La strategia vincente

Vincere non vuol dire umiliare. Buone mosse italiane

Claudio Cerasa

Il sì di Draghi all’export di armi, il sostegno alla difesa della Finlandia, l'aiuto alla Nato, l'addestramento. Perché pace non significa resa

Nelle ultime settimane, diversi osservatori, molto desiderosi di scaricare sull’occidente le responsabilità del protrarsi della guerra, hanno cercato in tutti i modi di alimentare l’idea che nel conflitto in Ucraina vi sia una presunta divaricazione tra la linea degli Stati Uniti e quella dell’Europa. La tesi è grosso modo questa ed è una tesi alla luce della quale si possono capire meglio alcune cattive interpretazioni date alle parole di Zelensky, Macron e Stoltenberg: noi, europei, vogliamo difendere l’Ucraina senza umiliare Putin, e vogliamo sederci al tavolo con la Russia per lavorare a un cessate il fuoco immediato; loro, gli americani, vogliono difendere l’Ucraina per umiliare Putin e non accettano di costruire un dialogo con la Russia perché la guerra lunga è un problema per l’Europa ma non lo è certamente per l’America.

 

Quella che viene comunemente presentata dagli “spingitori” di senso di colpa dell’occidente, come li chiamerebbe oggi la mitica Vulvia interpretata da Corrado Guzzanti, come una grave tensione tra Stati Uniti ed Europa è in realtà qualcosa di molto più simile a un buon gioco di squadra (le esportazioni di gas americano in Europa stavano già aumentando prima del conflitto e il Gnl che attraverserà l’oceano per arrivare nell’Unione europea è gas tolto dall’America ad altri mercati). E se si osserva quello che in questo momento è l’obiettivo strategico dell’Unione europea e degli Stati Uniti si capirà facilmente che gli europei e gli americani hanno in mente lo stesso schema per affrontare Putin: opporsi ai professionisti della resa, sostenere la resistenza, difendere la democrazia e armare l’Ucraina non per umiliare Putin ma per arrivare alla pace.
 

In questo senso, le prossime mosse dei paesi europei per armare la difesa dell’Ucraina saranno perfettamente coerenti con la strategia americana. E sono mosse che, come raccontano al Foglio qualificate fonti diplomatiche italiane, possono essere suddivise lungo tre ambiti diversi. Il primo ambito riguarda il tema delle armi. E dopo una prima fase della guerra caratterizzata da un’Unione europea che ha aiutato l’Ucraina ad armarsi mettendo a disposizione parte degli arsenali dei suoi paesi membri, oggi questi ultimi si trovano in quella che si potrebbe definire una fase due: aiutare l’Ucraina ad acquistare armi dalle industrie nazionali europee, aiutare le industrie nazionali ad accelerare la produzione di armi, autorizzare le industrie europee a vendere armi all’Ucraina. Nella prima fase, durante la fase cioè dell’invio delle armi, la palla è passata dai Parlamenti e nel caso italiano il 31 marzo è stata votata una risoluzione che ha validità fino al 31 dicembre e che prevede anche “la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione”.
 

Nella seconda fase, la fase della triangolazione tra i governi europei, il governo ucraino e le industrie nazionali, la palla deve passare dal governo. E da quello che risulta al Foglio tutti i ministeri degli Esteri europei coinvolti in questo processo, dunque anche quello italiano, offriranno un rapido nulla osta per la vendita delle armi, facendo leva sul diritto di legittima difesa da parte del governo ucraino. In questa fase, poi, i governi europei – come a voler ribadire senza alcuna ambiguità che difendere l’Ucraina significa armare la pace e non voler umiliare Putin – hanno scelto, singolarmente e coordinandosi con la Nato, di offrire all’interno dei propri confini un addestramento specifico rivolto agli addestratori ucraini per insegnare loro a usare meglio tutto ciò che verrà acquistato dalle industrie dei paesi membri (in Italia la preparazione degli addestratori è già in corso).
 

L’Ucraina, è questa la convinzione dei maggiori diplomatici italiani, si sta preparando a organizzare una grande controffensiva nel mese di giugno, mese durante il quale scenderanno in campo anche almeno 30 mila dei 60 mila uomini coscritti nelle ultime settimane da Putin per combattere contro l’esercito di Zelensky, e nell’ottica di un’assoluta imprevedibilità delle mosse di Putin è interessante notare ciò che i principali paesi europei faranno nelle prossime ore per far sentire al sicuro due paesi come Svezia e Finlandia che hanno appena formalizzato la richiesta di ingresso nella Nato per proteggersi dalla furia espansionistica  di Putin. E la mossa sarà questa: ufficializzare, come ha già fatto l’11 maggio il primo ministro inglese Boris Johnson firmando un protocollo di garanzia e sicurezza con il primo ministro svedese, una difesa dei paesi in ingresso da ogni possibile aggressione esterna anche durante i mesi che separano la richiesta di adesione all’adesione ufficiale alla Nato, che come è noto avverrà solo quando tutti i paesi membri della Nato avranno ratificato in Parlamento la richiesta dei nuovi possibili membri (nella diplomazia italiana c’è fiducia che il premier turco, Erdogan, si accontenterà di avere qualche sanzione in meno per dare l’ok all’ingresso di Svezia e Finlandia).
 

Mercoledì, il premier Mario Draghi riceverà a Palazzo Chigi la premier finlandese, Sanna Marin, e chissà che non sia proprio quella l’occasione, da parte del governo italiano, per ribadire a Finlandia e Svezia lo stesso sostegno offerto da Boris Johnson. Dalle armi da acquistare alla Nato da rafforzare il filo conduttore è sempre lo stesso: sostenere la resistenza Ucraina per avere la pace senza farsi influenzare dagli “spingitori” di sensi di colpa che chiedono all’occidente di disarmare l’Ucraina per aiutare Putin a fare la pace. La guerra non pesa allo stesso modo su Stati Uniti ed Europa (nella previsione di febbraio la crescita dell’Eurozona per il 2022 era prevista del 4 per cento, ieri è stata rivista al 2,7 per cento; le stime di Goldman Sachs sull’economia americana indicano un’espansione per il 2022 pari al 2,4 per cento contro il 2,6 della precedente previsione) ma se si ragiona su quello che è l’obiettivo unico che hanno in comune Stati Uniti ed Europa si capirà che la divaricazione degli obiettivi di fondo all’interno del conflitto non esiste. E gli obiettivi sono questi: non confondere la pace con una resa, ricordare che un accordo con Putin non può arrivare fino a quando ci saranno carri armati russi sul campo e giocare di squadra per permettere all’Ucraina di difendere la sua sovranità e la nostra libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.