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Nella giungla di Kherson. Un reportage dalla città dei sopravvissuti
Un viaggio tra le sue strade con i soldati della 34esima brigata che sanno bene quanto la lotta contro un drone sia questione di carne e di sangue: c’è un uomo dietro alla telecamera che sceglie di ucciderti e ti guarda morire, come è successo a Misha
1 AGO 26

I soldati della 34esima brigata pattugliano le strade di Kherson fra gli abitanti che chiedono indicazioni sulla direzione dei droni (foto di Micol Flammini)
Kherson, dalla nostra inviata. Non è necessario stare in silenzio, il rumore non fa danno alle strade di Kherson, i droni non ascoltano, i droni vedono. Quindi bisogna nascondersi, passare sotto agli alberi, parcheggiare sotto agli alberi, riposare sotto gli alberi. Sembra la giungla, invece è una città, è Kherson, e i ragazzi della 34esima brigata sono i suoi occhi e le sue orecchie. Si aggirano per le strade con i fucili in mano, parlano con gli altri gruppi di soldati dislocati in altri angoli, come loro nascosti sotto gli alberi, condividendo informazioni: il drone è passato, il drone ha colpito, il drone è stato abbattuto. Tutti seguono i droni, o con gli occhi o con le orecchie o con il Chujka, il gabbiano, il rilevatore portatile per i velivoli fpv. I soldati controllano la traiettoria, si passano informazioni. L’obiettivo è abbattere i droni prima che i droni abbattano loro o si scaraventino contro civili a piedi, in bici, in macchina o contro un’abitazione. Il drone russo che entra nel territorio di Kherson segue una regola: colpire e non tornare mai indietro. Ovviamente è il pilota, il soldato che sta a chilometri di distanza e fa volare il drone che sceglie cosa colpire. Vede tutto, conosce i volti dei difensori di Kherson e il loro stemma, una lince dal pelo arruffato; li vede morire e, nel momento prima che il drone esploda, vede quando i soldati ucraini cercano di neutralizzarlo, “come è successo a Misha ieri, ha sparato fino all’ultimo”, e attraverso il drone in fibra ottica che lo ha ucciso, un soldato dall’altra parte del fronte lo ha guardato morire.
Il simbolo della 34esima è una lince dal pelo arruffato, Iuri, Koplja e Serhii pattugliano ogni giorno le strade di Kherson per abbattere droni
E’ la parte in carne e ossa della guerra dei droni, che non è fatta soltanto di distanza, plastica, Starlink, telecamerine, motori, ma molto di sangue, è tutto fuorché a costo zero, e nessuno lo sa bene come la 34esima brigata. Serhii cammina spesso per le strade di Kherson, è armato del fucile per abbattere i droni, conosce molto bene la città, ci ha studiato, l’ha vista prima che i russi arrivassero a distruggerla. Cammina tranquillo, non è lui lo specialista dei droni e inoltre in questo periodo si distrae con facilità: a breve arriverà la licenza, trascorrerà qualche settimana in Italia, a Bergamo, “certo che i treni da voi sono cari”, dice. I veri specialisti sono Iuri e Koplja, che ci aspettano sotto gli alberi in un punto della città. Si sente un’esplosione molto vicina: “Vi aveva visti”, dice Iuri riferendosi a un drone che aveva seguito il nostro arrivo, si era interessato a noi prima che scomparissimo veloci e inconsapevoli sotto alle fronde degli alberi. Il pilota russo dall’altra parte del fronte aveva allora rinunciato a noi e si era messo a cercare altro, con gli occhi fissi sulle strade abitate. La ricerca è durata poco, in breve tempo non ha visto più nulla e il suo velivolo è stato abbattuto prima che potesse rispettare la sua regola di progettazione: colpire. Iuri è altissimo, “il più alto e il più saggio. Lui sì che ha la risposta a ogni domanda”, scherza Serhii. Iuri sa tutto davvero, è la memoria di ogni abbattimento. Sembra un’antenna per le strade della città, a un certo punto scompare, torna con in mano un drone russo in fibra ottica abbattuto poco prima. Nelle sue mani pare un giocattolino minuscolo, troppo piccolo per fare male, troppo simile a un gingillo per essere letale. Invece uccide e pesa anche parecchio, ma Iuri la guerra la porta così, come un’abitudine, senza esaltazioni, lui è qui, a Kherson, spara se vede un drone. Koplja è un nome di battaglia, vuol dire goccia. Il soldato rossiccio e dalla faccia tonda e simpatica stringe fra le mani il Chujka, è l’addetto a comprendere questo attrezzo che segnala l’arrivo di alcuni tipi di droni, purtroppo non di quelli in fibra ottica. Koplja ascolta il Chujka, se qualcosa non gli torna parla con le altre squadre dislocate per la città: il rilevatore sbaglia, i compagni no. Non tollera l’elmetto in testa, lo toglie appena può, lo rinfila quando Serhii lo rimbrotta: “L’elmetto!”. Serhii bada alla forma, è parte del suo mestiere, della brigata è il portavoce.
Le squadre dislocate a Kherson non rimangono ferme in un punto della città, ad attendere sotto le fronde degli alberi, seguono dei percorsi durante la giornata, pattugliano, non aspettano che il drone vada da loro, anche loro vanno dai droni. Iuri inizia a camminare davanti a tutti, difficile stargli dietro con quel passo lungo, è seguito da Koplja con il suo Chujka, e per ultimo Serhii, che si guarda attorno. Negli ultimi giorni i droni hanno bruciato un parchetto in centro, c’è un ristorante abbandonato, ci sono i giochi per i bambini, “lì dietro c’era la mia università”, indica Serhii, studiava giornalismo. A Kherson si parla al passato, molto “era”, poco “è” ancora. Il ristornate era, il parcogiochi era, l’università era. La guerra è. Nessuno mette più piede nel parchetto, soltanto i soldati fanno le loro ricognizioni, i civili che vivono nella zona procedono a passo svelto perché gli alberi sono stati bruciati e le reti antidroni qui non ci sono, si è troppo esposti, non è più un parco, è diventato un poligono. Gli abitanti di Kherson vivono il rischio senza neppure domandarsi più cosa sia. Sapere che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo non è neppure un pensiero che fanno, vivono, camminano nella giungla cittadina, c’è anche chi si siede sulle panchine. Della paura a Kherson non si parla, è un sentimento che si vive e basta.
Tutti salutano i soldati, con un cenno, senza parlare, si parla quando si ha qualcosa da chiedere. “Cosa hanno colpito?”, sulla rotonda che porta in centro è stata colpita una macchina in corsa, un passante che ha sentito l’esplosione chiede informazioni, sa che i soldati sanno. Anche i civili vivono con le orecchie tese per identificare i droni, ne sentono il ronzio del motore e iniziano a nascondersi o provano a ignorarlo. A volte segnalano il rumore ai soldati quando li incontrano nella giungla di alberi e reti antidroni. “Ragazzi, di chi è questo?”, domanda un signore indicando vagamente un punto nel cielo, nella missione fantasiosa di indicare un suono. “Questo è nostro”, dice Koplja e quel nash, nostro, è un aggettivo che qui in Ucraina porta speranza e rassicurazione. E’ la parola magica, è il contrario della paura, è un suono dolce. Tutto ciò che risponde alla prima persona plurale tranquillizza, accoglie. L’Ucraina dal 24 febbraio del 2022 è un “noi”, e qui a Kherson lo sanno bene dopo aver vissuto per otto mesi sotto occupazione, conoscono alla perfezione la sensazione di salvezza che si prova a essere riaccolti dai “nostri”, hanno provato il senso di leggerezza quando si diffuse la notizia che i “nostri” stavano arrivando a liberare la città e il nemico era stato allontanato. E’ un coro di “noi”, “nostri” contro “loro”, quelli dall’altra parte del fiume Dnipro, che vedono attraverso i droni, che guardano morire a distanza come hanno guardato morire Misha.
Alla fine del parco c’è una panchina, c’è poggiata sopra una giubba militare. E’ logora, bucherellata. Sembra essere lì da mesi, è stata poggiata invece soltanto il giorno prima, quando Misha è morto. Il suo sangue è ancora a terra, una pozza rappresa assieme al terriccio. Oggi fa caldo a Kherson, non è arrivata la pioggia a lavare le tracce della morte del ragazzo e i suoi commilitoni sembrano preferire così. Continueranno a passare davanti agli ultimi momenti di Misha, gli ultimi spari, gli ultimi tentativi di abbattere il drone. Vogliono vedere quello che rimane di questa sua lotta generosa contro il nemico a distanza. Osservano la giubba, osservano la pozza di sangue, osservano la morte. La contemplano. “Prendeva la missione con molta serietà, è rimasto a sparare al drone fino all’ultimo”. Fino a quando non è gli è esploso addosso. In terra c’è il drone o quel che ne resta ingarbugliato nei fili di fibra ottica. Misha non si era accorto del suo arrivo, i droni in fibra ottica non fanno rumore e nemmeno il Chujka li può identificare. Aveva iniziato a sparargli addosso, ma era troppo tardi. “Guarda i fili – dice Iuri – non si rompono se li tiri. Per tranciarli devi fare così”, e inizia a formare un anello con il filo, ne porta in giù una delle due estremità fino a quando non si spezza.
Dopo il parco si arriva al fiume, si sente lo scorrere del Dnipro ma non si vede. Nel novembre del 2022, quando gli ucraini liberarono Kherson, i russi si posizionarono sull’altra sponda e il fiume è diventato inaccessibile. Da quel momento, Mosca ha deciso che Kherson doveva essere distrutta, ha buttato giù il municipio, ha colpito le chiese, anche quella da cui i soldati, prima di ritirarsi, portarono via le spoglie di Grigory Potemkin, l’amante della zarina Caterina II, mandato a fondare la Nuova Russia, ha attaccato il teatro, il mercato, le scuole vuote. Ogni simbolo della città, della vita culturale, religiosa e cittadina è inaccessibile. I droni arrivano, volano sfiorando l’acqua per non essere intercettati, appena finito il Dnipro si alzano, all’improvviso. Inizia la caccia, a volte è un agguato. Le zone più vicine al fiume sono quindi le più pericolose, per i soldati è fondamentale pattugliarle perché prima vengono abbattuti i droni, più vite si riescono a salvare. Iuri è sempre il primo della fila, camminiamo lungo una strada sterrata. La panchina di Misha è ormai alle spalle, ma la zona è sempre quella a ridosso del Dnipro e lui, l’antenna dei ragazzi della 34esima brigata, per primo sente che sta passando un drone. Fa cenno di cercare un posto rifugiato, l’unico è un albero un po’ dimesso. “Veloce, veloce”, si tiene pronto per prendere la mira. Il drone non ci vede, il soldato di Mosca non sa che siamo lì, Koplja segnala ai compagni dislocati in altri punti della città la direzione che il velivolo sta prendendo.
Le loro comunicazioni sono uno scudo di protezione, una cupola che segue le traiettorie, i soldati della 34esima sono la rete sotto la rete antidroni che non riesce a coprire tutta Kherson. Si sente un ronzio, le orecchie si abituano con facilità al segnale di pericolo, scattano per prime. “Nash, nash”, rassicura Koplja, pronunciando l’aggettivo magico. Ci lasciamo sorvolare dal “nostro” drone che vola alla ricerca di suoi simili da abbattere. “A volte basta la direzione per capirlo, i loro non volano mai verso il fiume, non tornano mai a casa. I nostri invece vanno a cercarli e si muovono ovunque”, Koplja sciorina con timidezza la sua sapienza, poi raccoglie anche lui un filo di fibra ottica dalla strada, Kherson ne è piena, e mostra, come aveva fatto Iuri poco prima, come si spezza. Sarebbe poco gentile far capire che il trucco è stato già svelato e, dopotutto, osservare come si fa per la seconda volta non è neppure noioso.
“Di chi è?”, chiede un passante riferendosi al ronzio. “E’ nostro”, dice Koplja. E “nostro”, “nash” è ormai una parola magica in Ucraina
“Conosci il caffè Verona?”, chiede Serhii, forse sempre pensando alle sue vacanze in Italia. “E’ bello. Dentro ha anche le maschere veneziane”. Camminando per le strade di Kherson è difficile cogliere il nesso fra il tragitto armato che stiamo compiendo, i droni a cui dare la caccia e che ci danno la caccia, le esplosioni continue e un qualsiasi caffè Verona, di cui esisteranno mille esemplari in giro per il mondo. Il nesso invece è fisico, un caffè Verona si trova anche a Kherson e, fra i palazzi colpiti, fra gli abitanti che chiedono indicazioni sulle traiettorie dei droni, dopo ore trascorse a parlare soltanto di fibre ottiche, brigate, reti di protezione, ci si sente quasi impreparati a scoprire che il caffè Verona di Kherson non appartiene alla categoria dell’“era”, come il parcogiochi bruciato o l’università di Serhii distrutta, ma dell’“è”. Il Caffè Verona “è”, si trova molto vicino al fiume, ha anche un dehors sotto una tettoria di legno con qualche sedia e Iuri, con una fierezza che buca la sua impassibilità, si avvicina alla porta di un posto che pare chiuso. Invece la apre pregustando l’effetto sorpresa: “E’ aperto!”.
Il drone russo sfiora l’acqua del Dnipro, poi si alza all’improvviso e inizia la caccia seguendo una regola: colpire e non tornare mai indietro
Dentro è tutto scuro, piccole lampade da notte illuminano solo i tavoli lontani dalle finestre, le sedute sono in legno, ai muri pendono delle maschere veneziane perfette, senza effetto posticcio; il barista sorride da dietro al bancone, muovendosi attorno alla sua scintillante macchina per il caffè. Conosce ormai benissimo Iuri, Serhii e Koplja, ha la barba lunga, curatissima, re di un cantuccio hipster ritrovato a Kherson. Lungo le pareti ci sono buchi e bruciature, i droni non hanno risparmiato il caffè Verona e il barista da qui non si è mai mosso. “Ero aperto anche durante l’occupazione, i russi venivano, volevano pagare in rubli e io i rubli non li volevo. Dopo un po’ è iniziato a mancare tutto”, racconta senza tragedia o commozione, come se stesse rammentando una giornata qualsiasi, finita, neppure degna di troppe parole. “Il latte, per esempio, non riuscivamo più a comprarlo e abbiamo iniziato a prenderlo direttamente dai contadini”. Sconsiglia di sedersi vicino alle finestre, il buio è protezione e in questo angolo a lume di candele bisogna sentirsi al sicuro. E’ una dimensione irreale, una Verona immaginata, poi si riapre la porta e si torna a Kherson, a camminare sotto gli alberi, sotto le reti, fra gli spari, fra le esplosioni, dove ogni passo è un azzardo, ma bisogna farlo, perché a Kherson si vive, si beve il caffè, si va a fare la spesa con la morte che ti guarda dall’alto e la vita è una medaglia che si dona ai sopravvissuti.
“Vi aveva visti”, dice Iuri, il più alto e il più saggio del gruppo, parlando di un drone esploso poco dopo. Ogni passo è un azzardo
Iuri e Koplja restano, il loro giro è finito, ne cominceranno un altro, ma il loro posto è Kherson. Per andare via dalla città dei sopravvissuti bisogna guidare molto veloce, alla velocità di un’autostrada dentro al centro cittadino, per seminare droni e ripensamenti. Una delle immagini che salutano chi arriva o esce da Kherson è la foto gigante di un soldato che stringe un’anguria, la prelibatezza della regione. Per le strade fuori della città, quando finiscono le pompe di benzina ridotte in cenere fino a Mykolaïv, è pieno di contadini, i lati della carreggiata straripano di angurie. L’estate nel sud dell’Ucraina ha un sapore ben definito per festeggiare la sopravvivenza. “L’anguria femmina è più dolce”, dice una contadina mentre cammina a piedi nudi fra i frutti accatastati nel suo camioncino, cercando i segni della femminilità sulla buccia verde scuro. Anche lei è sopravvissuta, lo sono tutti lungo questa strada.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)
