Il rischio di chi si fa confondere dai sentimenti su Gaza e Israele

Giuliano Ferrara

Il senso politico del tiepido appello firmato da persone stimabili come Anna Foa e Wlodek Goldkorn, fra gli altri, è purtroppo nudo e crudo: né con Netanyahu né con Hamas. Le motivazioni, trattandosi di persone che non hanno venduto il cervello all’ammasso dell’odio per il “colonialismo” o “l’apartheid” israeliano, sono evidentemente sentimentali. Lo spettacolo di un esercito regolare che tira su civili ai confini tra uno stato che ha la sua forza, la sua opulenza, la sua grinta, e una striscia di terra popolata dai fantasmi, donne vecchi bambini giovani, dove terrore fame disperazione sono legge del quotidiano, è in sé ributtante. Prova un sentimento di sconforto davanti agli eventi e alle vittime anche chi diffida delle retoriche pseudodavidiche, la fionda contro il Goliath, i miserabili che hanno sempre ragione per la loro vulnerabilità intrinseca, anche chi giudica matura la decisione americana di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme capitale d’Israele, in esecuzione di un impegno del Congresso che risale a molti anni fa, sebbene le cerimonie mondane per una targa ufficiale avessero qualcosa di stucchevole e di aspramente intollerabile, data la situazione, e davvero sarebbe stata preferibile l’asciuttezza del fatto al posto della versione colorita del taglio del nastro. Questo sentimento, spero lo si possa riconoscere in ragione della comune umanità, non ha niente di disdicevole, e non va confuso con la tronfia e ideologica sicumera “de sinistra” di un Massimo D’Alema, politico fallito e in cerca di riconoscimento ideologico che mette la politicuzza al posto della pietà, lui, notorio partigiano di Hezbollah e di un filopalestinesimo ideologico contraffatto.

 

Ma i sentimenti sono la forza del cuore, le cui ragioni non si possono disconoscere, e la debolezza della ragione, che è la sola risorsa possibile per le grandi questioni politiche di vita o di morte, per popoli individui e stati o comunità. Giulio Meotti ha mille volte, e anche qui, raccontato che cos’è un confine come quello di Gaza, mettendosi dal punto di vista di una comunità minacciata dal nichilismo e dal propagandismo terrorista, dalla esplicita volontà di annientare, e con la massima brutalità, chi ha diritto a vivere in pace e sicurezza nel focolare nazionale degli ebrei, persone e non princìpi astratti. Yossi Klein Halevi nel Corriere ha parlato con amarezza e rassegnazione politica del ciclo di negazione di cui sono prigionieri gli attori del conflitto, senza nascondere la circostanza decisiva: la negazione storica dirimente è quella che investe in pieno, in una logica di vita o di morte, lo stato di Israele, i suoi confini, le sue case, le sue città, le sue anime, i suoi corpi, la sua democrazia, il suo sforzo eroico di costituirsi come estremo baluardo di un sogno millenario e di un progetto politico moderno legittimato anche dalla comunità internazionale all’atto della nascita di quel paese. La fionda contro il cecchino eccita il sentimento, confonde le cose, rovescia gli istinti di protezione e la stessa saggezza del giudizio, ma l’assedio tenace e annientatore di un esperimento di storia e di vita, di libertà e di indipendenza, di rifugio e di autodifesa, quello chiama in causa la ragione o, se vogliamo essere meno monumentali, una ragione.

 

Chi se ne fotte del Sionismo, chi non crede che Israele sia un diritto convalidato dalla storia e dalla più inaudita catastrofe, quali che siano state le sofferenze patite da una parte e dall’altra della storia stessa, ha tutto lo sporco diritto di credere che Gaza è un simbolo di resistenza e Israele di repressione. Chi ha l’esistenza e la pace di Israele incardinate nella ragione, e forse anche nel cuore, non ha il diritto di cedere al sentimentalismo univoco e sospetto, e di dichiararsi, quanto a conseguenze politiche, né con Netanyahu né con Hamas. E’ peggio che un delitto, è un errore. Di cui sono gli israeliani, e anche gli arabo-palestinesi disperati, a sopportare le vere conseguenze.

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