L’onda socialista che vuole prendersi il Partito democratico americano

Da New York a Washington, il DSA conquista primarie e amministrazioni e punta a cambiare il Partito democratico dall’interno. Ma la sua base, giovane e istruita, è lontana dalla classe operaia che dice di voler rappresentare. Novembre sarà il primo vero test

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Con l’approssimarsi delle elezioni di medio termine americane, la scommessa della sinistra democratica sta assumendo tratti di rischio inaspettati: in quest’area del progressismo d’oltreoceano si va effettivamente diffondendo la speranza che il paese, o almeno una cospicua porzione di esso, sia pronto a spingersi avanti come non mai nel vagheggiare una nazione riveduta e corretta – anzi: sanificata – dopo l’avvelenamento trumpiano. E tutto ciò nella opinabile convinzione che un sentimento collettivistico sia prossimo a soppiantare la radicata tensione individualistica americana, nel profondo ripensamento d’una piattaforma su cui ricostruire un’identità nazionale. Un’ipotesi affascinante se analizzata da un think tank, ma che è tutto da vedere se reggerà alla prova delle urne di un’elezione generale.
Eppure questo esotico profumo di socialismo è nell’aria e nei discorsi, è nei campus e nei dibattiti televisivi. E i primi numeri che affluiscono danno sostanza all’ipotesi, per quanto possa essere difficile darle credito.
La politica americana ha sempre traversato delle estati visionarie, ovvero dei momenti in cui una minoranza infervorata si convince, e per qualche mese convince gli altri, che il paese sia sul punto di una conversione di massa. Va così con questa ascesa incrementale dei Democratic Socialists of America (DSA), che a New York già governano, a Washington governeranno presto, e in Michigan e Wisconsin stanno verificando, con esiti alterni, se questo fervore è qualcosa di più di un fuoco di paglia acceso dalla rabbia. Il bilancio delle ultime settimane è comunque sorprendente per un gruppo che quattro anni fa veniva descritto come condannato a un eterno purgatorio, perché negli anni Venti se un dem poteva conquistare l’America, poteva al massimo avere le fattezze di Joe Biden. Poi è deflagrato Trump, con quel che ha comportato. E adesso ci si ritrova con Zohran Mamdani sindaco a New York, con Janeese Lewis George, candidata appoggiata dal DSA, avviata a diventare sindaca a Washington e con altri politici appoggiati da questa sigla che hanno fatto la voce grossa in diverse primarie congressuali.
Il 4 agosto Abdul El-Sayed ha battuto in Michigan la centrista Haley Stevens per la nomination democratica al Senato, ma le cose non sono andate altrettanto bene alla favorita Francesca Hong, rappresentante dei DSA impegnata nelle primarie democratiche per la poltrona di governatore del Wisconsin, battuta di stretta misura dal più moderato David Crowley, a riprova che il mandato fiduciario dell’elettorato nei confronti dei candidati molto sbilanciati a sinistra mantiene per ora una sua vaghezza.
Resta il fatto nuovo nel panorama politico americano: il DSA non è un partito ma un’organizzazione che fa correre i propri candidati sulla scheda democratica, con il proposito di cambiare il partito dall’interno invece di competere con esso. Nell’ambito del gruppo le decisioni vengono votate dagli iscritti e non imposte dal direttivo, e l’attivismo si estende all’organizzazione sindacale, il che tiene il gruppo mobilitato anche al di là dei cicli elettorali. E in un’epoca in cui i grandi partiti hanno sostituito il vecchio sistema di promozione porta a porta con l’inserzionistica a pagamento, il DSA dispone ancora di un esercito di volontari disposti a bussare all’uscio delle case americane: un vantaggio strutturale reale, non retorico.
Qui arriva il paradosso, ed è un paradosso demografico prima che politico. Il DSA si presenta come partito della classe operaia, ma la sua base non le somiglia affatto. Nell’ultima rilevazione del 2021, quattro iscritti su cinque sopra i 25 anni hanno una laurea – il doppio della popolazione adulta americana – un terzo ha un dottorato o un master, un terzo si dichiara omosessuale e chi risulta lavorare come poliziotto viene escluso dalle strategie di attivismo. Il sostenitore medio s’identifica con un’elementare prerogativa: ha meno di cinquant’anni e non ha una casa di proprietà, assioma definitivo di americanità classica. Insomma: “giovani elettori cercasi”, nel tentativo di coinvolgere finalmente gli ultimi arrivati nella questione politica, troppo a lungo marginalizzata negli interessi degli under 30, ma adesso collocata in primo piano attraverso le mobilitazioni per le grandi crisi internazionali. Ne discende il profilo del millennial informato e in mobilità discendente, non certo dell’operaio sindacalizzato.
I sondaggi nazionali confermano questa geometria anche sui grandi numeri: secondo Pew Research, solo il 32 per cento dei democratici apprezza i leader che si definiscono socialisti democratici, e chi li apprezza è bianco (il 40 per cento, contro il 21 per cento dei neri e il 20 degli ispanici), giovane, laureato (41 per cento contro il 26 dei non laureati) e di reddito medio-alto (40 per cento contro il 24 delle fasce basse). Siamo ben lontani dalla coalizione che Bernie Sanders aveva costruito nel 2020, quando si affermava tra i bianchi senza laurea e raccoglieva più consensi tra i latinos che tra i neri: il socialismo americano di oggi, cresciuto in visibilità, si è ridisegnato in composizione.
La distanza salta all’occhio sui temi. Solo la metà della working class ritiene che licenziare o sfrattare una persona trans sia illegale, contro l’82 per cento dei laureati di sinistra; e “tassare i ricchi” compare tra le prime dieci priorità solo per i laureati bianchi di sinistra, non per gli elettori operai, che restano diffidenti verso l’espansione dello stato sociale e affezionati a un’etica del merito. La piattaforma del gruppo, con un afflato vagamente leninista, arriva a parlare della necessità di “coltivare una coscienza di classe”. Di fatto a Los Angeles la sezione locale DSA è passata dai mille iscritti nel 2018 a oltre cinquemila, e controlla quattro dei quindici seggi del consiglio comunale. In California il gruppo ha appena espresso, con Oliver Ma candidato a vicegovernatore, il primo endorsement dichiaratamente socialista per una carica statale. A Pittsburgh, Pennsylvania, il caso di Summer Lee è parzialmente diverso: in un distretto post-industriale, più povero e più operaio della media urbana progressista, Lee è la prima donna nera a rappresentare lo stato al Congresso, però come voce del moderato Working Families Party, un sott’ordine democratico che, rispetto al DSA, ha una base che somiglia di più alla classe lavoratrice reale che dice di voler rappresentare. A San Francisco, poi, i limiti di questa espansione saltano all’occhio: a sindaco è stato eletto il moderato Daniel Lurie, a riprova che neppure la città-simbolo della sinistra californiana sia terreno acquisito per i DSA.
C’è già chi azzarda un confronto tra DSA e Verdi europei, perché il ritratto tipico dell’elettore verde – giovane, laureato, urbano, di reddito medio-alto – somiglia a quello del simpatizzante socialista americano: entrambi appartengono a quella che i politologi chiamano la “nuova classe media”, persone con abbastanza sicurezza esistenziale da potersi permettere cause di lungo periodo. I Verdi hanno avuto la loro ondata (il picco alle Europee del 2019) seguita dal ridimensionamento delle Europee del 2024, dove hanno perso otto seggi in Francia e nove in Germania, complice il crollo del tema del clima a fronte di inflazione, guerra in Ucraina e crisi energetica e con la contemporanea avanzata delle destre populiste. C’è però una differenza: i Verdi europei corrono come partiti a sé in sistemi proporzionali, condannati a restare una forza minoritaria permanente. Il DSA a Washington siede già al Congresso, sia pure con una manciata di seggi sugli oltre duecento del gruppo democratico alla Camera. La loro è una strategia di occupazione più che di secessione, e per questo l’ipotesi di una nomination presidenziale DSA per il 2028 (Alexandria Ocasio Cortez?) non è oziosa come potrebbe sembrare.
E’ vero che i DSA possono crescere solo fin dove il Partito democratico è disposto a lasciarsi occupare. Ma con il sistema elettorale d’oltreoceano, a un candidato presidenziale basta che la propria minoranza sia abbastanza organizzata e motivata da decidere le primarie in un paio di stati-chiave. E’ il meccanismo che ha funzionato a New York, tramite il quale il DSA scommette su una scalata fino a un successo elettorale nazionale. Ma intanto c’è il test di novembre. Ancora oggi appare improbabile che l’elettorato democratico alla fine decida di allinearsi con certi snobismi socioculturali della proposta DSA, trovandoli compatibili col tradizionale pragmatismo americano. Ma è un fatto che, complice l’emergenza psicologica provocata dal secondo mandato Trump, una visione socialista non sia mai arrivata così vicina al punto di potersi rendere effettivamente competitiva. Se alla fine dovesse sgretolarsi e l’America si confermasse per ciò che sospettiamo sia irreversibilmente diventata, la stagione newyorchese rischia di restare quello che di norma sono le estati: un episodio caldo e memorabile, seguito da autunni inaspettatamente freddi e pungenti.