Esteri
IN IRAN •
La libertà degli iraniani ancora una volta svilita dagli anti imperialisti
Una lettera firmata da Butler, Davis e altri intellettuali denuncia la repressione di Teheran. Ma per una parte della sinistra globale solidarizzare con i dissidenti significa schierarsi con l’impero. E alcuni firmatari fanno marcia indietro
9 SET 26

(Foto Ansa)
Questa è la storia di una diatriba tra intellettuali e di una lettera aperta che in queste settimane ha provocato accuse, pentimenti e due ondate di scandalo di segno opposto nel gotha accademico della sinistra globale. Di primo acchito avrebbe tutta l’aria di una polemica desueta, infarcita com’è di protagonisti e parole d’ordine anni 70, le pantere nere, Frantz Fanon, l’anti colonialismo, l’anti imperialismo, ma il fatto è che questa è anche, anzi, soprattutto, una storia che riguarda le vite di persone reali tiranneggiate due volte, la prima dal regime che le ha incarcerate e la seconda dal cortocircuito morale di un pezzo di mondo che si rifiuta di guardarle.
“Ai prigionieri politici iraniani intrappolati tra le due lame di una forbice”, recita il titolo di un intervento pubblicato sul Guardian il 20 agosto. Tra i firmatari si contano figure di spicco come Judith Butler, Angela Davis, Bill Ayers e Bernardine Dohrn, quanto al testo esprime vicinanza e invoca la fine delle torture, delle esecuzioni e dei processi sommari da parte delle autorità di Teheran; e di pari passo auspica la fine delle sanzioni e degli attacchi da parte di Stati Uniti e di Israele, sottolineando che la contrarietà alla guerra non deve portare a mantenere il silenzio sulla brutale repressione in atto (l’Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran ha già documentato 976 casi di esecuzioni nei primi sette mesi del 2026). Perché i prigionieri di coscienza che languono nelle carceri iraniane sono vittime di un anti imperialismo vuoto, argomenta la lettera “di un sistema che finge di contrastare il potere imperiale e nel frattempo mette in atto la medesima logica di dominio. Vi vediamo – assicurano gli accademici – attraverso la distanza della geografia, oltre il silenzio della censura e i blackout di internet. E ci ergiamo solidali con voi, all’intersezione tra due forme di oppressione (…)”.
Fin qui tutto bene, in Iran i prigionieri fanno filtrare apprezzamento e gratitudine, perché gli appelli internazionali hanno spesso sortito effetti positivi e perché puntare un cono di luce dove domina il buio fa comunque sentire meno soli.
Ma la quiete è durata meno di un battito di ciglia, le reazioni alla lettera sul Guardian sono state immediate e inaspettatamente virulente. Per lo scrittore iracheno Sami Ramadani questo messaggio di solidarietà è un errore, è “appeasement dell’establishment imperialista”, e l’attivista politico Ajamu Baraka concorda: si tratta di collaborazionismo. Sulla stessa lunghezza d’onda il giornalista e storico Vijay Prashad secondo il quale la lettera offre “una copertura ideologica” al bellicismo degli Stati Uniti e la metafora delle forbici, per quanto evocativa, è assai sbagliata. Poiché da un lato – obbietta Prashad – esiste la lama della guerra imperialista, ma dall’altro, quali che siano le contraddizioni interne, “c’è uno stato che vive insieme alla sua società”. Ne consegue, che, per Prashad, la società e le istituzioni della Repubblica islamica sono fuse in una medesima “entità vittima dell’impero” e gli iraniani che non si riconoscono nella politica e nella violenza del regime sono da derubricare a mera contraddizione. “Nessuno stato nella regione si è altrettanto speso per la causa del movimento di liberazione palestinese”, nota Prashad e in effetti non è un mistero che l’imbarazzo nei confronti dei prigionieri politici di Teheran derivi da questa constatazione. “E’ anche possibile essere in disaccordo con alcuni aspetti della politica interna iraniana – afferma lo scrittore attivista Carlos Martinez – Ma la domanda da porsi è da che parte della barricata stiamo? Sosteniamo una guerra d’aggressione o la resistenza? Il genocidio a Gaza o l’unico stato che si schiera dalla parte della Palestina da quasi mezzo secolo?”.
Oltretutto, puntualizza la scrittrice di origine palestinese Susan Albulhawa, anche lei “molto turbata” dal tono della lettera sul Guardian, i prigionieri iraniani sono condannati “dalle leggi del loro paese, giuste o ingiuste che siano”, chissà di cosa si sono resi responsabili – aggiunge – in fondo chi può dire che i detenuti politici non siano agenti del Mossad?
Davanti al fuoco incessante delle critiche alcuni dei firmatari hanno rivisto la loro adesione, in breve tempo i professori della Columbia Rashid Khalidi e Nadia Abu El-Haj hanno ritirato la firma, mentre lo storico Robin D.G. Kelley si è giustificato spiegando che il testo pubblicato non corrispondeva all’originale che gli era stato sottoposto e l’attivista ed ex giornalista Mumia Abu-Jamal (già esponente del gruppo Black Panther, in carcere per omicidio dal 1982), inizialmente tra i firmatari, ha affermato di non aver mai autorizzato l’aggiunta del suo nome.
Costernati dall’intensità della reazione nei confronti di una lettera che secondo molti intellettuali iraniani era “francamente il minimo sindacale”, più di cento scrittori, giornalisti, artisti, storici e attivisti sparsi tra l’Iran e la diaspora, tra cui Janet Afary, Fatemeh Shams, Ali Sabouri, Reza Khandan, Khosrow Sadeghi Boroujeni, Farzaneh Milani e Sara Zeri, hanno scritto una nuova lettera per denunciare la strumentalizzazione della sofferenza degli iraniani e ribadire che giustizia e libertà non possono essere sacrificate sull’altare dell’anti imperialismo. Una resistenza che sceglie di chiudere gli occhi davanti al destino dei prigionieri politici non è degna di portare questo nome – sottolineano – la solidarietà non deve chiedere di scegliere tra diverse forme di ingiustizia, ma assumere una posizione netta nei confronti di tutti i sistemi di oppressione.