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Abbracciamoci più forte, questa sera. Perché l’eclissi è il solo quarto d’ora di frescura che ci spetterà
Nei momenti di buio di oggi pensiamo a come darci una mano per rinfrescare il mondo e le città, lavorando insieme. L’eclissi siamo noi

Foto ANSA
Quando durante queste notti resto sveglio per il caldo e dalle finestre spalancate guardo le altre finestre spalancate, dietro le quali persone come me sveglie per il caldo guardano altre finestre spalancate; quando alle otto di mattina, sperando in un refolo di vento, scendo per far la spesa e vedo molte persone che sono scese presto per far la spesa sperando in un refolo di vento, e tutti noi notiamo che ci sono persone in giro che camminano come zombi e che però quegli zombi ci guardano come gli zombi fossimo noi; quando noto che per strada già alle otto di mattina ci sono persone un po’ fuori di testa, di quelle che una volta vedevi solo durante la controra e capisco che la magica e disturbante controra si verifica dalle otto di mattina alle otto di sera; quando ti accorgi che sono tutti rimasti in città, perché tanto dove vuoi andare con questo caldo; quando tutti quelli rimasti in città e che di notte guardano gli altri rimasti in città e di giorno scendono a far la spesa pensando: ma chi sono questi zombi, ecco, insomma, quando ti accorgi che tutti questi (zombi compresi) sono attaccati alle previsioni del tempo (che pensavo di guardare solo io), e sembriamo allora tutti tornati ai tempi del Covid, quando durante la conferenza stampa si faceva il bilancio delle vittime e ci dicevamo: non esco nemmeno sotto tortura; quando ho appreso dell’esistenza di app che segnala le strade in ombra e ho pensato: ma stiamo diventando tutti coglioni? Che non lo sai dove cade l’ombra? E poi il giorno dopo che mi trovavo a Foggia, alle 14, ho scaricato l’app per fare duecento metri e non rischiare di prendere il sole in testa; quando mi accorgo, per la prima volta in più di trent’anni di carriera, di star usando il punto e virgola, un’interpunzione che non capisco (è un ermafrodito che non dimostra niente, solo che avete fatto l’Università, diceva Kurt Vonnegut), perché sento che in questa estate non c’è punto che tenga ma è solo un susseguirsi di caldo e afa, allora penso alla vecchia e cara dichiarazione: non esistono più le mezze stagioni.
Ma quella è andata in pensione. D’ora in poi si dirà: non esiste più la bella stagione. Quella di una volta, quando aspettavi l’estate romana, ma pure quella napoletana (milanese non so), per uscire e goderti la notte, non così calda, con uno Zefiro che nemmeno nell’Odissea era così gradevole. Quando facevi amicizia, ti innamoravi, nascevano storie, ti sposavi e progettavi un viaggio, poi una famiglia, perché eri ammaliato dalla bella stagione. Ora al massimo riesci a dire con l’angoscia che ti spezza in due: oggi la minima era 30 gradi. Anzi non lo dici nemmeno tu, ma lo senti dire dal senegalese o dal nigeriano o dal ghanese, qualcuno vicino all’Equatore che di queste cose è esperto e che ti dice: oggi la minima era di 30 gradi, in Africa non fa mica così caldo. Non c’è più la bella stagione, e visto l’andazzo, la crisi climatica (e pure la difficoltà che abbiamo di accettare la nostra parte di responsabilità), posso scommettere che da questa estate la bella stagione diventerà luogo comune, roba su cui faremo battute su quelli tra noi che una volta dicevano “non ci sono più le mezze stagioni” e ora dicono “non c’è più la bella stagione”. Poi stasera magari usciremo per vedere l’eclissi di sole sperando in una momentanea frescura. Ecco, se dovesse capitare, nei momenti di buio e di improvvisa frescura, abbracciamoci forte e pensiamo a come darci una mano per rinfrescare il mondo e le città, lavorando insieme (ognuno con le sue competenze, nessuno vittima della presunzione di conoscenza), innovando e sperando in una nuova bella stagione di sogni estivi, d’amore e non, di cura di noi stessi e dell’ambiente, insomma che vi devo dire: mettiamo il punto a questo caldo.