Caro Finkielkraut, bisogna saper scegliere il nemico maggiore

Alain Finkielkraut
Mi piace e mi è sempre piaciuto Alain Finkielkraut, saggista e accademico francese di cui ci siamo qui spesso occupati senza risparmio di encomio sentito, e con il quale abbiamo collaborato ai tempi lontani e creativi dell’" target="_blank" rel="noopener">Meglio il vecchio Soros, che risponde a tono e non frigna. Ha tanti torti pol. corr., quell’uomo, quante sono le scorrette e apprezzabili ragioni di Finkielkraut, ma viene un momento in cui torti e ragioni sono perfino meno importanti dello stile. La fissazione è peggio della malattia. Le frontiere vanno controllate, i flussi migratori filtrati, le culture nazionali e la lingua difese, così come va denunciata la sordità morale dell’occidente di fronte alla scristianizzazione anche violenta del mondo moderno, e ogni buon conservatorismo democratico liberale e universalista ha diritto di parola e di presenza pubblica, ma che non diventino ossessioni, fino a coincidere con le mene e le parole d’ordine dei gilet gialli o dei “prima gli italiani” e “America First” di turno. Le radici dell’intolleranza e dello strumentalismo politico di basso conio stanno principalmente lì, non tra i bobo e le gauche che, per aver essi detto cose sensate, hanno dato ai Finkielkraut del neoréactionnaire e hanno inscenato il solito ipocrita balletto della delegittimazione. Sarà che fui leninista, ma credo che ci si debba sempre scegliere il “nemico principale”. Con passo o cadenza realistica, non ossessionale.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.