La guerra interna contro il falco Trump, che bastona il “folle” deal con l’Iran

Mattia Ferraresi

New York. All’ultimo minuto il senatore libertario Rand Paul ha deciso di dare il suo voto favorevole, nella commissione Esteri, alla nomina di Mike Pompeo a segretario di stato, dopo la severa ostilità mostrata durante le interrogazioni al Congresso. Certo, la dichiarazione di voto favorevole di tre senatori democratici aveva reso numericamente superfluo il suo appoggio, ma il segnale politico era comunque importante: l’ultima volta che un membro dell’Amministrazione è stato confermato contro il parere della commissione pertinente, in questo caso quella per le Relazioni estere, era il 1945, negli ultimi mesi dell’Amministrazione Roosevelt. Paul era contrario alla scelta di Pompeo perché “non penso che la sua nomina esprima le richieste dei milioni di americani che hanno votato per Trump”, come ha detto al Congresso, articolando i suoi timori di isolazionista di una svolta aggressiva nella politica estera americana, dopo tante promesse di disimpegno, smilitarizzazione e altre declinazioni della filosofia “America First”.

 

Si è mosso direttamente Donald Trump per far cambiare idea a Paul. Dopo una serie di telefonate dallo Studio Ovale il senatore del Kentucky ha annunciato il sostegno a Pompeo, spiegando di avere ricevuto dal presidente garanzie sulla linea politica: “Dopo aver chiesto per settimane a Pompeo di sottoscrivere la convinzione del presidente Trump che la guerra in Iraq sia stata un errore, e che è tempo di ritirarsi dall’Afghanistan, ho ricevuto conferma che Pompeo è d’accordo con Trump”. Il presidente, ha continuato Paul in una serie di tweet che con perizia annotano il contenuto delle conversazioni con Trump – quasi volesse fissare la presa di posizione prima del prossimo ripensamento – “che la guerra in Iraq sia stata un grave errore, che il regime change abbia destabilizzato la regione e che dobbiamo mettere fine al nostro coinvolgimento in Afghanistan”.

 

Il libertario Paul è un maestro di polemiche di principio e battaglie contrarian, non passa sessione legislativa senza che abbia messo in scena qualche sit in notturno o altre forme di ostruzionismo parlamentare, ma alle volte il suo sbraitare colpisce il bersaglio. La resistenza a Pompeo è infatti l’epifenomeno di una campagna più ampia contro la presunta svolta aggressiva e falca dell’apparato della politica estera americana, che in poche settimane s’è trovato senza il prudente Rex Tillerson e il navigato H.R. McMaster, rimpiazzati dal rapace John Bolton e dal quel Pompeo che giudica l’Iran il cuore di buona parte dei problemi del mondo, mentre dal presidente arrivava l’ordine di attaccare le basi siriane. E’ stata un’azione circoscritta, ma Paul e le truppe pacifiche dell’“America First”, ormai scettiche sulle credenziali ritiriste del presidente, l’hanno letta come un’avvisaglia della svolta che verrà.

 

Bolton sta modellando il consiglio per la sicurezza nazionale a sua immagine, e dopo una rapida epurazione dei moderati ha nominato come suo secondo Mira Ricardel, funzionario fra i più aggressivi in circolazione, cosa che sancisce il conflitto in campo aperto con il segretario della Difesa, James Mattis. Pompeo in questo momento è il volto della missione diplomatica in Corea del nord, mossa assai gradita a chi non ha mai digerito la retorica dell’asse del male e degli stati canaglia, ma l’animosità verso l’accordo nucleare con l’Iran è nota. E ieri, durante la visita di stato di Emmanuel Macron, arrivato a Washington anche (e soprattutto) per convincere gli americani a non stracciare l’accordo, Trump ha ribadito che il deal è “folle” e “ridicolo”, e “non avrebbe mai dovuto essere siglato”. Un altro indizio che la ritrosia di Paul è figlia di ragioni valide.

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