C’è un’Italia che non è ostile né indifferente all’Ucraina. Queste sono le sue facce

Il tessuto della resistenza ucraina è fatto anche di volontari che riforniscono le brigate al fronte, gestiscono cucine umanitarie ed evacuano i civili, sapendo che ogni mezzo con la scritta “evacuazione” può diventare un bersaglio. In un incontro al Senato l'esempio di un impegno molto più grande

16 SET 26
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(Foto Ansa)

Nell’Europa del XXI secolo non può essere un’altra guerra, non può essere che un paese prenda e ne attacchi un altro come se niente fosse. No? E’ impossibile. Non sono più quei tempi, oggi non si fa più così”, scrive Artem Chapeye, scrittore e oggi soldato ucraino, nel suo meraviglioso libro “La gente normale non va in giro armata. Pensieri sul pacifismo quando il tuo paese viene invaso”. Non può essere! Come è possibile, mi sono detta anch’io l’8 agosto del 2008, seduta in un bar con gli amici a Tbilisi, quando nel televisore acceso abbiamo visto la lunga colonna dei carri armati attraversare il confine georgiano e dare avvio all’invasione russa.
Non fu lo stupore a colpirmi, quella sera. Non era una sorpresa che fossero i russi a farlo. Fu piuttosto l’impotenza dell’occidente a lasciarmi senza fiato, la disfunzionalità di un ordine globale che credevamo solido, fondato su norme e regole che i paesi si erano dati all’indomani della Seconda guerra mondiale. Com’è possibile, mi chiedevo. Era una domanda destinata a non abbandonarmi più, e che avrei riformulato con un dolore ancora più acuto il 24 febbraio del 2022, quando la Russia diede avvio all’invasione su larga scala dell’Ucraina davanti agli occhi di un occidente che ancora una volta si scopriva impreparato (anche per via delle proprie politiche sbagliate nei confronti di Mosca) mentre si consumava un altro massacro.
Quando rientrai in Italia, nell’agosto del 2008, la frase che mi accolse fu: “Siete impazziti, perché avete provocato la Russia, come avete fatto a farvi invadere?”. Seguirono anni in cui gli allarmi sulla sicurezza europea non solo della Georgia, ma di tutta l’Europa orientale sarebbero stati liquidati come la paranoia di ex vittime di un ex impero, come il tormento personale di “quelli dell’est”. Nel 2014 la Russia avrebbe annesso la Crimea e acceso la guerra nel Donbas – la conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che quegli allarmi erano fondati. Ma in Italia, come in buona parte d’Europa, ciò che accadeva da quelle parti sarebbe rimasto ostinatamente “un problema personale dei “post sovietici”.
Anche dopo il 2022, dopo i massacri e le atrocità contro i civili con cui la Russia ha continuato la sua invasione dell’Ucraina, l’Italia è rimasta un paese che non è mai riuscito, fino in fondo, a simpatizzare per gli aggrediti. Nei sondaggi il sostegno all’Ucraina, e all’invio delle armi necessarie a difendersi, è rimasto costantemente più basso che nel resto d’Europa. In quasi cinque anni non si è mai riusciti a organizzare una manifestazione di solidarietà ucraina davvero partecipata. Le poche che si tengono nelle diverse città italiane sono frequentate soprattutto dalla comunità ucraina stessa, e gli italiani presenti sono così pochi che, a quelle di piazza Esquilino a Roma, riesco quasi a salutarli uno per uno.
Qualche giorno fa ho assistito a un incontro al Senato, organizzato dalla deputata Lia Quartapelle e dal senatore Filippo Sensi, con i rappresentanti di diversi gruppi del volontariato e della società civile italiana impegnati da anni nel sostegno all’Ucraina, persone che continuano ad andare in un paese in guerra, spesso rischiando la vita. Ho voluto raccogliere le loro storie per restituire, anche solo in parte, alla comunità ucraina la certezza che esiste un’altra Italia, quella che ogni giorno si impegna per assistere un popolo aggredito e per mostrargli la propria solidarietà. Sono in molti, e questo incontro al Senato è solo un piccolissimo esempio di un impegno molto più grande, a cui dovremmo tutti la nostra gratitudine – ai volontari italiani, alle tante associazioni che dal 2022 portano avanti un atto di umanità straordinario.
“Varia ha due mesi di vita ed è nata a Kramatorsk, in una città interamente coperta da reti anti drone, dove in ogni momento si sentono esplosioni. Noi indossiamo giubbotti antiproiettile ed elmetti; la madre di Varia, invece, porta una maglietta a pois e un paio di ballerine ai piedi”, racconta Patrizia De Grazia, di Radicali Italiani, per cui quella è “la surreale normalità” a cui la famiglia evacuata insieme a nonna e fratelli è stata costretta ad adattarsi, mentre decine di migliaia restano a Kramatorsk, vivendo e morendo sotto il fuoco ogni giorno.
Sarah Brizzolara, volontaria del MEAN, parla di una “normalità straziata della vita che cerca di resistere sottoterra” a Kharkiv, dove intere comunità vivono nei rifugi mentre nei cimiteri riposano generazioni perdute, coetanei suoi. Porta con sé l’immagine di una donna incontrata nella metropolitana di Kyiv, durante un attacco di droni, scoppiata in lacrime perché la loro presenza le dava speranza: “E’ lì che capisci che la pace nasce dai legami, da uno sguardo, da un ‘siamo qui’”.
Andrea Alesiani, di Liberi e Oltre, ricorda che il tessuto della resistenza ucraina è fatto anche di volontari che riforniscono le brigate al fronte, gestiscono cucine umanitarie ed evacuano i civili, sapendo che ogni mezzo con la scritta “evacuazione” può diventare un bersaglio: è successo a Slava Ilchenko, ucciso a Natale, e al volontario polacco Marek Rusek-Wolski, caduto a Kharkiv un mese fa. La maggior parte non percepisce alcuno stipendio: per questo, dice Alesiani, dall’Italia si possono fornire veicoli, equipaggiamenti e formazione, per permettere loro di continuare a salvare vite senza perdere la propria.
Adriano Stabile, attivista MEAN, racconta Odessa “come una figlia abusata ogni notte da chi si crede suo padrone, ma che rifiuta di regalargli la soddisfazione del pianto e ogni mattina si sveglia con un sorriso – la forma più forte di resistenza”. Coinvolto in un incidente causato da un attacco di droni, ha capito, con la mascella rotta su un autobus verso la Moldavia, di non voler vivere il proprio passaporto italiano solo come un privilegio, ma come una responsabilità. Da qui il suo appello perché l’Europa rafforzi la propria capacità industriale militare e trasformi la protezione dei civili “in un impegno stabile e non in un tema da contrattazione emergenziale”.
Donata Monti, attivista di Base, è tornata a Odessa nel 2026 per “capire”, dopo un primo viaggio a Kyiv e Kharkiv in cui aveva pianto ovunque. In un centro per senzatetto ha distribuito cibo e preparato la legna per l’inverno, trovando alle sei e mezza del mattino, allarme droni ancora in corso, chi le preparava già la colazione. Conclude: “Chi critica, chi non vuole più dare aiuti, chi parla senza sapere, senza voler vedere né capire, si deve solo vergognare”.
Lucio Turra, di Azione Cattolica nazionale, racconta un viaggio fatto di gesti concreti – il pranzo preparato ai pompieri, l’incontro con i veterani, una scuola visitata. Ma ciò che lo ha colpito di più non sono state le notti insonni per i droni, bensì la divisione delle famiglie ucraine che prima della guerra potevano vedersi liberamente e oggi non più… e il pensiero ai circa cinque milioni di bambini ucraini che oggi non possono andare a scuola.
Ascolto le loro storie e penso che forse non si può cambiare da soli la disfunzione di un ordine globale che fatica a proteggere chi viene aggredito, ma si può scegliere, ogni giorno, di non essere indifferenti. Lo hanno fatto i volontari che ho incontrato al Senato, lo fanno da anni altre associazioni italiane che continuano ad attraversare un confine pericoloso per portare cibo, medicine, ascolto e presenza. E’ a loro che dobbiamo la certezza che un’altra Italia esiste e che continua, nonostante tutto, a scegliere di esserci.