Chi lo dice a Weber che gli europei lo hanno già tradito con la Vestager?

David Carretta

Inizia lo scontro sulle nomine, con le più importanti famiglie europee che hanno perso molti seggi. La commissaria è la favorita contro il monopolio Ppe-S&D (ma c’è anche Barnier)

Bruxelles. La seconda parte della campagna elettorale per le europee inizierà questa sera alle 18, quando i capi di stato e di governo si riuniranno per discutere della tornata di nomine per scegliere il presidente della Commissione, quello del Consiglio europeo, l’Alto rappresentante per la politica estera e il successore di Mario Draghi alla Bce. Emmanuel Macron, malgrado la sconfitta con Marine Le Pen, ha tutte le carte per riuscire a imporre i suoi due candidati preferiti: la danese Margrethe Vestager o, se va male, il francese Michel Barnier. Entrambi hanno le caratteristiche per rompere il “monopolio” del Partito popolare europeo e guidare la futura “coalizione jumbo” degli europeisti. Per conoscere il nome del successore di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione bisognerà aspettare il Consiglio europeo del 20 di giugno.

 

 

  

La giornata di oggi sarà dedicata allo scontro tra Europarlamento e capi di stato e di governo sul processo degli Spitzenkandidaten, i capilista dei partiti politici che dovrebbero accedere in modo quasi automatico al ruolo di presidente della Commissione. In mattinata si vedranno i capigruppo per cercare di anticipare le mosse del Consiglio europeo, dove una maggioranza di leader capitanati da Macron è contrario a ricorrere a questa forma di elezione indiretta che rischierebbe di portare alla nomina di un cristiano democratico bavarese, Manfred Weber, malgrado la disfatta nelle urne del suo Partito popolare europeo (il Ppe). “I leader attenderanno che il Parlamento uccida da solo gli Spitzenkandidaten”, spiega al Foglio un diplomatico europeo.

 

In realtà, Weber si neutralizza con il socialista Frans Timmermans, il cui gruppo è l’altro grande sconfitto delle elezioni europee: i Socialisti&Democratici hanno limitato i danni, ma hanno perso più seggi del Ppe. Così sia i capigrupppo all’Europarlamento sia i capi di stato e di governo al Consiglio europeo annunceranno la volontà di costruire un programma per la prossima legislatura prima di iniziare a parlare di nomi che possano incarnare quell’agenda. Servirà un po’ di tempo per mettere d’accordo non solo popolari, socialisti e liberali, ma anche i Verdi che molti vogliono includere nella “coalizione europeista jumbo” per dare un segnale di svolta all’Unione europea. Tra equilibri partitici, geografici e di genere, servirà tempo anche per trovare la quadra con gli altri incarichi.

 

Domenica notte, sia Weber sia Timmermans hanno riconosciuto implicitamente di non avere la legittimità politica per guidare la Commissione. Weber ha insistito sulla necessità della “stabilità” e di preservare il processo degli Spitzenkandidaten, ma non ha escluso di sostenere uno dei capilista di un altro partito. “Non sto rivendicando nulla. Penso che se si perde un’elezione sia necessario essere umili”, ha risposto Timmermans a chi gli chiedeva dei destini della sua candidatura alla presidenza della Commissione. L’alternativa ai due è la danese Margrethe Vestager, che ufficialmente non è candidata ma fa parte del Team Europe (una squadra di diversi candidati) presentata dall’Alde, cioè il gruppo dei liberali che ha guadagnato più seggi domenica. Lei non ha nascosto le sue ambizioni. “Cercherò maggioranze al Parlamento europeo per diventare presidente della Commissione. L’Europa ha scelto il cambiamento, questo è stato il messaggio di queste elezioni”, ha detto l’attuale commissaria alla Concorrenza: “Ho lavorato per cinque anni per rompere i monopoli” e con il voto dei cittadini europei a favore dei partiti più progressisti “il monopolio è stato rotto”.

  

Macron è il grande elettore di Vestager, anche se non ha potuto e non può ancora dirlo apertamente. Innanzitutto per ragioni tattiche: “Il proverbio ‘chi entra papa nel conclave, ne esce cardinale’ vale anche al Justus Lipsius (il palazzo del Consiglio europeo, ndr)”, ricorda al Foglio un altro diplomatico. Macron potrebbe mettere sul tavolo come primo nome quello di Michel Barnier, il capo negoziatore europeo della Brexit che appartiene alla famiglia dei popolari, salvo farselo rigettare dai leader dello stesso Ppe e dall’Europarlamento che dicono di voler difendere il processo degli Spitzenkandidaten. “Useremo tutto il nostro peso per avere o un candidato francese, Michel Barnier, o un candidato molto più vicino al baricentro del nuovo Parlamento, molto meno a destra”, ha detto ieri il numero due della lista La Republique En Marche, Pascal Canfin, svelando il gioco di Macron per ottenere comunque una vittoria: se non avrà la sua candidata Vestager, come premio di consolazione c’è il francese Barnier.