Esteri
Sconfitte e rivolte nel Regno Unito •
Che azzardo Starmer, che parla di Europa per sopravvivere (anche) alla ribellione nel Labour
Quasi 1.500 consiglieri persi, una fronda senza leader né tempi certi e un errore che ha salvato il premier per caso. Starmer tira dritto su Europa e British Steel, ma la debolezza strutturale resta
12 MAG 26

Il premier britannico Keir Starmer (LaPresse)
Hanno tutti torto e hanno tutti ragione nel Labour britannico, ed è per questo che la loro frustrazione nei confronti della sconfitta elettorale di giovedì scorso alle elezioni locali si riverbera scomposta sul governo di Keir Starmer. I laburisti hanno ragione quando dicono che perdere quasi 1.500 consiglieri è un segnale ineludibile di un partito di governo che non ha dato né risposte né rassicurazioni al paese, rintuzzando un voto di protesta che ha portato i nazionalisti di Reform Uk alla vittoria. Allo stesso modo i laburisti hanno torto quando pensano che sostituire il premier sia una soluzione, ancor più se non hanno nemmeno le idee chiare su chi possa essere il sostituto, quindi sulla proposta alternativa. E così il Labour ribolle di insofferenza, ha iniziato la conta per una sfida a Starmer – servono 81 parlamentari, ora sembra che i rivoltosi siano poco più di 50 – affidandosi alla regia di Catherine West (che era entrata in Parlamento nel 2015, aveva raggiunto un certo potere sotto l’ala di Jeremy Corbyn ma era stata demansionata nel 2017 perché aveva votato a favore di un emendamento che prevedeva la permanenza del Regno dentro il mercato europeo) che ha fatto il giro dei talk show del fine settimana e ieri ha rilasciato un comunicato in cui – dice – ha sbagliato una proposizione, gettando però il suo piano e i suoi improvvisati seguaci nel panico. West voleva cacciare Starmer già in questi giorni, ieri ha scritto che il processo di sostituzione deve essere concluso “a” settembre, levando un bel po’ di pressione sul premier: intendeva dire “entro” settembre, con un premier nuovo di pacca entro il primo del mese, ma ha scritto un’altra cosa. La pressione si è parzialmente allentata e l’errore ha mostrato i limiti di una rivolta che non soltanto non ha tempi certi, ma nemmeno un consenso sul possibile prossimo premier. I nomi sono tre: Angela Rayner, ex vicepremier licenziata, Andy Burnham, sindaco di Manchester bloccato nelle sue ambizioni parlamentari (si deve essere ai Comuni per ambire alla leadership del partito e del governo) dallo stesso Starmer, e Wes Streeting, ministro della Salute con più ambizione che idee. A giudicare dalle tante dichiarazioni di chi vorrebbe una sostituzione in corsa, Burnham è il candidato con il maggior consenso, ma la sua strada verso il vertice è la più lunga.
Keir Starmer, che una strategia l’ha scelta subito ed è quella di andare avanti, ieri ha tenuto un discorso a Downing Street in cui si è sì preso la responsabilità della sconfitta elettorale, in cui ha sì detto che Burnham, se proprio vuole, può candidarsi a una suppletiva (è il partito che decide, non il premier), ma ha soprattutto tirato dritto, sottolineando che una crisi di governo indotta dal Labour adesso sarebbe un regalo enorme alla destra rappresentata da Nigel Farage e dai Tory. Per quanto Starmer non sia un oratore carismatico e per quanto il suo impegno nel cambiamento risulti ripetitivo e quasi inutile, ieri ha detto delle cose coraggiose. La prima è la necessità di un riavvicinamento del Regno Unito all’Europa, in particolare per quel che riguarda la sicurezza ma non solo: è una politica che il premier britannico persegue fin dal suo insediamento – è un “reset” che procede in modo cauto e impacciato – ma ribadirla dopo che gli stessi elettori che avevano votato per la Brexit dieci anni fa hanno votato per l’architetto della Brexit Farage qualche giorno fa ha un che di folle e visionario assieme. La seconda riguarda il salvataggio (tramite nazionalizzazione) di British Steel, che ora è di proprietà della cinese Jingye che voleva chiudere lo stabilimento di Scunthorpe: “E’ un’azienda con un’importanza strategica per la nostra economia e la nostra resilienza nazionale”, ha detto Starmer, che negozia da tempo senza successo con i cinesi, che si trova con i dazi americani sul settore e che così può dire che “un governo attivista” protegge i suoi lavoratori come un interesse nazionale.
Il premier claudicante vuole sopravvivere così a quest’ennesima tempesta, richiama vicino a sé i potenti di un’altra stagione, come Gordon Brown e Harriet Harman, sperando che possano stabilire l’ordine che lui non riesce a creare, e smina il terreno del suo Labour mai stato per lui tanto ostile. Soprattutto Starmer conta sull’eccessiva improvvisazione dei rivoltosi, ma così si condanna a una debolezza strutturale che non è un presupposto promettente per un cambiamento che resta in ogni caso necessario.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi




