabilizzatore di un tasso di cambio indipendente, sottolineandone gli effetti positivi dopo i fallimenti bancari successivi alla crisi del 2008. Ma quello shock potrebbe non essersi mai verificato se l’Islanda fosse stata nell’area euro. Se l’Islanda adottasse l’euro, la sua economia potrebbe diventare gradualmente più flessibile e più simile a quella dell’area euro, mentre gli shock futuri potrebbero essere attenuati. Finché il rapporto tra debito pubblico e pil resterà contenuto, l’Islanda avrà la possibilità di utilizzare la politica fiscale per reagire agli shock e alle fluttuazioni.
Allo stesso tempo, un tasso di cambio indipendente potrebbe essere meno un meccanismo di aggiustamento e più una fonte e un amplificatore di shock. Bolle speculative, comportamenti imitativi, euforia irrazionale e una lunga serie di altri fenomeni possono provocare disallineamenti ampi e persistenti dei tassi di cambio, e le economie molto piccole possono fare ben poco per contrastarli. Tra i due membri nordici dell’Ue che hanno mantenuto la propria valuta, Danimarca e Svezia, persino il più piccolo, la Danimarca, ha una popolazione quasi 15 volte superiore a quella islandese e un pil quasi 12 volte più grande.
Al di là degli altri eventuali benefici che l’adesione all’Ue potrebbe portare, gli islandesi dovrebbero accettare che, per un paese minuscolo come il loro, non ha alcun senso economico avere una propria valuta.
Willem H. Buiter e Anne C. Sibert
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