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Come si è allargata l'armada di Trump in medio oriente
Quali sono le nuove unità di spedizione dei marines che si uniranno ai circa 50.000 soldati americani già presenti nella regione e le perdite subite dall'esercito dopo un mese di guerra all'Iran
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29 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 10:07 AM

Secondo funzionari del dipartimento della Difesa americana, Donald Trump starebbe valutando la possibilità di inviare almeno altri 10.000 soldati da combattimento in medio oriente. Già nelle scorse settimane, dopo l'inizio degli attacchi all'Iran, il 28 febbraio, era stato annunciato l'invio di soldati aggiuntivi nella regione, che potrebbero anche essere coinvolti in un'operazione per conquistare l'isola di Kharg, il principale punto di transito del petrolio iraniano. In questi giorni sarebbero arrivati a bordo della USS Tripoli altri 2.200 marines della 31esima unità di spedizione, insieme alla nave da sbarco anfibia USS New Orleans, mentre sarebbero in arrivo dalla California a bordo della nave d'assalto anfibia USS Boxer altri 2.500 soldati dell'11esima unità di spedizione soprannominata "Orgoglio del Pacifico". Anche il comando dell'82esima divisione aviotrasportata dell'esercito, composta da circa 3.000 soldati in grado di essere schierati ovunque nel mondo entro 18 ore e specializzata negli assalti con paracadute, avrebbe ricevuto l'ordine del Pentagono di dispiegamento in medio oriente.
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Le nuove unità di spedizione dei marines si uniranno ai circa 50.000 soldati americani già presenti in medio oriente – la sola base aerea di al Udeid, una delle più grandi della regione, ospita circa 8.000 soldati americani – che a differenza di questi ultimi operano dal mare e sono addestrate ed equipaggiate per condurre sbarchi anfibi, sono spesso le prime ad arrivare sul luogo di un conflitto, composte da unità di combattimento terrestri con centinaia di fanti, veicoli blindati e artiglieria, elicotteri e aerei d'attacco. Il loro dispiegamento non implica però necessariamente un'operazione di terra: sono unità specializzate anche nel rafforzamento della sicurezza delle ambasciate, nell'evacuazione dei civili e nel soccorso in caso di calamità.
Nelle settimane precedenti all'attacco, Donald Trump aveva ordinato l'invio della sua “big beautiful armada” puntata contro la Repubblica islamica dell'Iran, promettendo agli iraniani che l’aiuto contro il regime stava arrivando. A fine gennaio era arrivato il gruppo da battaglia della portaerei USS Abraham Lincoln, accompagnata da tre navi da guerra equipaggiate con missili Tomahawk, e oltre agli aerei imbarcati sulle portaerei, gli Stati Uniti hanno inviato decine di altri velivoli come i caccia stealth F-22 Raptor e F-35 Lightning, gli aerei da guerra F-15 e F-16, gli aerei per il rifornimento in volo KC-135. Tra metà gennaio e metà febbraio due ondate di aerei d'attacco erano arrivate nella base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, portando il numero totale a oltre 60. Il 24 febbraio 11 caccia stealth F-22 erano stati trasferiti nella base aerea di Ovda, nel sud di Israele.
Sono stati inviati anche un maggior numero di sistemi di difesa aerea Patriot e THAAD: secondo il Washington Post, l'esercito statunitense in un mese di guerra avrebbe lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk, consumando queste armi di precisione a un ritmo "che ha allarmato alcuni funzionari del Pentagono e ha innescato discussioni interne su come renderne disponibili di più". Molti dei missili utilizzati sono stati sparati nei primi giorni dell'Operazione "Furia epica", un funzionario americano ha definito al quotidiano il numero di Tomahawk rimasti nella regione "allarmantemente basso", mentre un altro ha affermato che, senza un intervento, il Pentagono si sta avvicinando al punto di "Winchester", un termine militare che indica l'esaurimento delle munizioni. L'allarme non è stato sollevato solo per i missili da crociera: dallo scorso mese miliardi di dollari di equipaggiamento militare altamente sofisticato sarebbero andati perduti o sarebbero stati gravemente danneggiati: secondo un bilancio dell'American Enterprise Institute, i danni bellici e la sostituzione delle perdite subite nelle prime tre settimane di guerra ammontano a una cifra compresa tra 1,4 e 2,9 miliardi di dollari.
Nata a Roma, all'università tra le tante lingue e civiltà orientali ho scelto il cinese. Grazie a un progetto di doppio titolo ho studiato un anno a Pechino, rapita dal romanticismo delle poesie Tang. Negli anni ho sviluppato un talento particolare per le passioni più costose, collezionando corsi: fotografia, ceramica, poi giornalismo. Dal 2021 lavoro al Foglio, nella redazione (umana) degli Esteri e in quella virtuale del Foglio AI.