Il Leone interventista

 Il Papa condanna esplicitamente le apocalittiche dichiarazioni trumpiane di martedì mattina ma, soprattutto, invita a darsi da fare per spingere il Congresso americano a entrare in gioco in maniera determinante per bloccare le velleità dell’Amministrazione

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8 APR 26
Ultimo aggiornamento: 04:46 PM
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Il Papa parla con i giornalisti all'esterno di Castel Gandolfo (foto Ap, via LaPresse)

Roma. Chissà che stavolta, nel profluvio di analisi su quel che il Papa dice e non dice, tra echi nostalgici del pontificato precedente professati da chi poi subito chiarisce di non essere credente ma di non poter più sopportare la “protervia sionista”, si ammetterà che Leone ha parlato. E lo ha fatto in modo chiaro. In altri tempi, si sarebbe parlato di ingerenza negli affari interni di uno stato sovrano. Martedì sera, lasciando Castel Gandolfo, ha detto di voler rilasciare una dichiarazione. In italiano e in inglese, in modo che nessuno equivocasse (la scorsa settimana le agenzie trasformarono un “ho sentito dire che Trump” in un inesistente “ho parlato con Trump”). Due i punti fondamentali, oltre all’appello per la pace e il dialogo. Primo: “C’è stata questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile”. Secondo: “Vorrei invitare tutti a pregare, ma anche a cercare come comunicare forse con i membri del Congresso, con le autorità, per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace! Siamo un popolo che ama la pace. C’è tanto bisogno di pace nel mondo!”. Il Papa condanna esplicitamente le apocalittiche dichiarazioni trumpiane di martedì mattina ma, soprattutto, invita a darsi da fare per spingere il Congresso americano a entrare in gioco in maniera determinante per bloccare le velleità dell’Amministrazione. 
Leone XIV l’americano, dunque, entra direttamente in gioco nelle dinamiche politiche del suo paese. Un rischio enorme, ma forse calcolato. Sa che anche buona parte del Grand Old Party – soprattutto quella “storica” che ben poco ha a che fare con l’ideologia Maga – non condivide (eufemismo) lo schema seguito dalla Casa Bianca nel vicino e medio oriente e, implicitamente, offre una sponda. Per quanto rilevante possa essere una sponda papale in un paese che il Papa di Roma l’ha sempre guardato un po’ con sospetto, come un attore straniero che deve stare ben lontano dal varcare la mitica frontiera. Forse, chissà, la voce di un Papa di Chicago ha più possibilità di intercettare il sentiment americano.
Ieri, al termine dell’udienza generale, prima di rinnovare l’invito a partecipare alla veglia nella Basilica di San Pietro di sabato prossimo alle ore 18.00, il Pontefice ha detto di accogliere “con soddisfazione e come segno di viva speranza l’annuncio di una tregua immediata di due settimane. Solo attraverso il ritorno al negoziato si può giungere alla fine della guerra”. Un primo segnale a sottolineare che Robert Prevost non sarebbe stato isolato nella sua azione lo si era avuto poche ore prima, quando il presidente della Conferenza episcopale, mons. Paul Coakley, aveva diramato una Nota in cui scriveva che “la minaccia di distruggere un’intera civiltà e il deliberato attacco alle infrastrutture civili non possono essere giustificati moralmente. Esistono altri modi per risolvere i conflitti tra i popoli. Invito il presidente Trump a fare un passo indietro dal precipizio della guerra e a negoziare un accordo equo per il bene della pace, prima che si perdano altre vite”. Un paio di giorni prima, il suo predecessore alla testa dell’episcopato nonché ordinario militare, mons. Timothy Broglio, diceva che l’operazione contro l’Iran non è giustificata: “Penso davvero che sia difficile presentare questa guerra come qualcosa che sarebbe sostenuto dal Signore”. Il vescovo, anch’egli di orientamento solidamente conservatore come mons. Coakley, aveva già pubblicamente escluso che un eventuale attacco alla Groenlandia potesse cadere sotto il cappello della “guerra giusta”, categoria che sepolta sotto il pontificato di Francesco, è riemersa ora che gli Stati Uniti lasciano da parte le pulsioni first e guardano prima al Venezuela, poi alla Groenlandia e quindi all’Iran. Di più, mons. Broglio aveva anche osservato che per i soldati ci sarebbe stata la possibilità di ricorrere all’obiezione di coscienza davanti a ordini non condivisibili. Non sapeva ancora, il vescovo, che perfino il salvataggio del militare disperso in Iran sarebbe stato letto con la lente biblica, tra arditi paragoni con la Resurrezione di Cristo e il fondamento evangelico del conflitto sulle rive dello Stretto di Hormuz.
Quale sarà ora la conseguenza dell’uscita verbale di Leone XIV sull’elettorato cattolico americano, lo dirà già il voto di midterm in calendario il prossimo novembre per il rinnovo della Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato. Donald Trump è tornato alla Casa Bianca anche perché la maggioranza dei cattolici, dopo decenni, ha preferito puntare sul candidato repubblicano anziché su quello democratico. Un consenso labile, a ogni modo, in attesa del mantenimento delle promesse elettorali. E’ arduo pensare che il primo biennio di mandato possa confermare la scelta di quella parte rilevante di elettorato. Al di là di cosa abbia detto il Papa.
Intanto, in un’intervista al trimestrale dell’Azione cattolica, Dialoghi, il segretario di stato Pietro Parolin dice che “molti governi si sono indignati per gli attacchi contro i civili ucraini da parte dei missili e dei droni russi, imponendo sanzioni agli aggressori. Non mi sembra che sia accaduto lo stesso con la tragedia della distruzione di Gaza”. Osservazioni che difficilmente passeranno inosservate all’ambasciata d’Israele presso la Santa Sede.