Foto di Atef Safadi, Pool Photo via AP, via LaPresse 

analisi in otto punti

Israele: abbiamo un problema ed è tutto interno al sistema politico

Matti Friedman

La crisi più pericolosa degli ultimi decenni sta nel caos che si è creato tra le forze partitiche dello stato, scrive Matti Friedman. L’estrema destra al potere e Netanyahu sempre più distante dalla promessa di sicurezza che lo aveva accompagnato

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Tablet Magazine, tabletmag.com, che ci ha gentilmente concesso i diritti.


 

Punto primo. Israele è una società in crisi e la sua politica è in crisi. Gli ultimi anni di ripetute elezioni e di caos politico, seguiti dalla costituzione del nuovo governo radicale di Benjamin Netanyahu, dimostrano che il sistema politico non è in grado di offrire ai cittadini un modo per progredire insieme, o qualsiasi tipo di visione unificante che abbia senso per la maggioranza della popolazione. La sensazione che si respira nel paese in questo momento, e non solo al centro e a sinistra, è che il sistema politico sia finalmente riuscito a infrangere qualcosa di importante nel legame che ha sempre in qualche modo tenuto insieme le parti, pagando (la maggior parte delle) tasse e (per lo più) servendo nell’esercito, nonostante le politiche che avremmo potuto vedere come troppo di destra o troppo di sinistra o semplicemente mal ponderate.

 

La destra in guerra con i perdenti: “E’ tempo che la sinistra si abitui: non ci interessa più quello che pensate”

 

I vincitori di queste elezioni, i lealisti di Netanyahu e gli alleati settoriali che si sono attaccati alla sua stella, si ritengono in guerra con i perdenti. “È tempo che la sinistra si abitui alla nuova realtà: non ci interessa più quello che pensate”, ha twittato un parlamentare del partito di Netanyahu Likud, riassumendo l’atmosfera generale. La “sinistra” qui comprende quasi la metà della popolazione che non ha votato per questa coalizione, molti israeliani che si definiscono di destra, le persone che pagano la maggior parte delle tasse del paese e forniscono la maggior parte dei nostri soldati, e un partito guidato da due ex capi di stato maggiore dell’esercito nominati da Netanyahu. Nella retorica e nei suoi provvedimenti, il nuovo governo sta chiarendo che non è in cerca di unità, ma di vendetta.

Alcune parti del nuovo apparato statale, compresi alcuni ministri del governo, si ritengono in guerra con altre parti dello stato, in particolare con la magistratura. I nemici principali di questo nuovo governo israeliano sono altri israeliani. Ci sono già stati in passato risultati negativi per il centro e la sinistra. I liberali israeliani hanno avuto a che fare per anni con quel senso di delusione. Ma questa volta è diverso.

 

Itamar Ben-Gvir è un razzista ai margini della destra. Nominarlo ministro per la Sicurezza nazionale è un problema

 

Punto secondo. Il segnale più importante di una vera rottura con il passato è la decisione del primo ministro Netanyahu di nominare un criminale ideologico come ministro responsabile delle forze dell’ordine. La reputazione di Netanyahu nel mainstream israeliano, anche tra coloro che non avrebbero mai votato per lui, si è sempre basata sulla consapevolezza che egli è in definitiva attento e abile nelle questioni di sicurezza. Itamar Ben-Gvir, la cui fazione “Potere Ebraico” ha un totale di sette seggi su 120, è un provocatore razzista ai margini della destra, che di recente era fuori dalla portata anche degli elettori del Likud.

Le sue minacce allo status quo sul Monte del Tempio mettono a rischio i nostri nuovi preziosi legami con parte del mondo musulmano sunnita, e potrebbero provocare uno spargimento di sangue. La sua nomina rappresenta un pericolo per i 9 milioni di cittadini, ebrei e arabi, che rientrano nella sfera di competenza della polizia israeliana (che comprende ebrei e arabi), e farà crollare la fiducia dell’opinione pubblica in un’istituzione senza la quale non possiamo funzionare. Netanyahu ha bisogno di Ben-Gvir e dei suoi alleati ideologici per il suo tentativo di ridurre il sistema giudiziario, dove Netanyahu deve affrontare accuse di corruzione. La sicurezza ha sempre goduto di una fiducia sacra qui, e non è esagerato dire che questa nomina è la più sconsiderata nella storia dello stato. Se l’asso nella manica di Netanyahu era la sicurezza, ecco: non ce l’ha più.

Punto terzo. Alcuni cercheranno di sostenere che tutto è normale, primo fra tutti Netanyahu, che si è imbarcato in un giro di interviste con i giornalisti americani evitando le loro controparti israeliane. Sa che alcuni americani potrebbero ancora credere alla sua immagine di conservatore familiare e non di politico il cui ego si è gonfiato a tal punto da non riuscire a prendere sul serio il piccolo paese che guida o a distinguerne gli interessi collettivi dai propri. Per i difensori di Israele, ci sarà la tentazione di minimizzare questa crisi come il tipico funzionamento della democrazia.

Questa è già la linea dei nostri poveri diplomatici del ministero degli Esteri, molti dei quali non ci credono nemmeno loro, e alcuni dei quali stanno tranquillamente valutando altre linee di lavoro piuttosto che difendere l’indifendibile. Nelle scorse settimane ho parlato con gli ufficiali delle riserve dell’esercito che sono alle prese con pensieri simili: Che responsabilità hanno nei confronti di leader irresponsabili? L’idea che questo sia un comportamento normale del governo è falsa. Il corpo politico israeliano, che ne ha passate tante, rischia seriamente di essere spaccato per sempre.

 

La crisi autogenerata di oggi è il genere di cose che la gente si concede quando non vive una catastrofe esistenziale da tempo 

 

Punto quarto. Un’altra tentazione sarà quella di far notare che molti altri paesi sono alle prese con una situazione politica terribile, come la Francia (dove alle ultime elezioni il 41 per cento ha votato per Le Pen), o come gli Stati Uniti. Il numero di israeliani che ha votato direttamente per l’estrema destra è di poco superiore al 10 per cento. Questo è vero ma irrilevante. In Israele ci sono 6 milioni di ebrei. Viviamo in mezzo a 300 milioni di arabi e 1,5 miliardi di musulmani, molti dei quali, purtroppo, sono votati allo sradicamento del nostro stato. La crisi autogenerata di oggi è un lusso, il genere di cose che la gente si concede quando non vive una catastrofe esistenziale da molto tempo, forse nei 50 anni trascorsi dal terremoto della guerra dello Yom Kippur nel 1973.

Non possiamo permettercelo, e il politico al centro della crisi, l’uomo che potrebbe risolverla, ne è invece responsabile. Un leader che ha a cuore il suo paese si farebbe da parte dopo anni di potere e permetterebbe a qualcun altro del suo partito di guidare un governo di larghe intese con le forze politiche centriste, che sono disposte a governare sotto il Likud ma non a farlo sotto Netanyahu, dopo essere state ingannate troppe volte. Un governo simile potrebbe essere formato entro pochi giorni dalle dimissioni  di Netanyahu.

Punto quinto. Negli anni Novanta, Israele si è fatta abbindolare da una fantasia occidentale come gli accordi di Oslo. L’idea era che il mondo si stesse muovendo verso la stabilità e la democrazia, quindi la creazione di vuoti di potere nei territori palestinesi avrebbe creato più libertà per loro e più pace per noi. Questo equivoco ha provocato ondate di attacchi terroristici che hanno ucciso più di mille israeliani e distrutto la sinistra come forza politica. Adesso una parte dell’elettorato sta cedendo a un’altra fantasia, questa volta proveniente dal medio oriente, secondo la quale ciò di cui abbiamo bisogno è più religione fondamentalista e più milizie tribali libere dai vincoli della legge.

I fondatori di Israele, persone come David Ben-Gurion e Menachem Begin, erano troppo vicini all’Olocausto per credere alle fantasie europee e troppo europei per credere alle fantasie mediorientali. La loro comprensione delle cose spiega molto del successo dello stato che hanno costruito. L’ascesa della cultura mediorientale in Israele va celebrata. L’ascesa della politica mediorientale renderà il nostro destino identico a quello dei nostri vicini.

 

La minaccia più grave: smantellare la capacità degli ebrei israeliani di agire secondo un interesse comune 

 

Punto sesto. Capire cosa sta succedendo è complicato dalle isterie degli oppositori internazionali di Israele e dalla retorica di  una parte del centrosinistra israeliano che, come alcune delle sue controparti americane, ha iniziato a vedere le proprie idee politiche come “democrazia” e i loro oppositori come persone che si oppongono alla “democrazia”. I media della sinistra progressista occidentale, la cui copertura è ormai per lo più una finzione ideologica, hanno dipinto ingiustamente Israele come un incubo illiberale per così tanto tempo, e Netanyahu come un estremista fuori di testa, che molte persone simpatizzanti di Israele si limiteranno a liquidare la notizia di questa crisi come un’altra delle solite.

Sarebbe un errore. La crisi è reale. Non minaccia la “democrazia” o il “processo di pace”, che non esiste più da oltre vent’anni. Sta smantellando la capacità degli ebrei israeliani, e forse del mondo ebraico nel suo complesso, di agire insieme nel nostro interesse comune. Per noi questa minaccia è più grave di qualsiasi arma iraniana o di qualsiasi gruppo di terroristi palestinesi. Gli oppositori di Netanyahu hanno esacerbato la situazione dipingendolo come una figura demoniaca, riferendosi a lui come “l’imputato” e rifiutandosi di far parte di qualsiasi governo da lui presieduto, un errore politico che ha contribuito a trasformare la nostra politica in un circo.

Punto settimo. La campagna internazionale contro Israele, che mira a criminalizzare il paese e a sostituirlo con uno stato arabo, sarà energizzata dal nuovo governo, che a sua volta sarà energizzato dall’aumento delle ostilità. Naturalmente la campagna non si è attenuata durante il mandato del nostro ultimo governo, che era eterogeneo, liberale e comprendeva un partito arabo, ma che è stato comunque bollato come regime di apartheid. Le persone solidali con Israele avranno sempre più difficoltà a distinguere tra i vari tipi di critica. Il modo per farlo è chiedersi se un critico sta cercando di migliorare Israele o di farla sparire.

Punto ottavo. La crisi non è tanto il risultato delle elezioni, quanto di ciò che i nostri leader hanno fatto con quei risultati. Il blocco del centrosinistra ha ottenuto un risultato rispettabile nel voto popolare, che non era lontano da una divisione paritaria. Le vecchie questioni che dividevano la destra e la sinistra israeliane, in primo luogo la questione della pace con i palestinesi, non sono più valide.

La stragrande maggioranza degli israeliani ha capito, fin dall’ondata di terrore della Seconda Intifada, che i nostri nemici vedono il conflitto a somma zero e che al momento non si possono rischiare ulteriori ritiri. Con diverse personalità in gioco, le stesse elezioni avrebbero potuto portare a un’ampia coalizione tra i partiti della destra sionista e del centro, che avrebbe facilmente ottenuto più di 70 seggi su 120 e avrebbe potuto governare correttamente per un intero mandato. Una maggioranza israeliana solida e sana esiste, anche se è malconcia e confusa. Attende una leadership che meriti questo nome.

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