Il calar di braghe sovranista con Russia, Egitto e Kim

Daniele Raineri

Un discorso dello storico americano Robert Kagan annuncia “il ritorno della giungla, titolo di un saggio che uscirà dopo l’estate, e racconta un mondo dove l’America ha scelto di ritirarsi e dove molte entità pericolose, ormai lasciate senza controllo, tentano di peggiorare la situazione. Se il mondo è una giungla che ricresce e che ci assedia da ogni lato dopo il collasso dell’ordine liberale, come spiega Kagan e come direbbero senza dubbio anche molti sovranisti, ci vorrebbero un po’ più di scaltrezza e la capacità salda di negoziare per navigare le acque. Invece non è così.

 

La giungla che ricresce

Abbiamo conosciuto l’epoca più prospera della storia, dice lo storico Robert Kagan, ora per non perderla bisogna ribellarsi ai bisogni della natura umana

 

Prendiamo per esempio l’intervista recente al Corriere della Sera del ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Vogliamo ricostruire buoni rapporti con l’Egitto. Io comprendo bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, per l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un paese importante come l’Egitto”, ha detto il ministro. In quel “ma” avversativo c’è un problema. Salvini in modo implicito ha offerto agli egiziani la fine di ogni pressione senza chiedere nulla in cambio e parla da ministro e da capo di un partito di maggioranza, quindi in nome del governo italiano. Potrebbe essere la fine di due anni di negoziati per ottenere qualche ammissione di responsabilità nel caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano rapito, torturato e trucidato al Cairo mentre era tenuto sotto sorveglianza dall’intelligence egiziana. Con l’offerta di Salvini, diventa sempre più chiaro che i sovranisti rinunciano per impostazione ideologica alla capacità di negoziare sul piano internazionale con alcuni regimi stranieri.

  

Venerdì il presidente americano, Donald Trump, ha chiesto la riammissione della Russia al G8 senza chiedere in cambio nulla, subito assecondato dal premier italiano Giuseppe Conte. Lunedì, all’incontro di Singapore, Trump ha dato al dittatore coreano Kim Jong-un tutto quello che voleva – soprattutto la legittimità a livello internazionale – senza ottenere in cambio null’altro che promesse molto vaghe come “ci impegneremo a lavorare verso la denuclearizzazione”, una formula già sentita nel 1994. Anche Salvini con quel “ma” avversativo – “ma per noi avere buone relazioni con l’Egitto è fondamentale” – concede tutto e subito al governo egiziano. E’ come se dicesse: tranquilli, se anche noi siamo pronti a sorvolare sul caso Regeni, figuratevi voi. Sono casi di sovranismo molto debole: dov’è l’interesse nazionale? Dov’è la protezione dei cittadini italiani?

  

Egitto, Russia e Corea del nord sono paesi molto diversi, ma non meritano di finire in una categoria privilegiata rispetto, per esempio, alla Francia oppure all’Unione europea, con cui invece litighiamo volentieri anche se gli interessi in gioco sono altrettanto importanti. Se il mondo è una giungla che ricresce, allora si comprende che dire “capiamo la richiesta di giustizia della famiglia Regeni ma teniamo molto ai rapporti con l’Egitto” non aumenta la sicurezza di nessuno, di certo non degli italiani. A questo siamo arrivati, a spiegare che trascurare un caso di omicidio di un connazionale all’estero non soltanto è un obbrobrio, ma indebolisce anche lo standing dell’Italia e dei suoi cittadini sul piano internazionale. Ma così vuole l’impostazione ideologica di questo governo a trazione sovranista, che vede negli uomini forti dei partner da blandire a prescindere. Prima gli egiziani?

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