Un caccia Eurofighter in fase di decollo. Leonardo è fra i produttori di parte dell'avionica (Foto Ansa) 

Cresce la domanda di armi, ma l'industria della Difesa ha un problema: l'inflazione

Luca Gambardella

Prezzi alti e ritardi nelle forniture hanno già messo in difficoltà Stati Uniti e Francia. E da noi le aziende avvertono: "Se dovessimo aumentare la produzione nel breve periodo potremmo entrare in difficoltà"

Lo scorso 4 maggio, presentando i risultati del primo trimestre 2022 di Leonardo, l’ad Alessandro Profumo ha comunicato alcune ottime notizie. Per esempio, ha detto che il business governativo – cioè il capitolo produttivo che vede il ministero della Difesa come committente – “conferma nel periodo un buon livello di ordini, con ricavi e redditività in crescita e un flusso di cassa in miglioramento”. Ma ha sottolineato anche un paio di aspetti preoccupanti. Oltre all’aumento del debito – passato da 1,5 miliardi di euro dello scorso anno a 4,8 miliardi – c’è quello che riguarda i prezzi delle materie prime, in rapido aumento. Alessandra Genco, Chief Financial Officer della controllata del ministero dell’Economia, l’ha spiegato così: “Assistiamo a un aumento dei prezzi su tutti i prodotti e i servizi. Dalla metà dello scorso anno, stiamo mettendo in atto azioni di mitigazione, inclusa quella di estendere i termini dei contratti con i fornitori per contenere i costi. Il problema era emerso con il Covid, ma ora abbiamo la guerra in Ucraina e la crisi in Cina, con molte navi cargo ferme ai porti. Tutto sta diventando più complesso”. 

 

E’ per uno strano scherzo del destino che l’inflazione rischia di frenare l’industria italiana della Difesa proprio ora che si va verso l’aumento delle spese militari. Dopo quasi vent’anni di annunci e promesse, finalmente l’Italia sembra essere vicina a sfatare il tabù del 2 per cento del pil da dedicare alla Difesa. Ma il contemporaneo aumento dei prezzi delle materie prime e i ritardi negli approvvigionamenti pongono un dubbio a tutto il settore: come rispondere alla domanda crescente e aumentare la produzione? 

 

Il settore della Difesa è messo sotto pressione in tutto il mondo. Con la guerra in Ucraina, negli Stati Uniti l’aumento della domanda è stato ancora più consistente, visto che Washington da sola produce il 70 per cento dei sistemi d’arma che la Nato consegna da mesi a Kyiv. Il presidente americano Joe Biden ha promesso agli ucraini 5.500 Stinger e Javelin, due delle armi diventate simbolo della resistenza anti russa. Li produce l’azienda americana Lokheed Martin in collaborazione con un’altra compagnia statunitense, la Raytheon. Il mese scorso, l’ad di Raytheon, Greg Hayes, ha avvisato che il titanio usato per produrre le due armi anticarro era prevalentemente russo e ora, con le sanzioni, è diventato sempre più difficile da reperire altrove. Cercare alternative comporta l’aumento dei tempi di fornitura, oltre che dei costi. Con un dettaglio ulteriore: gli Stati Uniti sono chiamati a soddisfare anche una larga fetta anche della domanda degli alleati della Nato, dove l’industria non ha una capacità paragonabile. Ergo, se il sistema americano entra in crisi rischia di trascinare con sé anche quello europeo.    

 

In Francia la situazione è già diventata critica. Naval Group, uno dei principali costruttori mondiali nel settore marittimo della Difesa, ha annunciato che l’aumento del prezzo dell’acciaio, vicino al 40 per cento, incide direttamente sulla costruzione di nuove unità navali. Lo scorso 30 marzo, in audizione  al Parlamento di Parigi, i presidenti delle tre associazioni rappresentanti delle industrie della Difesa di terra, aria e acqua hanno chiesto al governo una misura straordinaria: se si vuole rispondere alla richiesta di nuovi sistemi nel breve periodo, serve aumentare le riserve d’emergenza di acciaio, alluminio, titanio e nickel.

 

In Italia il problema dell’aumento dei costi delle materie prime è arrivato da qualche mese. “E’ una situazione che il ministero della Difesa sta seguendo da vicino. Comunque, i contratti con l’amministrazione pubblica possono prevedere dei meccanismi di compensazione per eventuali incrementi di costo dei fattori produttivi”, riferiscono al Foglio fonti dell’industria di settore. “Ci sono problemi su due livelli – ci spiega l’Agenzia industrie della Difesa (Aid), che dipende dal ministero e coordina l’attività di diversi poli industriali strategici – C’è quello dei tempi della logistica e quello dell’approvvigionamento energetico. Sul primo fronte, abbiamo cominciato a registrare grossi ritardi nell’arrivo di materiali e pezzi di ricambio, anche di due o tre mesi”. Dall’Aid dipendono diversi stabilimenti. Uno di questi è quello chimico-farmaceutico di Firenze, dove si producono e sono stoccati gli antidoti. E’ anche l’unico polo nazionale per la produzione di farmaci orfani, utilizzati per il trattamento di malattie rare. Per farsi un’idea dell’importanza, quando i russi hanno conquistato le centrali nucleari di Chernobyl e Zaporizhzhia all’inizio della guerra in Ucraina, lo stabilimento di Firenze fu messo in preallerta per la produzione di ioduro di potassio, usato nelle compresse da assumere in caso di radiazioni. “In questo stabilimento abbiamo constatato alcune difficoltà, soprattutto per la fornitura di pezzi di ricambio per i macchinari che producono medicinali”, dicono dall’Aid.

 

Anche nei cantieri navali di Fincantieri il problema degli approvvigionamenti era già da qualche tempo sul tavolo dell’ex ad Giuseppe Bono – che proprio lunedì ha lasciato la guida del gruppo –  e sicuramente sarà ancora più urgente sotto il nuovo corso di Pierroberto Folgiero. Qui i problemi riguardano l’acciaio, il rame e altri metalli, oltre all’energia e ai componenti elettronici. “La guerra in Ucraina, con l’embargo verso la Russia, la scarsità di materie prime, il lockdown in Cina, le difficoltà di approvvigionamento di chip e componenti elettronici sono alcuni dei fattori che rendono più complesse le forniture e, a cascata, potenzialmente possono provocare dei ritardi”, dice al Foglio l’ufficio stampa di Fincantieri. Per ora il principale gruppo navale d’Europa è riuscito a garantire linee di produzione e tempi di consegna. Ma le cose potrebbero cambiare a stretto giro, soprattutto se davvero si dovesse arrivare in tempi rapidi a un aumento della spesa pubblica nel settore: “Stante la situazione – fanno sapere – nel caso ci fosse un’accelerazione del budget per la Difesa con la conseguente richiesta di mettere in produzione nuove unità in tempi rapidi, l’industria del comparto nel suo complesso potrebbe trovarsi ad affrontare problematiche di approvvigionamento dei materiali necessari per la costruzione, con maggiori costi rispetto a quelli sostenuti in passato”.

 

“In generale il settore europeo della Difesa sembra spaventato”, spiega al Foglio Elio Calcagno, ricercatore dell’Istituto affari internazionali di Roma. “Le crisi dell’acciaio e quella dei semiconduttori, che servono a produrre quasi tutto, dai frigoriferi ai jet di quinta generazione, sono antecedenti alla guerra in Ucraina”. Ora però il problema è diventato più grande, se si pensa che l’80 per cento dei materiali cosiddetti “critici” – ovvero quelli strategici per i settori produttivi più delicati, come la Difesa – sono importati da paesi terzi. Alcuni di questi fornitori, come Taiwan per i microchip e la Cina per il silicio, attraversano una crisi produttiva senza precedenti a causa della pandemia. “Vista la congiuntura internazionale, in Europa servirebbe un approccio radicalmente diverso nell’industria della Difesa – commenta Calcagno – Invece sorprende che nel documento che ogni anno indica gli obiettivi militari dei 27, la Bussola strategica europea approvata lo scorso marzo, si è affrontato il tema solo marginalmente. A ben vedere è abbastanza assurdo”. 

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it