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Votare per non cambiare nulla: il dibattito islandese
La responsabile della campagna per il sì ci spiega il senso del referendum e il peso (ancora) cruciale della pesca, restando consapevole delle necessità economiche e militari del paese
27 AGO 26

Dalle “Cod war” ai negoziati con l’Ue per le quote di pesca (Getty)
Reykjavik. “Quest’anno abbiamo avuto migliaia di turisti arrivati per l’eclissi. Ci ha fatto piacere, ovvio. Ma il loro arrivo, così massiccio, ha generato un grande aumento dei prezzi. Prezzi i cui aumenti sono qui per restare, anche dopo che tutti i turisti saranno tornati a casa. E questo vale sempre, ogni volta che si presenta l’inflazione o che succede qualcosa. La nostra moneta è instabile. Così come lo è la nostra economia, troppo piccola per reggere ai saliscendi dei mercati mondiali. Per questo ci serve l’Europa: per avere quella stabilità economica che, da soli, non siamo in grado di garantirci”. A parlare così al Foglio è Snaeros Sindradottir, responsabile della campagna per lo Ja, il sì al referendum sull’Ue. E’ giovane, gentile, ha voglia di chiacchierare. E soprattutto è convinta di due cose: la prima è che l’Europa sia un affare; la seconda è che votare sì al referendum valga la pena perché, per quanto elettoralmente paradossale possa suonare, il referendum “non cambierà niente”. Verrebbe da dirle che “votate per noi, così non cambia niente” non è esattamente un grande slogan.
“Il referendum non è per entrare in Europa. Il referendum è per riprendere i colloqui che sono stati interrotti più di dieci anni fa. Se con il voto decideremo di riavviare i colloqui, comunque, il risultato di quei colloqui dovrà essere sottoposto di nuovo a un voto popolare. In questo senso ci piace dire che votare sì è importante perché votare sì non cambia niente. Se invece si vota no, allora cambia tutto. Perché l’ipotesi di avvicinare Islanda e Ue verrebbe chiusa per chissà quanto. Forse per sempre”, dice Sindradottir. I risultati dei sondaggi sono confusi e si limitano a indicare un leggerissimo vantaggio del sì: 52, al massimo 53 per cento. E così, quel che colpisce di Sindradottir, mentre ci parla dalla piccola sede del suo comitato, a pochi passi dal Parlamento di Reykjavik, è che non ha il tono battagliero di chi è impegnato in una campagna elettorale che considera vitale per il futuro del proprio paese. Al contrario, ha il tono cauto di chi sa che la battaglia, per quanto importante, è difficile e per questo mette le mani avanti: “Siamo ottimisti, certo. Ma anche consapevoli del fatto che non è semplice”.
“Votare sì è importante perché non cambia niente. Se invece si vota no, allora cambia tutto”, dice Sindradottir
“Il punto”, ci spiega, “è che per noi è molto difficile disinnescare, con la nostra campagna, la campagna per il no. E la ragione per cui è difficile è il senso stesso del referendum, che non è l’ingresso nell’Ue, ma la ripresa dei negoziati. In pratica, quello che diciamo è: andiamo a vedere”, dice mostrandoci uno degli adesivi promozionali della campagna, con la scritta “Eurocurious”. “Invece, chi fa campagna per il no sta raccontando questo voto come se portasse automaticamente all’ingresso del paese nell’Ue e, altrettanto automaticamente, a una – tutta da dimostrare – perdita di sovranità degli islandesi sul loro paese. Niente di tutto questo è vero. Ma per molte persone risulta credibile”.
E questa discrasia, con la bandiera azzurra agitata come una muleta e uno spauracchio, restituisce molta dell’atmosfera che si respira attorno alla nomea dell’Europa in questa fase storica: un’architettura politica che, per quanto innovativa e rivoluzionaria sia stata e sia, per quanto carica di evidenti benefici per chi ne fa parte sia stata e sia, viene spesso raccontata e percepita come un’orwelliana burocrazia piena di cavilli e regole assurde. E come una sostanziale riduzione di sovranità, invece che, come di fatto è, una sua estensione.
Ed è proprio qui, sulla possibile perdita di sovranità da parte dell’Islanda, che la campagna per il no batte con più forza. Soprattutto su una questione: la pesca. In Islanda la pesca vale più del 10 per cento del pil e, oltre che un fatto economico, è un fatto culturale. Il paese ha lavorato per decenni per evitare problemi di sovrasfruttamento delle acque e alla fine, sia con un sistema di rigide quote sia vietando la pesca a strascico, ci è riuscito. Un risultato non da poco, se si considera che, secondo i dati Onu, più del 35 per cento delle specie marine è sovrasfruttato e che, nel Mediterraneo, secondo i dati Fao, si arriva all’80 per cento degli stock ittici sovrasfruttati.
Un destino del genere avrebbe potuto toccare anche all’Islanda se, dalla fine degli anni Settanta, non avesse cambiato radicalmente passo. Oggi, infatti, non solo la pesca a strascico è vietata, ma ogni anno il governo islandese consulta i dati dell’Istituto di ricerca marina e d’acqua dolce (Mfri) sugli stock ittici disponibili e, sulla base di quelli, indica il Tac, il totale ammissibile di cattura, per ogni specie. Questo totale viene poi diviso in quote, vendibili, che vengono assegnate e vendute a ogni peschereccio: ognuno può pescare solo la percentuale di pesce disponibile che corrisponde alla propria quota. Un sistema non dissimile da quello europeo, va detto, ma con una differenza: nell’Ue le quote vengono distribuite per paese e, poi, ogni imbarcazione europea ha accesso sostanzialmente libero alle pescosissime acque islandesi. Cosa che, va detto, nessun islandese ha voglia di tollerare.
Per avere un’idea di quanto, basti sapere che negli anni Cinquanta i pescherecci inglesi che si erano avvicinati alle coste dell’Islanda furono raggiunti da navi islandesi che, senza troppi complimenti, li speronarono e tagliarono loro le reti. Inoltre, in Islanda nessuno si fida del sistema di quote europeo: se gli europei hanno consentito la devastazione dei loro mari, come potrebbero evitare che la stessa devastazione si ripeta in Islanda? “Se riprenderemo i colloqui con l’Ue, inevitabilmente buona parte di questi si dovrà concentrare sul sistema della pesca”, continua Sindradottir, “che per molta gente è cruciale”. Così, già ora, si sa che se Islanda e Ue dovessero arrivare a sedersi allo stesso tavolo, l’Ue sarebbe disponibile a deroghe ed eccezioni. Non è però chiaro quanto e come questo sistema di deroghe possa essere ritenuto credibile e possa durare nel tempo.
Oltre alla pesca, ci sono almeno altre due importanti questioni sulle quali l’Islanda tiene ad avere le mani libere: l’alluminio – l’americana Alcoa ha lì un gigantesco e inquinantissimo impianto – e la geotermia, settore che ha attirato copiosissimi investimenti cinesi, i cui promotori e beneficiari, ovviamente, non vedono di buon occhio l’ipotesi di un’Islanda nell’Ue. Eppure, nonostante le ragioni del no poggino sulla proverbiale diffidenza di una popolazione di appena trecentomila persone, storicamente e geograficamente isolata, che ha ottenuto la propria indipendenza solo nel 1944, e facciano leva su questioni sulle quali il paese tiene molto a mantenere la propria completa autonomia decisionale, le ragioni del sì, stando ai sondaggi, si stanno facendo strada. E questo, faticoso, farsi avanti trova base sostanzialmente in tre dati di fatto.
Il fattore sicurezza sta incidendo sui sondaggi. “La guerra non ha più a che fare solo con fucili e cannoni”
“Il primo”, elenca Sindradottir, “come dicevamo, è l’economia; il secondo è il fatto che, piaccia o no, l’Islanda è già estremamente legata all’Ue, dal momento che facciamo già parte dello Spazio economico europeo, cosa che, per esempio, estende anche al nostro paese le regole del mercato unico e quelle di Schengen; il terzo, che negli ultimi mesi si è fatto determinante, è quello della sicurezza”. L’Islanda, infatti, non ha un esercito permanente, né una Marina né un’Aeronautica militare. Per la sua sicurezza interna si affida alla Guardia costiera e alla polizia, per quella esterna agli alleati della Nato, di cui fa parte dalla fondazione. “Siamo consapevoli che, nel mondo di oggi e con la nuova strategicità dell’Artico, questo sostegno potrebbe non essere sufficiente. Sia per quello che ci hanno insegnato le mire degli Stati Uniti sulla Groenlandia, sia perché siamo consapevoli che oggi la guerra non ha più a che fare solo con fucili e cannoni, ma anche con la sicurezza informatica, con quella dei cavi o con le minacce ibride. Persino con i dazi commerciali. Inserirci in un contesto più grande, come quello europeo, ci darebbe maggiori garanzie”.