Esteri
l'isola contesa •
Il fucile puntato di Trump sulla Groenlandia
Il presidente americano rilancia la sua idea di mettere le mani sull'isola artica perché ne ha bisogno "per la protezione del mondo". Cosa c’entrano le terre rare e quando i leader europei hanno scelto di entrare in un rapporto di forza con gli Stati Uniti. Le mire di Russia e Cina
9 LUG 26

Al vertice Nato di Ankara la premier danese Mette Frederiksen sulla Groenlandia è stata, ancora una volta, chiara: gli Stati Uniti devono rispettare l'integrità territoriale e la sovranità del Regno di Danimarca. Il presidente americano Donald Trump martedì ha riaperto la questione sull'isola artica che fa parte del Regno di Danimarca, dicendo che dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, ne ha bisogno “per la protezione del mondo”. Già a gennaio, poco dopo il blitz in Venezuela per catturare Maduro, Trump aveva rimesso gli occhi sulla Groenlandia, perché l’America ne ha “bisogno” per ragioni di sicurezza nazionale, “è così strategica”, e in ogni caso Trump non si aspetta una reazione decisa da parte di Copenaghen, “sapete che cosa ha fatto da ultimo la Danimarca per aumentare la sicurezza della Groenlandia? – ha chiesto e ha risposto – Ha aggiunto una slitta per cani”.
Durante il suo primo mandato, Trump parlava di “acquistare” la Groenlandia – 56 mila abitanti su oltre due milioni di chilometri quadrati di una terra ricchissima di risorse energetiche e minerali ambitissimi che gode di autonomia rispetto alla Danimarca ma non per quel che riguarda la difesa e la sicurezza, per le quali è sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica – ma in questo secondo, tragico mandato (che è iniziato da nemmeno un anno) è passato direttamente all’idea di annessione: nel Natale del 2024, suo figlio Eric gli aveva messo la Groenlandia, assieme al Canada e al canale di Panama, in un carrello di Amazon, il suo regalo.
L’isola è sospesa fra Europa e America: fra il suo passato coloniale, le forti aspirazioni indipendentiste del popolo inuii, e le clamorose mire di Donald Trump che vorrebbe fare dell’isola il 51esimo stato dell’Unione. Tre ore di fuso orario dividono Nuuk da Bruxelles e da Washington ed è proprio nelle due capitali del vecchio e del nuovo continente che il governo locale ha aperto negli anni scorsi le sue due prime “ambasciate”, embrione di una rete diplomatica fondamentale per creare le condizioni di una piena futura sovranità. Geograficamente “americana” e storicamente “europea”, l’isola dei ghiacci ed ex colonia danese è oggi una “nazione costitutiva” del Regno di Danimarca, e grazie al Self Rule Government Act del 2009 ha conquistato un ampio grado di autogoverno.
La reazione europea
A gennaio l’Unione europea e alcuni leader degli stati membri hanno reagito con tono grave, sollevando la possibilità di usare un bazooka economico contro gli Stati Uniti. David Carretta ha scritto sul Foglio che quando con una dichiarazione congiunta Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito hanno formalizzato la coalizione dei volenterosi per la Groenlandia è stato un momento di "risveglio" per i leader: "Lo strumento anti coercizione dell’Ue può essere potente. Consentirebbe all’Ue di fare del male sul piano economico a Trump. Non è il quasi monopolio della Cina sulle terre rare. Ma anche solo minacciarlo – avviando le procedure di indagine previsto dal suo regolamento anti coercizione – significa entrare in un rapporto di forza con Trump. Può essere usato alla maggioranza qualificata, senza richiedere l’unanimità dei ventisette. Società americane potrebbero essere bandite dal mercato dei servizi o dalle gare di appalto dell’Ue. Ursula von der Leyen e Friedrich Merz avranno il coraggio di farlo?".
Poi, con la decisione di mettere boots on the ground in Groenlandia, per la prima volta, alcuni leader europei hanno scelto di entrare in un rapporto di forza con Trump per scoraggiare il presidente americano dal mettere in atto le sue minacce. La Danimarca ha annunciato l’invio di un comando militare avanzato in Groenlandia poco prima che il suo ministro degli Esteri, Lars Lokke Rasmussen, e quella groenlandese, Vivian Motzfeldt, incontrassero a Washington il vicepresidente, J. D. Vance, e il segretario di stato, Marco Rubio. L’annuncio del primo rinforzo da parte di un altro paese europeo – la Svezia – è arrivato poco dopo l’inizio delle discussioni. Nel corso dell’incontro, le agenzie internazionali hanno battuto in serie le notizie sulla partecipazione di Norvegia, Germania e Regno Unito. Anche Paesi Bassi e Francia hanno reso pubblico l’invio di truppe. Secondo fonti danesi, i responsabili americani sono rimasti sorpresi. Non si aspettavano la mossa europea.
L'Artico è diventato così un test della tenuta atlantica. Il Copenhagen Institute for Futures Studies (Cifs) ha elaborato un rapporto che prova a rispondere a una domanda diventata improvvisamente concreta: come potrebbe evolvere, nel breve periodo, una crisi geopolitica sulla Groenlandia? Nessuno ha la sfera di cristallo: il documento non formula previsioni, ma costruisce solo quattro scenari plausibili, con un orizzonte temporale piuttosto ravvicinato (la fine del 2026), per aiutare decisori e imprese a prepararsi all'imprevisto.
Già prima che Donald Trump accendesse con prepotenza un faro sulla regione artica l’Unione europea ha inserito la Groenlandia nel proprio orizzonte di interesse per le materie prime critiche. Sul Foglio abbiamo ricostruito i progetti principali minerari e di ricerca degli europei sull'isola artica, dalla grafite al molibdeno.
L'interesse per le terre rare è però anche americano: sono utilissime per tutte le nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale agli smartphone, dall’industria eco-energetica alle armi di nuova generazione. Si suppone che sia anche per questo che vari magnati della Silicon Valley abbiano investito diversi milioni di dollari nella KoBold metals.
Secondo Trump, l’area intorno all’isola è importante per gli Stati Uniti ed è circondata da navi cinesi e russe, e al vertice di Ankara il segretario della Nato, Mark Rutte, si è mostrato compiacente, ha detto che “ha assolutamente ragione” nel voler impedire a Cina e Russia di accedere all'Artico. Giulia Pompili ha ricostruito sul Foglio le mire cinesi sull'isola e l'inaugurazione della China-Europe Arctic Express, la prima rotta container-espressa tra Cina ed Europa attraverso l’Artico. Il volto delle mani cinesi sull’Artico è quello di Gao Feng, nominato nel 2016 inviato speciale per gli Affari artici dalla leadership di Xi Jinping. Gao è un diplomatico, inizialmente nominato dal ministero degli Esteri come negoziatore per gli accordi sul clima: era lui a Parigi a rappresentare uno dei paesi più inquinanti del mondo, e i negoziati sui cambiamenti climatici sono stati a lungo il suo lavoro. Poi, dieci anni fa, l’obiettivo della leadership cinese è stato ufficializzato, e i funzionari di Pechino hanno iniziato a definire la Cina un paese “quasi-Artico”, uno status che le ha permesso, nel corso degli anni, di avere delle rivendicazioni d’interesse specifico sulla regione.
Le ultime dichiarazioni di Trump in Turchia mostrano che “il desiderio di controllo sulla Groenlandia” da parte di Donald Trump non è cambiato: gli Stati Uniti stanno cercando di modificare l’accordo militare esistente con l’isola da decenni in modo da garantire la presenza a tempo indeterminato delle truppe americane; vogliono un potere di veto sugli accordi di investimento della Groenlandia in modo da escludere i rivali, come la Russia e la Cina; e stanno discutendo di risorse naturali con Nuuk. Intanto il Pentagono sta portando avanti rapidamente i piani per un’espansione militare, perlustrando la città di Narsarsuaq, nel sud dell’isola, dove c’è un aeroporto che risale alla Seconda guerra mondiale, il porto e gli spazi che potrebbero ospitare truppe americane.









