Testacoda gialloverde sulla Libia, tutti ai piedi di Serraj

Daniele Raineri

Roma. Comincia a vedersi il piano più generale di Matteo Salvini contro i migranti, naturalmente coinvolge i governi africani e presenta similitudini (molte) e differenze (un paio, principali) con il piano del suo predecessore Marco Minniti. Il piano Minniti poteva essere riassunto in tre grandi punti.

 

Uno, puntava a diminuire il numero degli arrivi in Italia bloccando la maggior parte delle partenze dalla costa libica grazie ad accordi con i “sindaci” locali e con il governo di Tripoli: le comunità libiche si impegnavano a schierarsi attivamente contro i trafficanti.

 

Due, prevedeva di bloccare la rotta terrestre dei migranti che passa dal confine tra Niger e Libia, molto più a sud, grazie alla presenza di un contingente di soldati italiani che doveva partire a febbraio per il Niger e agire di concerto con i soldati francesi, americani e tedeschi che sono nel paese. In pratica il flusso doveva spegnersi oppure finire sotto controllo molto prima del tentativo di attraversare il mare con i barconi.

 

Tre, prevedeva infine l’intervento delle Nazioni Unite per sorvegliare le condizioni nei campi libici in cui sono bloccate decine di migliaia di migranti – le loro condizioni erano diventate un punto di controversia molto acceso.

 

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Il Viminale presenta il Piano nazionale di integrazione per i titolari di protezione internazionale. Regole da rispettare e cooperazione con gli enti locali per assicurare a tutti, italiani compresi, una convivenza sostenibile

 

Il piano Salvini ricalca alcune parti di quello Minniti: vuole confermare gli accordi con i “sindaci” libici, vuole trattare con il governo di Tripoli per ottenere collaborazione nel bloccare le partenze dei gommoni e vuole mandare un contingente militare per bloccare la rotta terrestre dei migranti. Ci sono però almeno due differenze d’impostazione principali. La prima è il blocco dei porti italiani, di cui molto si è parlato in questi giorni. La seconda è che il contingente militare italiano dovrebbe andare nella zona di Ghat, sul confine tra Libia e Algeria e vicino al confine con il Niger. Non è molto lontano da dove avrebbe dovuto posizionarsi la missione del governo precedente, ma sarebbe sul lato libico del confine.

 

Sebbene quella sia una zona conosciuta bene dai servizi segreti italiani, è pur sempre un pezzo di Libia e non di Niger e potrebbe essere più esposto agli attacchi dei gruppi jihadisti (incluso lo Stato islamico) e più isolato rispetto alle altre basi straniere nella zona, che sono in Niger e Mali, non al confine tra Libia e Algeria. Salvini inoltre parla in un’intervista al Messaggero di ieri di un intervento in Libia “con la Nato” a favore del leader libico Fayez al Serraj, che governa Tripoli e dintorni grazie a un accordo intricato con le milizie locali. Cita eventuali campi di raccolta nei paesi africani (Libia, Nigeria, Costa d’Avorio, Egitto e Tunisia) ma senza specificare di più e non menziona mai le Nazioni Unite.

    

     

Il Salvini al governo che parla oggi sostiene un piano molto diverso rispetto a quanto dicevano lui e i compagni di contratto dei Cinque stelle nel 2017. E’ una cosa che succede spesso in politica, ma in questo caso la svolta pragmatica è repentina. Quando dice: “Serraj ha chiesto all’Italia un intervento: io e il governo ci saremo. Un nostro intervento con la Nato è utile”, il ministro italiano sta parlando dello stesso Serraj che i grillini definivano “un fantasma”, e che secondo Salvini “non riesce nemmeno a controllare la situazione a Tripoli”.

 

Il leader leghista parlava dopo un incontro a Mosca nel febbraio 2017 con il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. La Russia è schierata dalla parte del grande rivale di Serraj, il generale Khalifa Haftar, ma ora Salvini trova il sistema di accordi ereditato dal governo precedente troppo conveniente per buttarlo a mare, al punto da rifiutare le elezioni libiche caldeggiate dai francesi, per non turbare la situazione (tifare Haftar sarebbe la scelta naturale per un filorusso, tuttavia il generale governa una parte di Libia troppo lontana da dove partono i barconi).

 

E pensare che Luigi Di Maio nel maggio 2017 diceva che “dobbiamo smettere di affidarci a Serraj, come persona che possa risolvere la questione. Non è un capo legittimato dalle tribù o dai libici. Dobbiamo mettere intorno al tavolo chi conta, non inventarci un soggetto che purtroppo al massimo controlla un tratto di costa”. E il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano nel gennaio 2017 diceva che l’alleanza italiana con Serraj era “un disastro drammatico su tutta la linea di cui Gentiloni è triste protagonista da premier ma, soprattutto, da ex ministro degli Esteri, avendo per anni avallato la linea dell’imposizione di un premier mai riconosciuto dalla società libica. Siamo nel ridicolo…”.

   

Chiedevano anche il ritiro dei diplomatici italiani – ma ora è l’ambasciatore a Tripoli, Giuseppe Perrone, a organizzare l’imminente incontro fra Salvini e Serraj nella capitale libica. Per non menzionare il fatto che Angelo Tofalo, ora sottosegretario alla Difesa, incontrò a Istanbul un libico, Khalifa Ghwell, capo dei golpisti che per due volte hanno tentato di cacciare armi in pugno Serraj con scontri nelle strade di Tripoli. L’incontro avvenne grazie alla mediazione di una donna poi indagata per traffico d’armi a cui Tofalo pagò il viaggio. Lui avrebbe voluto organizzare una conferenza a Roma, anche con Khalifa Ghwell, a fine novembre 2016 per cercare una soluzione politica alternativa a Serraj, poi bloccata (forse perché qualcuno fece notare che i Cinque stelle stavano organizzando a Roma la kermesse dei nemici dell’alleato libico del governo italiano). Inoltre, anche l’ostilità alla Nato e il principio di non ingerenza – due temi su cui i Cinque stelle hanno sempre battuto – sembrano essere archiviati a favore di un intervento “con la Nato” in Libia. Nei prossimi giorni, man mano che usciranno i dettagli, si capirà di più di questa inversione di marcia.

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