Escalation di accuse tra Trump e i russi prima dell'intervento punitivo in Siria

Daniele Raineri

A metà marzo il capo di stato maggiore russo Valery Gerasimov aveva avvertito che la Russia avrebbe abbattuto i missili americani e bombardato i siti di lancio se il governo americano avesse deciso di colpire la Siria come punizione per gli attacchi chimici. Ieri mattina la minaccia è stata ripetuta dall’ambasciatore russo in Libano, Alexander Zasypkin, durante un’intervista con la rete tv al Manar vicina al gruppo Hezbollah: “Abbatteremo i missili e bombarderemo anche i siti di lancio. Quindi dovremmo evitare lo scontro, negoziamo”. A dispetto dell’offerta finale di conciliazione con Washington, la prima parte della sua dichiarazione rilanciata dai media russi è suonata molto impressionante considerato che i missili americani partono dalle navi in navigazione nel Mediterraneo. Il governo russo stava minacciando di rispondere a una ritorsione internazionale contro la Siria con l’affondamento di unità americane.

 

Quando qualche ora dopo il presidente americano Donald Trump si è svegliato ha risposto con questo tweet: "La Russia promette di abbattere tutti i missili sparati contro la Siria. Preparati Russia, perché arriveranno, belli e nuovi e "intelligenti!" Non dovresti essere partner di un Animale che usa il gas per ammazzare, uno che uccide la sua gente e si diverte a farlo!

  

 

Mezz’ora dopo ha scritto un secondo tweet molto meno bellicoso in cui dice alla Russia che dovrebbe piuttosto occuparsi dei propri guai economici e che avrebbe bisogno dell’America per risolverli. “Stop alla corsa alle armi!”, scrive.

 

 

Il governo russo ha risposto con la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che sbatte in faccia a Trump i pilastri già ben noti della posizione russa: quello siriano è “un governo legittimo” che combatte il terrorismo internazionale, quindi i missili intelligenti dell’America non dovrebbero essere sparati contro di esso. La Zakharova inoltre insinua che gli americani vogliano bombardare “per cancellare le prove dell’attacco con armi chimiche a Duma” – che sabato scorso ha fatto almeno cinquanta morti – prima dell’arrivo degli ispettori internazionali. E’ un’insinuazione senza senso se si considera che fino a ieri la posizione ufficiale del governo russo era che non c’è stato alcun attacco con armi chimiche a Duma, come avrebbero verificato i loro militari che sono andati sul posto – secondo la loro versione. Che però è diversa dalla posizione dell’altro grande paese sponsor di Assad, l’Iran, che afferma che l’attacco chimico c’è stato ma che è una provocazione organizzata dai ribelli. Inoltre non si capisce perché i missili americani dovrebbero colpire proprio Duma, il luogo della strage di civili, che è da giorni soltanto un luogo di rovine deserte. Però agitare l’idea di un complotto funziona sempre con l’opinione pubblica.

 

Per quanto la situazione in Siria sia imprevedibile, è difficile che russi, iraniani e siriani vogliano rischiare la posizione di vantaggio ormai consolidata in Siria con un’escalation militare contro l’America, i francesi, i sauditi e forse anche gli inglesi. Questo confronto è più simile a una sfida fra bluff. Gli americani negli anni passati avevano promesso una reazione dura in risposta all’uso di armi chimiche, ma non vedono l’utilità di impegnarsi nella guerra civile siriana. Il raid singolo dell’aprile 2017 è stato letto evidentemente da russi e siriani come una prova di debolezza e non ha inibito gli attacchi chimici. Dall’altra parte, è difficile pensare che la Russia, che non è più l’Unione sovietica e ha un pil pro capite inferiore al Portogallo, l’Iran con i disordini in casa per l’economia che va male e la Siria all’ottavo anno di conflitto civile desiderino un conflitto internazionale. E’ possibile che sia in arrivo da parte dell’America soltanto una versione più robusta della bordata di missili dell’anno scorso, ma ogni previsione in Siria rischia di spezzarsi contro gli avvenimenti.

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