"Meloni non vuole aiutarci nella guerra. Sono scioccato", dice Trump. Tutti gli altri no che hanno indispettito la Casa Bianca

Dall’Iran ai dazi, dalla Groenlandia al Papa: più che degli strappi, una sequenza di prese di distanza che raccontano i limiti di un’affinità politica
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14 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:59 PM
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (a destra) saluta il primo ministro italiano Giorgia Meloni durante un vertice di leader europei e mediorientali il 13 ottobre 2025 a Sharm el Sheik, in Egitto (GettyImages)

"(A voi italiani) piace il fatto che la vostra presidente (del consiglio, ndr) non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?", ha chiesto Donald Trump in una telefonata con Viviana Mazza del Corriere della Sera. "Piace alla gente? Non posso immaginarlo. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo". Il presidente degli Stati Uniti dice di non avere ancora parlato con Meloni di questo tema, ma che la premier "dice semplicemente che l’Italia non vuole essere coinvolta. Anche se l’Italia ottiene il suo petrolio da là, anche se l’America è molto importante per l‘Italia. Non pensa che l’Italia dovrebbe essere coinvolta. Pensa che l’America dovrebbe fare il lavoro per lei". Sul Papa, incalza la corrispondente da New York del Corriere, Giorgia Meloni ha detto che è inaccettabile quello che lei ha dichiarato. "È lei che è inaccettabile", risponde Trump, "perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità". Le parole dell'inquilino della Casa Bianca hanno portato anche la principale avversaria della premier, Elly Schlein, a offrirle solidarietà: "Ferma condanna per l’attacco del presidente Donald Trump alla presidente Meloni per avere doverosamente espresso solidarietà a papa Leone. Siamo avversari in quest'aula, ma tutti cittadini italiani e non accetteremo attacchi o minacce al governo e al nostro Paese", ha detto la segretaria del Pd.
Ma, in fondo, è il riemergere di un equivoco. Quello per cui affinità politica dovrebbe tradursi automaticamente in allineamento strategico. Se si mettono in fila alcuni fatti, appare una sequenza di prese di distanza di Giorgia Meloni nei confronti del tycoon che raccontano una postura. Non sempre lineare, ma nemmeno irrilevante.

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Dopo l'attacco di Trump, ieri, al Papa, lo scarto si è fatto ben visibile, benché in un primo momento la dichiarazione di Meloni somigliasse più a una difesa di Leone XIV che a un attacco diretto a Trump, che infatti non veniva nemmeno citato. Salvo poi puntualizzare: "Trovo inaccettabili le parole del Presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa Cattolica ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra".
Lo scarto più sensibile riguarda la guerra. Sull’Iran, Meloni ha scelto una formula prudente: niente ingresso diretto nel conflitto, ma presenza nel Golfo solo “a scopo difensivo”. È una linea che evita lo strappo ma anche il pieno coinvolgimento.
Sull’Ucraina, la distanza è sostanziale. Alla domanda sul fatto che Trump abbia ritenuto Zelensky responsabile del conflitto, Meloni ha risposto che "ci sia stata chiaramente un'invasione, e che l'invasore da quel punto di vista fosse Vladimir Putin e la Russia". Una posizione in contrasto con quella del presidente americano e oggi non banale.
Il dossier Gaza, con il “Board of Peace”, aggiunge un altro tassello sul tema dei conflitti internazionali. In un primo momento Meloni ha valutato seriamente il "no" all'adesione, con almeno quattro ragioni: non poter accettare un organismo che affondi l'Onu, la necessità di passare per il Parlamento, questioni di compatibilità con la Costituzione (che, all'art. 11, vieta di aderire a organizzazioni dove non c'è parità tra stati) e l'imbarazzo di sedersi accanto a Putin. Successivamente ha deciso che l'Italia avrebbe partecipato come “osservatrice” (insieme ad altri paesi europei) alla prima riunione del board, il 19 febbraio a Washington. Quando Trump ha minimizzato il contributo dei paesi Nato in Afghanistan, anche Meloni ha diffuso un comunicato definendo "non accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei paesi Nato in Afghanistan".
Sulla Groenlandia Meloni ha sottoscritto una dichiarazione congiunta con Macron, Merz, Starmer, Tusk, Sánchez e Frederiksen per dissuadere eventuali iniziative ostili di Trump in Groenlandia. Qui la mossa è in due fasi: adesione alla dichiarazione con altri leader europei, poi con Trump ci si spiega e si tenta di ridimensionare. 
Poi ci sono i dazi. Meloni ha definito l'introduzione dei dazi americani verso l'Ue "una misura sbagliata e che non conviene a nessuna delle parti", aggiungendo di voler lavorare per evitare "una guerra commerciale che indebolirebbe l'Occidente". Definire “sbagliata” la misura di Washington segnala in modo chiaro dove si colloca l’interesse italiano. 
A questo elenco si possono aggiungere altri piccoli scarti, meno vistosi ma non meno significativi: la fedeltà ribadita al perimetro europeo anche quando rallenta i rapporti bilaterali con Washington; la cautela sull’aumento delle spese militari oltre certe soglie; la scelta di non trasformare ogni dossier internazionale in una questione identitaria. Messi insieme, questi no disegnano una figura diversa da quella immaginata (o sperata) da Trump.