I fondi di coesione europei non sono un antidoto al populismo

Viktor Orban e Angela Merkel a Berlino (Foto LaPresse)


Eppure, secondo i sondaggi i polacchi non hanno intenzione di uscire dall’Ue. Non sono innamorati di Bruxelles, non sono disposti ad assumersi le responsabilità dell’essere paesi comunitari, come l’obbligo di accogliere migranti, ma sanno bene che i vantaggi ci sono. Il PiS, il partito nazionalista al governo in Polonia, che prima delle elezioni del 2015 aveva portato avanti una campagna fortemente euroscettica e aveva vagheggiato la possibilità di un referendum per l’uscita dall’Ue, ci ha ripensato. Rimane un partito cattolico che biasima Bruxelles per la perdita dei valori, permane nazionalista e autarchico, contrario all’arrivo delle multinazionali in Polonia, eppure di lasciare l’Unione non ha nessuna intenzione.
Sa che conviene e lo sanno anche i polacchi. Non condividono i valori europei ma non vogliono rinunciare a quegli undici miliardi di euro l’anno, non vogliono rinunciare a Schengen, anche se dicono ancora di no all’euro. La storia tra Bruxelles e Visegrád è priva di amore ma è piena di pragmatismo. “Noi siamo un partito razionale – dice al Foglio un deputato del PiS – Non vogliamo certo lasciare l’Ue, perderemmo molti fondi che servono alle nostre infrastrutture. Uscire dall’Ue è un rischio e i polacchi la pensano come noi. Vogliamo però che Bruxelles ci lasci liberi di decidere su alcune questioni, prima tra tutte: l’immigrazione. E’ chiedere tanto?”. La permanenza nell’Ue è fatta di oneri e onori e in un momento in cui la Comunità chiede a tutti i paesi di farsi carico di un problema come l’immigrazione, il rifiuto delle quote da parte di Visegrád è un problema.
I progetti per l’Italia
Se dopo decenni di ottimismo europeo, i fondi di coesione non sono serviti a riunificare il territorio, Bruxelles inizia a farsi delle domande e nel prossimo budget settennale, che partirà dal 2021, i soldi destinati all’est potrebbero diminuire a favore dei paesi del Mediterraneo.
Decine di miliardi di euro in aiuti potrebbero essere trasferite dall’est al sud. Anche l’Italia ne beneficerebbe. “E’ un esercizio politico e non contabile”, ha detto Jean-Claude Juncker in aprile, contrario ai tagli dei fondi di coesione. Populismi e sovranismi prosperano nei paesi che dall’Ue hanno ricevuto più soldi. Ora Bruxelles si preoccupa per l’ondata populista nel nostro paese, forse l’Italia a partire dal 2021 riceverà più denaro, ma questo riuscirà a placare l’amore del paese per un governo antiestablishment ed euroscettico? Finora non ha funzionato.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)




