Così Kyiv ha costruito la colonna vertebrale della sua Difesa

"Agli europei possiamo offrire tutto, anche i nostri errori", dice Ihor Fedirko, gestore del Consiglio ucraino per l'industria della difesa (Ucdi), un'organizzazione che riunisce le aziende chiave nel settore privato della difesa dell'Ucraina. I punti forti di Mosca. L'Ucraina dietro ai rimpasti

5 AGO 26
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Ihor Fedirko

Kyiv, dalla nostra inviata. A un primo sguardo la sede del Consiglio ucraino per l'industria della difesa (Ucdi), un'organizzazione che riunisce le aziende chiave nel settore privato della difesa dell'Ucraina, appare spoglia dei dettagli di un'istituzione militare. Eppure è questo il posto in cui l'industria della difesa dell'Ucraina si rivoluziona, diventa rifornimento per l'esercito e affari per il paese. C'è odore di caffè caldo, nessuna divisa, soltanto la foto di qualche drone richiama l'attenzione su cosa davvero si crea in queste stanze, che potrebbero sembrare un ufficio qualsiasi con una sobria dose di attenzione al mobilio: scrivanie in legno, divanetti, profumi per l'ambiente in bagno. In queste stanze si forgia la colonna vertebrale dell'industria della difesa di Kyiv, pensata per sopravvivere a scossoni politici, rimpasti, delusioni, e la gestione è affidata a un esperto spigliato, che parla come un filosofo della guerra. Ihor Fedirko arriva puntuale, in maniche corte, bicipiti e tatuaggi di cosacchi in mostra, sbucando da una porticina laterale. Si svela subito: "Provengo da una famiglia di militari, sono cresciuto in questo ecosistema e ho deciso di continuare a dedicargli la mia vita. Ho sempre avuto a che fare con le armi e con l'esercito, sono un capitano in riserva, fino al 2012 sono stato nelle Forze speciali" e poi ha deciso di continuare a lavorare con la difesa.
"Sì, rappresenta tutta la mia vita", ripete. Fedirko parla da appassionato e mai da esaltato, vive immerso in tutte le questioni più importanti dell'industria bellica del suo paese, ne conosce i finanziamenti, le pecche, i segreti e pure la storia. "Sul mio profilo Facebook ho una foto del 2015 – era già iniziata l'invasione russa dell'Ucraina, la Crimea era stata annessa illegalmente e nel Donbas le sedicenti repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk combattevano sostenute dall'esercito russo – Nella foto c'è immortalato un momento della guerra che ora sembra lontanissimo: insegnavamo a una brigata a usare i droni. All'epoca anche i più grandi pionieri, anche chi sosteneva le innovazioni, pensarono che i droni fossero più un oggetto d'arte che un'arma".
"Oggi – prosegue Fedirko – i droni sono diventati irrinunciabili e abbiamo perso molto tempo senza accettare che si trattava di tecnologia rivoluzionaria". I droni hanno cambiato tutto, ucraini e russi si rincorrono e la guerra è diventata una lotta continua anche all'innovazione e all'adattamento. "Quando i russi inventano qualcosa di nuovo, noi sappiamo che dobbiamo correre per trovare la soluzione. Oggi sono più di semplici velivoli kamikaze, sono delle piattaforme che possono minare, fare manovre sul campo e imparare a evitare i nostri intercettori. Noi osserviamo la situazione e prepariamo la soluzione che deve però prevenire anche le prossime mosse del nemico, altrimenti è tempo perso perché mentre noi creiamo loro stanno già lavorando a qualcosa di nuovo". Fedirko riassume agilmente la situazione dicendo che ucraini e russi giocano al gatto col topo e sul campo di battaglia questo si traduce in una situazione sostanzialmente stabilizzata, "che di solito porta tutti a fare la considerazione naturale che i prossimi passi dovrebbero essere diplomatici", ma non è il messaggio che arriva da Mosca, che si prepara ad altra guerra, pensando che ogni inverno sarà quello buono per la resa degli ucraini o per lo sfondamento al fronte: finora si sono accumulati quattro inverni, in cui Kyiv ha rivoluzionato molte cose inclusa la sua industria della Difesa.
"Sicuramente il nemico ci motiva molto ad aumentare la nostra capacità di produzione. La richiesta delle nostre Forze armate cresce sempre e se prima del 2022 il settore privato della difesa dell'Ucraina era molto più piccolo e lo stato si basava su una produzione industriale post sovietica, oggi abbiamo più di 1.600 società e oltre 1.400 sono private, un ecosistema molto grande che è stato possibile costruire soltanto una volta cambiata la legislazione". Fedirko insiste molto sulla prima lezione che gli ucraini hanno imparato: la velocità, senza la quale nessun cambiamento sarebbe stato possibile. Il ritmo ha costruito le capacità belliche del paese: "Abbiamo messo insieme società, ingegneri, abbiamo chiesto di agire veloci parlando direttamente con il fronte. Se inizialmente il processo ha richiesto anni, ora ci si muove in pochi mesi e cresciamo".
Se il primo passo è stato cambiare la legislazione, che è stata resa più snella, "il secondo è stato riadattare il sistema dei rifornimenti: il fronte parla con la manifattura, le truppe scelgono ciò di cui hanno bisogno, con quali armi si trovano meglio e tra il momento dell'ordine e quello della consegna passa il minor tempo possibile. Il terzo punto sono i test: devono essere veloci, devono avere i fondi, perché servono sempre nuove armi che vanno testate. Ora possiamo produrre molto di più di quello che il governo può dare". Secondo Fedirko il sistema della difesa dell'Ucraina è diventato un modello, crescono gli accordi, ma Kyiv ha ancora qualcosa da chiedere ai suoi alleati. "Noi abbiamo l'esperienza che è un'occasione anche per le industrie della difesa degli altri paesi. Agli europei serve applicare le proprie tecnologie e quello che diciamo, cinicamente, è: venite a farlo qui, abbiamo le informazioni che vi servono ed è anche l'unico modo per imparare a non essere dipendenti dagli Stati Uniti". Sul fronte si procede per tentativi, è naturale che tutto quello che in Europa rimane al livello di studio, in Ucraina può trovare la messa in pratica, "per questo abbiamo proposto il progetto Freyja, che potrebbe diventare lo scudo di tutti gli europei, ma va adattato a ogni sistema. L'Europa non funziona come un paese solo, ma come ventisette, ventisette sistemi diversi, quindi serve tempo, serve semplificazione".
In questo momento i sistemi di difesa dell'Europa non offrono una produzione sufficiente alla completa scala delle moderne minacce balistiche, le compagnie cercano di riadattarli e l'Ucraina, che ne ha bisogno ora, rimane quindi legata all'idea di iniziare a produrre i sistemi Patriot in casa. Il presidente americano Donald Trump aveva detto di essere pronto a cedere la licenza per la produzione a Kyiv, ma ora gli Stati Uniti temporeggiano dicendo che servirà del tempo anche soltanto per scrivere un accordo. L'Ucraina aspetta il prossimo passo avanti; il ballo, prima con le remore e ora con gli umori americani, rimane complesso e convulso per gli ucraini. "Ottenere la licenza sarebbe un forte messaggio politico, vorrebbe dire accedere al pantheon degli alleati che possono produrre i missili Pac 3 che servono alle batterie dei Patriot, assieme al Giappone. Una volta ottenuto il via libera politico, si passa alla fase business to business, parlano le aziende. E noi dobbiamo capire chi può accogliere in Ucraina questa produzione, dove; bisogna istruire gli ingegneri e chi assembla e trovare i fondi. Se il progetto partisse ora, si riuscirebbe a effettuare alcune operazioni di assemblaggio per la fine del 2027" e, malgrado il culto necessario della velocità, varrebbe la pena attendere.
E l'Ucraina ha imparato anche ad attendere, al punto che si è ritrovata a dovere dare consigli agli altri: non andate di fretta. "Quando i paesi mediorientali si sono rivolti a noi in seguito agli attacchi iraniani, volevano subito una soluzione. Abbiamo spiegato che si trovavano davanti a una guerra che sarebbe andata avanti a più ondate e produrre solo in base a quello che vedevano sarebbe stato inutile. Quel conflitto ha mostrato che abbattere i droni con i Patriot è insostenibile, noi avevamo rimedi già pronti, ma da integrare negli ambienti mediorientali. In medio oriente lavoriamo con paesi che hanno fondi e volontà politica, ma l'abbattimento degli Shahed varia di scenario in scenario e i governi con cui abbiamo stretto degli accordi puntano a un elevato grado di localizzazione e desiderano che una parte sostanziale della produzione avvenga sul loro territorio, dobbiamo quindi capire come installare e duplicare la nostra produzione, non si tratta soltanto di dare tonnellate del nostro materiale, ma abbiamo spiegato che le soluzioni semplici spesso non sono all'altezza degli adattamenti che la guerra richiede e l'Iran trae lezioni dalla Russia, che sa bene come adattarsi". Essere in medio oriente per gli ucraini vuol dire anche mettere il piede in territori abituati a collaborare con Mosca ma in medio oriente si consuma anche una delle delusioni di Kyiv: "La cooperazione con Israele è rimasta più limitata di quanto avessimo sperato".
Tutto quello che l'Ucraina sa l'ha imparato a sue spese, la colonna vertebrale della Difesa di Kyiv si regge anche sugli errori e l'invito che Fedirko rivolge agli altri, in modo particolarmente accorato agli europei, è: imparate dai nostri errori. "E' difficile accettare che questa guerra dei droni sia arrivata e molte delle tecnologie su cui i paesi hanno investito non sono più efficaci. In molti non stanno cambiando la propria dottrina militare, riproponendo, per esempio, gli stessi errori della Seconda guerra mondiale, quando gli europei non erano pronti alle nuove armi della Germania nazista. Oggi la Russia ha ottimi droni, buoni missili e una capacità immensa di reclutare uomini. Ha anche una portata di produzione infinitamente più grande di quella che gli europei hanno ora e se il vecchio che siede al Cremlino decidesse di cambiare direzione, verso l'Ue, il suo esercito avanzerebbe con rapidità. Noi possiamo offrire tutti i nostri errori, affinché non si ripetano". Fedirko mette in guardia: il nemico non si deve mai sottovalutare, è determinato, ha imparato a essere duttile, innova, ha amici che lo sostengono e che vogliono imparare da lui, e soprattutto non segue la nostra logica.