Corteggiare il Cremlino non conviene. L’esempio di Tsipras insegna

David Carretta

Bruxelles. Inseguire la chimera di uno scudo antispread fatto di rubli, con l’obiettivo di sfuggire ai duri vincoli che accompagnerebbero il programma Omt della Banca centrale europea, rischia di essere una costosa perdita di tempo per l’Italia governata dai sovranisti populisti. Lo insegna l’esperienza del primo governo tutto populista in Europa, quello arrivato al potere nel gennaio 2015 in Grecia, formato da due partiti con forti legami con Mosca (Syriza all’estrema sinistra e i Greci indipendenti all’estrema destra), il cui primo ministro Alexis Tsipras aveva cercato (invano) l’alternativa finanziaria di Mosca per disfarsi di Troika e Memorandum o almeno ottenere condizioni migliori dai creditori.

 

L’inseguimento greco dei rubli russi iniziò appena dopo l’elezione di Tsipras, il 29 gennaio del 2015, quando l’ambasciatore di Atene presso l’Unione europea bloccò per qualche ora una dichiarazione dei 28 sulle sanzioni alla Russia sull’Ucraina. Nei sei mesi successivi, tra una richiesta di riparazioni di guerra alla Germania e le urla di Yanis Varoufakis all’Eurogruppo, Tsipras provò più volte a convincere Vladimir Putin a prestargli i soldi per continuare a pagare stipendi, pensioni e fornitori. In aprile, poco prima della scadenza di un rimborso al Fondo monetario internazionale, il premier greco volò a Mosca per incontrare il presidente russo e firmare diversi accordi. 

 

A giugno, mentre si avvicinava la scadenza di rimborsi miliardari alla Bce, Tsipras tornò in pellegrinaggio alla Davos di Putin (il Forum di San Pietroburgo) per un altro tentativo di questua accompagnato dalla firma di un accordo da 2 miliardi su un gasdotto. Ogni volta Tsipras veniva accolto in pompa magna, sulla stampa filtravano indiscrezioni su disponibilità russe, che mai si sono concretizzate. Nemmeno la promessa di togliere l’embargo ai prodotti agricoli greci. Alla fine i sogni di Tsipras di svincolarsi dai creditori grazie a Putin si infransero con il referendum del 5 luglio 2015. Dopo il grande “Oxi” (“No”, ndr) del popolo greco, Tispras aveva chiesto 10 miliardi di euro a Putin per stampare dracme e garantire la nuova moneta. Risposta: “Niet”.

 

L’ipotesi di uno scudo antispread in rubli per l’Italia è stata affrontata dal ministro Paolo Savona in un’audizione il 10 luglio delle commissioni congiunte di Camera e Senato per le politiche Ue. “Se la Bce si rifiuta di effettuare interventi a sostegno, se a settembre a seguito del comportamento delle agenzie di rating partisse un’operazione speculativa (. . .) evidentemente noi dovremmo trovare un’alternativa”, ha detto Savona, prima di accennare con un po’ di lucido scetticismo a Mosca.

 

“La Russia è in grado di fare questo? Io ritengo che non abbia abbastanza soldi per fare questo tipo di operazioni, anche se vi ho detto che i soldi non servono: basta che esista la garanzia”, ha spiegato il ministro. “La fantasia al potere. Stiamo esaminando anche questo, che è un problema serio di politica estera, che si riflette nei rapporti con l’Europa e col mercato”, ha concluso Savona, che già nell’ottobre 2015, durante un convegno sul piano B per l’uscita dall’euro, aveva indicato la necessità di “stipulare alleanze internazionali con paesi interessati a proteggere l’autonomia politica dell’Italia” che “forniscano concreti impegni di fungere da lender of last resort per fronteggiare la speculazione”.

 

La “fantasia al potere” potrebbe significare molte cose. L’alternativa allo scudo antispread della Bce – il programma Omt prevede una consistente perdita di sovranità attraverso la Troika, un Memorandum fatto di riforme e tagli – non per forza deve essere fatta di rubli. Esistono anche gli yuan cinesi, altra via provata da Tsipras nei giorni drammatici del 2015 e che sembra tentare il governo populista in Italia (il ministero dello Sviluppo economico ha creato una Task Force Cina con l’obiettivo – tra l’altro – di “favorire gli investimenti cinesi in titoli di stato” in vista “dell’imminente fine del programma di Quantitative easing da parte della Bce”).

 

Come raccontò Varoufakis nel gennaio del 2016, il governo greco raggiunse un accordo con Pechino che prevedeva investimenti e acquisti di bond, ma che venne “revocato con una telefonata da Berlino”. La Germania e l’intero mercato dell’Ue erano e sono troppo importanti per la Cina per metterli a rischio con qualche aiuto alla Grecia. I sovranisti si muovono in funzione dell’interesse nazionale anche fuori dall’Europa. Del resto è quel che fece Putin nel suo balletto con Tsipras.

 

Se il premier greco aveva sperato di usare la carta russa per ricattare i creditori europei, in realtà fu lo squattrinato presidente russo a utilizzare la carta greca per dividere e indebolire l’Ue. Il risultato per la Grecia fu catastrofico: a ogni giro di danza con Putin, non solo sorgevano dubbi sulla collocazione geopolitica di Atene dentro il blocco occidentale e venivano critiche dagli Stati Uniti, ma si accelerava la fuga di capitali aumentando il costo del nuovo bailout. Il pericolo per l’Italia è lo stesso. La ricerca di uno scudo antispread alternativo alla fine potrebbe minare ulteriormente la fiducia di alleati tradizionali e investitori e diventare un catalizzatore dello spread.

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