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Chi è Nabih Berri, volto dell'immobilismo del Libano

Il presidente del Parlamento conserva la sua carica da oltre 20 anni e il paese resta ostaggio delle stesse famiglie che da decenni dominano la scena politica

26 Maggio 2018 alle 06:19

Chi è Nabih Berri, volto dell'immobilismo del Libano

Nabih Berri (foto LaPresse)

Il Parlamento è nuovo, e questo è già un risultato, visto che le elezioni di poche settimane fa in Libano sono state le prime in nove anni. Chi non è cambiato e non cambia da oltre due decenni è il presidente dell’Assemblea. Nabih Berri, 80 anni, leader del partito sciita Amal è l'alleato principale di Hezbollah dalla fine della guerra civile, nel 1990. Lo hanno votato 98 dei 128 nuovi deputati, e neppure per un istante nel piccolo paese c’è stato il dubbio su chi avrebbe ricoperto quella carica.

 

Gli accordi di Tāʾif che hanno dato forma all’ordine politico libanese dopo la guerra civile prevedono che il presidente della Repubblica sia un cristiano, il premier un musulmano e lo speaker del Parlamento uno sciita. Così, da decenni, da quando la guerra si è chiusa, la scelta ricade sempre su di lui, successore di quell’imam Musa al Sadr, fondatore di Amal, che scomparve in Libia alla fine degli anni Settanta.

 

Nel voto del 6 maggio, Hezbollah, il partito armato sciita sostenuto dall’Iran e sostenitore del regime di Bashar el Assad in Siria, ha ottenuto un successo massiccio assieme ai suoi alleati – tra cui Amal e il movimento del presidente cristiano Michel Aoun – conquistando 70 seggi in Parlamento. Avrebbe potuto rivendicare la posizione di presidente di quell’Assemblea, ma Nabih Berri si è costruito negli anni la reputazione di mediatore tra le parti, che tranquillizza anche una comunità internazionale spaventata dall'ascesa di Hezbollah e dal radicamento del movimento nei ranghi della politica tradizionale. Conoscendo a perfezione i meccanismi dell’istituzione, Berri ha però anche saputo, come molti altri politici libanesi, capitalizzare sugli interminabili stalli politici e burocratici degli ultimi dieci anni in Libano (ci sono voluti 29 mesi al Parlamento libanese per eleggere finalmente a ottobre 2016 il presidente della Repubblica).

 

Lo speaker del Parlamento che non molla è la perfetta sintesi della politica libanese, che si rinnova senza che cambi nulla. Benché per la prima volta decine di liste civiche e nuovi giovani politici e attivisti si siano candidati al voto di inizio maggio, la maggior parte dei seggi è stata conquistata dai rampolli delle famiglie che da decenni dominano la scena politica libanese: i Gemayel, gli Aoun, gli Hariri, i Tueni per citarne soltanto alcuni.

 

I movimenti della società civile sono da anni in agitazione contro la passività di un governo che non fornisce i più basilari servizi alla popolazione – dalla distribuzione costante di corrente elettrica allo smaltimento dei rifiuti. Nabih Berri rappresenta per la nuova generazione il simbolo di quella passività, l’emblema di un Libano che non cambia, che resta impantanato in un eterno passato di politiche settarie e di gestione nepotistica e familiare dello stato. Il suo Parlamento, che si è riunito mercoledì scorso per la prima volta dal voto, ha iniziato venerdì le consultazioni con il presidente della Repubblica per la nomina del primo ministro. Anche su questo nome, i dubbi sono pochi: la scelta dovrebbe ricadere ancora una volta su Saad Hariri, figlio di Rafiq, il premier ucciso il 14 febbraio 2005 da un’autobomba sul lungomare di Beirut.

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