Ma c’è davvero tutto questo nei pensieri e nelle parole del Papa? Sì e anche no,
up to a point. In viaggio per l’Algeria,
Leone ha del resto circoscritto: “Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva”. Ma un Papa on our side è un’occasione ghiotta, nel mondo polarizzato. Da un lato, ovvio, ci sono tutti coloro che hanno sempre osteggiato la destra politica religiosa – e certe commistioni tra mondo evangelical e cattolico – che adesso vedono in ogni (“mite”, per carità) bordata di Papa Leone il segnale di un’imminente disfatta dell’Orda d’oro trumpiana (orbaniana, meloniana). Ma questo è il piano più strumentale: il nemico del mio nemico. Da Calenda a Macron a Elly Schlein, il fronte è compatto. Dall’altro lato c’è chi ha sempre considerato l’America, il suo sistema anche valoriale – l’american way of life è stata definita “protestantesimo secolarizzato”, – come lontano dal cattolicesimo, anzi opposto. Lucio Brunelli su Avvenire ieri ha tratteggiato bene le radici antiche del conflitto (il riconoscimento diplomatico tra Stati Uniti e Santa Sede è avvenuto nel 1984, epoca Wojtyla-Reagan). La diffidenza è tornata e cresciuta con la nuova onda evangelical, il tempo delle guerre al terrore. Oggi queste posizioni forzano la propria lettura in chiave politica: quasi il Papa fosse davvero il katéchon che fa da argine all’Anticristo. O il punto d’equilibrio di una nuova visione in cui la Chiesa è all’opposizione della civiltà-religione occidentale. Basta leggere padre Antonio Spadaro, ormai interprete ufficioso della geopolitica leonina, che ieri su Repubblica interpretava il senso delle parole del Papa “come atto politico” contro Trump. “Leone ha colpito il suo impianto morale – e quello con precisione chirurgica: è entrato nel buco nero della retorica della deterrenza, dell’eccezionalismo nazionale”. Del resto nel 2016, albori del primo Trump, Spadaro firmò sulla Civiltà Cattolica con il pastore presbiteriano Marcelo Figueroa un saggio su “Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico” in cui attaccava quello che chiamava “ecumenismo dell’odio”. Spiegavano come nel pensiero del Papa ci fosse una presa di distanza netta dall’occidente inteso come orizzonte del cattolicesimo: “Francesco intende spezzare il legame organico tra cultura, politica, istituzioni e chiesa. La spiritualità non può legarsi a governi o patti militari”. Un altro interprete della lettura politica del ruolo di Leone, lo storico della Chiesa Massimo Faggioli, ha scritto: “Non si può più fingere che si tratti soltanto della crisi di un sistema politico. Questa crisi americana, tradottasi anche in una crisi dei rapporti con il Papa e con il Vaticano, è una crisi nazionale di civiltà”. Insomma il Papa in questa fase convulsa può e deve riprendere il ruolo di guida anche politica: se non un federatore giobertiano, un rivoluzionario dossettiano americano capace di cambiare la Chiesa per cambiare la politica, o viceversa. Forse un po’ troppo, forse al di là dei pensieri di un Papa americano sì, ma soprattutto agostiniano, che conosce bene le differenze tra la città terrena e la città di Dio.