Si protesta ancora in Armenia, c’è un leader di piazza e Mosca si spazientisce

Micol Flammini

Roma. “Armenia, la Russia è sempre con te!”, aveva detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zacharova. Un’esclamazione forte, a metà tra l’esortazione e la minaccia, pronunciata lunedì scorso, il giorno delle dimissioni del primo ministro Serzh Sargsyan. Fino ad allora, Mosca ha trattato la crisi armena con insolita discrezione, il Cremlino ha lodato l’ordine e la disciplina dei manifestanti, “motivo di grande orgoglio e soddisfazione”, ha detto il portavoce di Putin. Dmitri Peskov ha anche assicurato che Mosca non ha intenzione di intervenire perché quello che sta animando le strade di Erevan è un mero “affare di politica interna” e ha escluso qualsiasi parallelismo con quanto è avvenuto in Ucraina nel 2014. Ma le manifestazioni, nate per contestare la nomina di Serzh Sargsyan a primo ministro, continuano. La piazza ha ottenuto molto: sono stati rilasciati i leader dell’opposizione, la polizia si è unita ai manifestanti, l’uomo che aveva dominato la politica armena negli ultimi dieci anni si è dimesso. Nonostante il presidente Armen Sarkissian abbia indetto per il primo maggio una sessione speciale del Parlamento per eleggere un nuovo premier, la piazza vuole ancora qualcosa.

    

Mercoledì Vladimir Putin ha fatto la sua prima telefonata dall’inizio delle proteste al presidente armeno e, secondo Tim Ash, analista del BlueBay Asset Management intervistato dal Financial Times, avrebbe pronunciato le parole che alcuni aspettavano e altri temevano: “Una rivoluzione colorata non sarà tollerata”. E così, secondo l’agenzia russa Interfax il vice premier e il ministro degli Esteri da Erevan sarebbero volati a Mosca per dei colloqui con il Cremlino. A spaventare la Russia è il personaggio che è stato eletto a protagonista della rivolta armena: Nikol Pashinyan. Il leader del partito Yelk è il candidato alla carica di primo ministro dell’opposizione. Berretto in testa, t-shirt mimetica, scarpe Adidas ai piedi, barba folta e capelli scuri, Pashinyan ha i tipici lineamenti caucasici. Non piace a Mosca e Mosca non piace a lui, sin da quando nel 2011 la Russia decise di vendere le armi agli azeri. Quelle stesse armi, che l’Azerbaigian pagò l’equivalente in rubli di 5 miliardi di dollari, vennero utilizzate da Baku per combattere contro gli armeni nel Nagorno Karabakh, la terra contesa al confine tra le due nazioni.

     


Nikol Pashinyan


  

Il Cremlino naturalmente ha il suo candidato: Karen Karapetyan che da martedì ha assunto la carica di primo ministro ad interim. E’ stato vice presidente della Gazprom bank e poi ceo di Gazprom Armenia, il Cremlino lo conosce bene, si fida. Sa che con lui i sentimenti armeni filorussi non verrebbero scalfiti. Pashinyan invece vorrebbe condurre Erevan fuori dall’Unione economica euroasiatica guidata da Mosca e dal Csto, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva che fa sempre capo a Mosca. Il leader di Yelk ha detto che il primo maggio dovrà essere eletto “un primo ministro del popolo” e in quanto vero leader delle proteste si riferiva probabilmente a se stesso e la possibilità di vederlo diventare premier non è una fumosa fantasia. Il Partito repubblicano dell’ex presidente Serzh Sargsyan e del favorito del Cremlino Karen Karapetyan sta perdendo i suoi alleati.

 

L’Arf, la Federazione rivoluzionaria armena, un partito socialista alleato dei repubblicani, ha lasciato la maggioranza e durante le proteste si è schierato dalla parte dei manifestanti. I liberali di Armenia prosperosa, il secondo gruppo parlamentare, hanno fatto la stessa cosa. Pashinyan è convinto che in Parlamento questi partiti voteranno compatti per lui, ma anche in questo caso non avrebbe la maggioranza necessaria. Solo il tradimento, possibile, di almeno sei deputati del Partito repubblicano coronerebbe il suo sogno.

  

E la Russia? Per ora osserva, telefona e non interviene. L’attendismo potrebbe essere una nuova strategia del quarto mandato di Putin che ovviamente non ama le rivoluzioni colorate. Oppure a rendere diverse queste proteste in uno stato ex sovietico è proprio la natura del suo popolo attento e della sua classe dirigente. Filorussa sì, ma da sempre attenta a non eccedere.

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