Soldati tedeschi con i carri armati da portare in Lituania (Foto AP/Martin Meissner) 

Il sistema tedesco per dare armi a Kyiv non funziona e crea intoppi

Daniel Mosseri

Occorre superare il meccanismo dello "scambio ad anelli" per cui Berlino chiede ai paesi alleati che dispongono di armi made in Urss di fornirle agli ucraini in cambio di materiale più moderno made in Germany. Si valuta la consegna diretta di armi. Dubbi e fobie

Berlino. La presidente della commissione Difesa al Bundestag, Marie-Agnes Strack-Zimmerman del Partito liberale (Fdp), ha sollecitato un “ripensamento” della politica tedesca di sostegno militare all’Ucraina. Strack-Zimmerman ha osservato che “lo scambio ad anelli ha senso ma non funziona”. L’esponente del partito più atlantista dei tre della maggioranza del cancelliere Olaf Scholz ha invitato il governo “ad avere il coraggio di ammetterlo” e a valutare “la consegna diretta di armi” a Kyiv. Lo scambio ad anelli (Ringtausch) è il meccanismo per cui la Germania invia armi all’Ucraina aggredita dalla Russia tenendosi però un passo indietro. Poiché i militari ucraini hanno più facilità a utilizzare il materiale bellico di produzione sovietica, i tedeschi hanno chiesto ai paesi alleati che dispongono di armi made in Urss di fornirle agli ucraini in cambio di materiale più moderno made in Germany.

 

Il meccanismo non ha il solo scopo di aiutare meglio Kyiv: Scholz lo ha anche immaginato per non irritare la Russia, negando in partenza a Mosca il diritto di lamentarsi del coinvolgimento diretto di un paese Nato. Il ragionamento tradisce però la tradizionale benevolenza dei socialdemocratici verso la Federazione Russa; e proprio in queste ore l’ex cancellerie della Spd, Gerhard Schröder, è stato scovato a Mosca da un giornalista tedesco al quale ha raccontato “di essere in vacanza in una bella città”.

 

La benevolenza ovvero il timore che il Cremlino diminuisca ancora o fermi del tutto il flusso di gas da est a ovest, cosa che peraltro sta facendo lo stesso. Ma che senso ha che la Germania aiuti solo dalle retrovie quando altri paesi Nato – più piccoli e che storicamente hanno molto più da temere dalla Russia – come le Repubbliche baltiche e la Polonia non si sono peritati di fornire missili e carri armati a Kyiv?

  
Sulle fobie dei tedeschi gli alleati potrebbero sorvolare se almeno il Ringtausch funzionasse. Ma mentre Varsavia ha già consegnato all’Ucraina 270 carri armati, il presidente della commissione Esteri del Bundestag, il cristianodemocratico Roderich Kiesewetter, ha denunciato la lentezza delle rimesse tedesche di Panzer Leopard 2 alla Polonia: ne arriveranno 20 da aprile 2023. Uno alla volta fino a ottobre e poi tre alla volta. Uno stillicidio. “Le promesse tedesche sullo scambio di carri armati si sono rivelate una manovra ingannevole e inaccettabile”, ha tuonato con lo Spiegel il viceministro degli Esteri polacco Szymon Szynkoski, spiegando che i tedeschi hanno offerto ai polacchi “carri armati più vecchi di quelli che abbiamo dato all’Ucraina”.

 

Non sono poi solo i socialdemocratici a mostrarsi cauti con Mosca: giorni fa anche il governatore della Sassonia Michael Kretschmer (della Cdu) ha invitato il governo a mediare fra Russia e Ucraina per fermare la guerra, guadagnandosi la rampogna della ministra federale degli Esteri, la verde Annalena Baerbock. “Queste dichiarazioni mi sorprendono perché né il governo tedesco né nessun altro paese in Europa ha mai voluto una nuova guerra su questo continente”. Parole con cui la ministra ha provato a rimediare allo scivolone di qualche settimana prima quando ha minacciato uno stop all’invio di armi se il Canada non avesse restituito la turbina sollecitata da Gazprom per riparare il gasdotto Nord stream 1: “Perché senza gas saremmo occupati a gestire i disordini in Germania”.

   

Lo scarso atlantismo tedesco spinge intanto i partner Nato più vicini alla Russia a rivolgersi agli Stati Uniti per rimpinguare i propri arsenali. Ma anche chi con la Russia non confina ha difficoltà con il Ringtausch. E’ il caso della Grecia: ancora a giugno un alto funzionario della Difesa ellenica aveva definito lo scambio ad anelli “troppo lento e macchinoso”, spiegando le difficoltà logistiche di Atene a raccogliere i vecchi carri armati sovietici che sono distribuiti sulle tante isole greche “a puro scopo di deterrenza” e “che non funzionano da anni”.

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