L'accordo sulla Brexit e la terza vita di Theresa May

La premier piega il governo ribelle al suo piano sull'uscita del Regno unito dall'Ue dopo un vertice di cinque ore
14 NOV 18
Ultimo aggiornamento: 21:14
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Il governo sostiene l'accordo della premier britannica Theresa May (Foto LaPresse)

Le giornate importanti della politica inglese le riconosci accendendo la tv: non c’è nemmeno bisogno dell’audio, bastano le telecamere fisse su “the door”, la porta d’ingresso di Downing Street. Arrivano i ministri, salutano, entrano, i commentatori cercano di interpretare il loro umore, ogni tanto passa il gatto, e si cerca di interpretare anche il suo, di umore, e si aspetta. Oggi, che è il “d-day” della Brexit, il giorno in cui la premier Theresa May ha riunito il suo governo per convincerlo ad accettare l’accordo negoziato con Bruxelles, siamo stati ore a fissare la porta, e nemmeno le passeggiate del gatto sono riuscite ad alleggerire la tensione.
Bruxelles e Londra hanno trovato un accordo, ma non è stato pubblicato un documento, quindi fissando la porta ognuno ha potuto dire un po’ quel che voleva, che poi è quel che è accaduto in questi diciotto mesi di trattative. Per quanto si sa, la Brexit che vuole ora la May è soft, c’è chi dice che non è nemmeno una Brexit visto che la permanenza nell’Unione doganale sarebbe per sempre e questo fa infuriare i brexiteers falchi ma non convince nemmeno i remainers che ormai vogliono soltanto che il piano sia rigettato e che gli inglesi possano dire un’altra volta come la pensano (non c’è definizione migliore di: prenderci per sfinimento).
Per quanto non si faccia altro che sottolineare e denunciare le debolezze della May, sempre sotto assedio dei suoi, la premier ieri si è presentata ai suoi ministri in una posizione di forza: ha ottenuto la collaborazione dell’Europa ed è riuscita a forgiare un piano che è parso per lo più convincente anche ai rigidi colleghi europei. Sul Financial Times, Martin Sandbu la mette in termini molto pratici: al piano della May non ci sono alternative e non c’è tempo per trovarne un altro, quindi o si va con il suo o salta tutto, e il no deal spaventa anche molti dei suoi ministri ribelli. Ieri il Fondo monetario internazionale, con ineffabile tempismo, ha pubblicato un documento sugli effetti del “no deal”: una catastrofe. L’assenza di alternative è da sempre l’arma più potente nelle mani della May: non c’è un sostituto a lei – o almeno, ce ne sono tanti, ma nessuno pare forte – e non c’è un sostituto al suo piano, e questa è tutto sommato una posizione di forza.
E infatti la May è riuscita a ottenere l’accordo dei suoi ministri, dopo molte ore di consiglio e molti dettagli valutati, contestati, ingoiati. Non sappiamo ancora cosa sia successo dietro la porta: nelle prossime ore scopriremo quanto si è litigato e quanto è sfilacciata l’ostentata unità. È accaduta la stessa cosa l’estate scorsa con l’embrione di questo piano approvato nella residenza estiva dei Chequers: tutti a brindare (e i telefoni lasciati all’ingresso, quindi nessun leak) e poi molti a dimettersi. Sarà così anche in questo caso, ci sono già i nomi dei primi che si sfileranno (sono delle donne), ma la May è sopravvissuta ancora, si prepara al vertice europeo e soprattutto al voto in Parlamento: questa è la battaglia che non si può non vincere, e quella che molti, sottovalutando l’inossidabile premier, danno già per persa.