Esteri
dalla nostra inviata •
Un mare di sberle al putinismo. Sulla prima linea di Odessa
La città scoppia di turisti, di estate e di esplosioni, e per difenderla c’è una flotta di imbarcazioni agili e veloci che entra nel Mar Nero a caccia di droni. Due sfide: i nuovi Shahed e l’offensiva di Mosca contro il grano
4 AGO 26

Foto di Micol Flammini
Odessa, dalla nostra inviata. L’estate è in tutto, stagione sfacciata anche in guerra. E’ negli abiti succinti, nelle fontane da cui sgorga l’acqua che in inverno sono spente, nelle feste per strada, e Odessa dell’estate è regina in Ucraina, lo è sempre stata e non rinuncia al suo ruolo nonostante i missili e i droni che le vengono sparati addosso più volte al giorno da pochi chilometri di distanza. La Crimea che per decenni le ha conteso la corona del sole e del mare è molto vicina e nella penisola che Mosca occupa dal 2014, gli ombrelloni e le spiagge si alternano alle basi militari. Il tempio della vacanza è diventato il bastione dell’invasione che Kyiv dall’inizio dell’estate cerca di isolare dalla Russia. L’operazione sta avendo successo, in Crimea però ci sono ancora armi a sufficienza per minacciare Odessa e lo stesso nella penisola russa di Krasnodar, l’altro lembo di terra da cui partono gli attacchi contro la principale città portuale dell’Ucraina. Per la Russia non è difficile puntare a Odessa e la prima linea di difesa della città, del suo porto e della sua estate, si trova in mare ed è principalmente affidata a una flotta di imbarcazioni rapide, piccole, che entrano in acqua per abbattere i droni prima che i droni colpiscano la terra, identificare le mine che vengono in superficie o compiere azioni di salvataggio. Sono le CB90, la flotta di zanzare, imbarcazioni veloci e agili, che in Ucraina hanno il compito di proteggere la città e anche il traffico, soprattutto di grano che passa via mare. La Russia tenta da sempre di bloccare il porto, farlo vorrebbe dire soffocare Odessa e con lei tutta l’Ucraina. La struttura ha addosso tutti i segni della guerra, fra vetri rotti e muri scalfiti. Quando a Odessa la sirena suona, spesso è perché la minaccia è diretta al porto e chi ci lavora deve trovare l’equilibrio impossibile fra proteggersi e continuare a svolgere le proprie mansioni. Nel solo mese di luglio, la sirena a Odessa e nell’oblast che porta il suo nome è suonata fra le dieci e le diciassette volte al giorno, missili e droni hanno puntato, quotidianamente, a una media di cinquanta obiettivi. Capita che la sirena suoni anche quando le imbarcazioni devono entrare in acqua e iniziare i loro pattugliamenti, allora l’equipaggio attende che la minaccia passi, non può uscire dal porto allo scoperto sotto gli attacchi. La missione di oggi è ritardata di tre ore e mentre si aspetta il permesso di salpare si seguono le notizie e si guardano i video degli attacchi in corso: un drone Shahed ha colpito un edificio residenziale nel quartiere di Arkadia, che dà il nome a una delle spiagge più famose della città.
Le CB90 partono sempre in coppia, due imbarcazioni identiche lanciate dentro al Mar Nero, dove l’Ucraina in questi quattro anni e mezzo di guerra è riuscita a distruggere o allontanare le navi militari di Mosca e non ha mai smesso di combattere contro i suoi droni e i suoi missili. Le zanzare di Odessa si allontanano di circa quaranta chilometri dalla costa, in missioni la cui durata non è mai definita: si torna quando si è portato a termine il lavoro.
Appena ricevuto l’ordine di partire, un militare si posiziona alla mitragliatrice, sporge soltanto la testa, coperta dall’elmetto e dagli occhialoni, nell’equipaggio c’è sempre qualcuno che possa sostituirlo. Il primo a prendere posto è Serhii, Kolja rimane pronto a subentrargli. Le imbarcazioni partono, si lasciano le gru del porto alle spalle. Serhii durante le missioni passa ore dietro alla mitragliatrice, è padre di quattro figli, avrebbe potuto non entrare nell’esercito – gli uomini con tre figli o più sono esentati dalla mobilitazione – ma ha deciso di arruolarsi. Dopo tre settimane di addestramento è stato mandato ad abbattere gli Shahed sulle barche, fa questo lavoro da circa due anni, è abituato al mare: è di Odessa, protegge la sua città. “La situazione cambia sempre”, dice mentre in acqua la barca attende il permesso di lasciare il porto e lui può permettersi di non fissare il cielo. “Ci sono minacce sempre nuove, l’ultima sono i droni jet”, Shahed potenziati su cui la Russia lavora da anni e adesso con la versione Geran-5 hanno raggiunto una capacità maggiore di gittata, di testate e di velocità. “Sono simili a un piccolo missile da crociera e hanno una telecamera”, spiega Volodymyr, addetto stampa della Marina. Dalle imbarcazioni in mare è diventato quasi impossibile colpirli, volano troppo veloci e una volta sorvolato l’equipaggio le condizioni non sono più propizie per abbatterli.
Le imbarcazioni iniziano il pattugliamento quando i cancelli marittimi del porto si aprono, prima dell’invasione entrare e uscire era molto più semplice, adesso l’Ucraina ha piantato una barriera in mare, necessaria contro le peggiori intenzioni di Mosca. Quando le CB90 prendono il largo tagliano il mare e il vento, dall’acqua si iniziano a vedere le spiagge, punteggiate di ombrelloni, di estate, di gente, del movimento di schiamazzi che rende un po’ tutte uguali e invivibili le spiagge sabbiose in agosto, dall’Ucraina all’Italia. Il mare è necessità a Odessa e soltanto gli odessiti ne stanno lontani nei mesi estivi e con orgoglio proclamano il primo settembre, giorno in cui la città si svuota di turisti, il “giorno della liberazione”, una liberazione privata delle spiagge che tornano a essere loro. Dell’equipaggio nessuno guarda la costa che trabocca, sembra di sentire a distanza gli odori di creme solari e gli schiamazzi, l’estate di guerra per i soldati in mare è uguale all’inverno di guerra, si guarda il cielo, si cercano le minacce e vige l’ordine di non sparare mai verso la costa quando si abbatte un drone, “per noi non cambia nulla”, dice il capitano Viking, un nome di battaglia che trova il suo compimento in una lunga barba rossiccia da vichingo. Anche Viking riconosce le nuove minacce, l’ultimo potenziamento dei droni russi è un problema per la flotta: “Sono difficili da abbattere e avendo la telecamera possono decidere di tornare indietro e affondarci”.
Non uno sguardo alla costa, non uno sguardo all’estate, sempre gli occhi fissi sul Mar Nero ucraino, dove i russi non torneranno, ma i loro droni e missili continuano ad attaccare Odessa, che per l’intero paese non è soltanto vacanza, è economia, è grano, è resistenza. C’è una cosa che si nota subito nel porto: le navi portacontainer non sono molte. E non perché la struttura non sia aperta, tutti i porti ucraini lo sono, ma perché le compagnie hanno ripreso a entrarvi con diffidenza dopo che Mosca ha ricominciato ad attaccare le imbarcazioni civili cariche di grano. La stagione del trasporto del grano dall’Ucraina raggiunge il picco fra agosto e ottobre e prosegue a volumi elevati anche nel resto dell’anno, l’immagine del porto vuoto è un allarme: il Mar Nero è il posto delle grandi vittorie e delle immense preoccupazioni. Secondo la Marina, l’incremento degli attacchi alle navi mercantili lungo il corridoio del grano è legato ai successi dell’Ucraina nel Mar d’Azov, dove i droni di Madyar hanno iniziato a estendere le loro operazioni, colpendo le navi di Mosca laddove Mosca credeva di essere al sicuro. Madyar, comandante in capo delle forze dei sistemi senza pilota, ha avviato l’operazione Molochka con l’obiettivo di isolare la Crimea e neutralizzare la flotta ombra di Mosca, riuscendo a colpire in un mese centotrenta navi russe soltanto nel Mar d’Azov. La risposta della Russia adesso correrebbe sui corridoi vitali dell’economia ucraina e non guarda bandiera né nazionalità: colpisce le navi che si avvicinano, indipendentemente da dove provengano. Punta a fare strage di equipaggio e di grano fino a quando le compagnie non smetteranno di entrare nel porto e i depositi di cereali invenduti diventeranno insostenibili per Kyiv. Il peso delle vittorie nel Mar Nero per gli ucraini supera ancora quello dei timori e delle minacce. Sarà l’estate che rende tutto più leggero, ma per il momento il sentimento non è di allarme, ma di studio. La guerra procede con momenti di vantaggio e di svantaggio, viene sopraffatto chi rimane indietro troppo a lungo.
L’equipaggio non guarda la spiaggia, ma la spiaggia guarda queste imbarcazioni veloci che sfrecciano senza sentire le stagioni, imprendibili, sono l’orizzonte della vacanza odessita. “Le onde ci creano alcuni problemi”, ammette Viking che è da quattro anni nella Marina. Si è offerto volontario all’inizio dell’invasione, viene dalla regione di Vinnytsia, molto lontana dal mare, un mondo diverso rispetto a Odessa. Viking però la storia della Marina ucraina l’ha vissuta in momenti importanti, “una delle operazioni che ricordo meglio è quando siamo arrivati per primi sull’Isola dei Serpenti dopo l’occupazione”. I russi hanno occupato l’isola fino al giugno del 2022, l’avamposto nel Mar Nero era divenuto famoso dopo che i soldati russi intimarono ai soldati ucraini di arrendersi e come risposta si sentirono dire: “Nave russa da guerra vaffanculo”. La nave russa in questione era la Moskva, che venne affondata pochi mesi dopo. Quando i russi lasciarono l’isola, Viking fu tra i primi ad arrivarci, “non sapevamo cosa avremmo trovato, non c’era stato ancora nessuno, sentivamo il pericolo”. C’è un’altra missione che Viking ricorda bene, la condivide, è molto recente, risale alla metà di luglio: “Abbiamo compiuto una missione di salvataggio per portare in salvo l’equipaggio dell’Atlas Bay”, la motonave trasportava olio vegetale ed è stata colpita dai droni russi mentre lasciava il porto di Chornomorsk, nella regione di Odessa, ed era diretta in Turchia. Batteva bandiera della Tanzania, era di proprietà turca, i marinai sono stati portati tutti in salvo, tranne il capitano, che era di origini azere.
Odessa ha una sfrenata ossessione per il suo porto, tutto gli gira attorno: la storia, la guerra, l’Ucraina. Il centro della città guarda il porto e dall’alto i passanti non fanno che indicarlo. E’ una calamita, è oggetto di studio, è meta di pellegrinaggio. Odessa che scoppia di turisti, d’estate e di esplosioni, a trenta gradi fra artisti di strada e gente che balla e alza la musica quando sente la sirena, sembra chiedere una pausa fino all’inverno. Ma hanno ragione i soldati a non guardare le stagioni, soprattutto sul Mar Nero: “I russi non torneranno – assicura Viking – e se ci proveranno, se non li fermeremo con le armi, siamo pronti a investirli”. I confini della guerra in acqua sono un gioco di prestigio.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
