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In medio oriente •
Colli spezzati in Iran. Sei donne messe a morte ad agosto (l’agenzia Onu per le donne fa gli auguri a Beyonce)
La Repubblica islamica esegue il maggior numero registrato di esecuzioni di donne a livello mondiale, imponendo al contempo un sistema di apartheid di genere. Fino a qualche anno fa ricevevano la solidarietà europea e occidentale, oggi non più
8 SET 26

Foto LaPresse
Taraneh e Romina Rahimi, gemelle iraniane: la prima è stata condannata a morte, la seconda a venticinque anni. La loro “colpa” è aver partecipato alle proteste di gennaio represse dal regime islamico, mentre secondo le ong dei diritti umani le porte del carcere si sono aperte per sessantamila persone da gennaio. Agosto sarà ricordato come uno dei mesi più neri per le donne iraniane. Almeno 82 persone sono state giustiziate in un mese, tra cui sei donne. Mai così tante. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights con sede a Oslo, ha detto: “Sono vittime molto prima di arrivare al patibolo. La Repubblica islamica non solo toglie loro la vita attraverso la pena di morte, ma anche il sistema che le ha abbandonate per anni”.
La Repubblica islamica dell’Iran esegue il maggior numero registrato di esecuzioni di donne a livello mondiale, imponendo al contempo un sistema di apartheid di genere. Delle cinque esecuzioni capitali ad agosto, quattro erano accusate di aver ucciso il marito o il fidanzato. Due erano in matrimoni forzati, tra cui una che era una “sposa bambina” e si è difesa da un’aggressione sessuale. Il diritto penale teocratico legge l’autodifesa femminile come omicidio premeditato. Costretta al matrimonio, Marzieh Nayeri è stata ripetutamente sottoposta a molestie sessuali dai soci in affari del marito. Così ha impugnato un coltello per autodifesa, ferendo l’aggressore e pugnalando il marito durante la lotta. Nonostante la sua testimonianza sotto giuramento di aver agito solo per proteggere la propria vita e il proprio onore, il tribunale ha respinto la tesi dell’autodifesa. E’ stata condannata e impiccata l’8 agosto.
E’ stato invece impiccato all’alba di domenica 6 settembre il rapper Erfan Mirzaei. Nessun preavviso. Nessuna ultima chiamata alla sua famiglia. Solo la corda e il silenzio. Cantava di libertà e speranza in un paese dove una canzone può costarti la vita. Erfan è stato arrestato durante le proteste di gennaio ed è stato ucciso in segreto, fuori dai numeri ufficiali. Intanto il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, incontrava il presidente iraniano Masoud Pezeshkian a margine dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Il comunicato ufficiale dell’Onu sull’incontro ha dichiarato che Guterres e Pezeshkian hanno discusso le “conseguenze umanitarie ed economiche” del conflitto tra Iran e Stati Uniti. “La questione della repressione iraniana sui manifestanti non è stata affrontata”, come confermato da un portavoce dell’Onu alla giornalista investigativa Efrat Lachter che ha sollevato la questione in conferenza stampa a Ginevra. Silenzio sulle forche rosa in Iran anche dall’agenzia Onu per le donne, UN Women, che nei giorni scorsi però ha trovato il tempo di fare gli auguri a Beyonce e Zendaya. D’altronde, è iraniano il vicepresidente del Comitato delle Nazioni Unite per il programma e il coordinamento e che aiuterà a elaborare il piano su come “porre fine alla violenza contro le donne”.
La mobilitazione per Sakineh
Almeno fino a qualche anno fa le donne iraniane appese alle gru di buona mattina ricevevano la solidarietà europea e occidentale. Anche Roma si mobilitò per salvare la vita a Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione per un “adulterio”. Filosofi e scrittori scrissero lettere aperte. Gigantografie della donna iraniana furono esposte sulla facciata di Palazzo Chigi, Campidoglio e Palazzo Valentini. Manifestazioni furono organizzate davanti all’ambasciata iraniana a Roma, in via Nomentana 363 per chiedere che la vita di Sakineh fosse salvata. Anche il Pd aveva aderito, con Silvia Costa e Debora Serracchiani che al Parlamento europeo lanciarono anche l’iniziativa di una fiaccolata (“una luce per la vita di Sakineh” davanti al Parlamento europeo di Strasburgo). Alla fine, il regime iraniano rilasciò Sakineh, anche grazie alla mobilitazione occidentale che a volte dà i suoi frutti. Ma altri tempi. Oggi le donne iraniane sono impiccate senza che in occidente si senta neanche il rumore sordo del loro collo spezzato. Sia mai che si tiri acqua al mulino bellicoso di Trump e Netanyahu.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
