La visita del 2009 di Barack Obama in Giappone. Sul suo inchino (considerato eccessivo) davanti all'Imperatore Akihito e all'imperatrice Michiko si è parlato molto (foto LaPresse)

Che cosa c'è dietro alla visita di Obama a Hiroshima

Giulia Pompili
Barack Obama sarà il primo presidente americano a visitare il memoriale della città di Hiroshima, a quasi settantuno anni dalla prima Bomba atomica sganciata il 6 agosto dall'Enola Gay, il bombardiere pilotato dal colonnello statunitense Paul Tibbets.
Barack Obama sarà il primo presidente americano a visitare il memoriale della città di Hiroshima, a quasi settantuno anni dalla prima Bomba atomica sganciata il 6 agosto dall'Enola Gay, il bombardiere pilotato dal colonnello statunitense Paul Tibbets. Lo ha annunciato oggi la Casa Bianca, spiegando che la visita avverrà il 27 maggio prossimo, durante il viaggio di Obama in Giappone in occasione del G7. A Hiroshima c'erano già stati Richard Nixon e Jimmy Carter, ma non da presidenti. La conferma di Washington arriva un mese dopo la visita del segretario di stato John Kerry nella città di Hiroshima, divenuto nel corso di settant'anni un luogo simbolo della distruzione nucleare. La visita di Obama non era così scontata. Per mesi si sono rincorse le voci su una sua possibile presenza al Memoriale, ma la Casa Bianca non aveva mai confermato, e c'è da credere che l'incertezza non fosse soltanto dovuta a una questione di "programma serrato", ma anche di opportunità. La presenza di Obama di fronte al Cenotafio del memoriale, dove sono incisi i nomi delle vittime, è l'ultimo passo di una strategia fatta di tentativi di chiusure con il passato e il superamento di eredità ingombranti. Ben Rhodes, viceconsigliere per la Sicurezza nazionale dell'Amministrazione, l'uomo dietro l'altra storica visita del presidente a Cuba, ha specificato ieri che Obama non cambierà idea sulla decisione che portò l'America a colpire il Giappone con la Bomba, e non offrirà scuse formali – le scuse portano con sé l'ammissione di un crimine, e quindi la richiesta di un risarcimento. La presenza di Obama, secondo la Casa Bianca, rappresenta la volontà dell'Amministrazione di mostrare al mondo in modo significativo la tragedia di una guerra nucleare, nel pieno rispetto del discorso di accettazione del Nobel per la Pace per un mondo "senza nucleare".

 

Superare il passato, appunto. Quando Shinzo Abe, l'attuale primo ministro giapponese, pronunciò il discorso per i settant'anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, parlò esattamente di questo: "Non dobbiamo costringere le future generazioni, che non hanno niente a che fare con la guerra, a scusarsi ogni anno per qualcosa che non hanno commesso", disse Abe, provocando le reazioni indignate di Cina e Corea del sud, che ogni anno aspettano le scuse di stato per i crimini commessi dal Giappone imperiale. Nei paesi asiatici nulla è più importante della Storia, dei libri di Storia, dell'interpretazione della Storia. Questo Obama dovrebbe saperlo. Sulla straordinaria capacità di resilienza del Giappone post Hiroshima e Nagasaki sono stati scritti centinaia di libri, ma interessante è il risvolto politico che oggi assume Washington nei confronti di Tokyo. Nella politica giapponese, sono i conservatori del Partito liberal democratico di Abe - quelli più vicini al nazionalismo e all'eredità del Giappone imperiale – a sostenere una sempre più forte amicizia con l'America. Nonostante le Bombe. I partiti di centrosinistra, invece, vorrebbero una definitiva liberazione dal protettorato statunitense (basti pensare che a difendere i cittadini di Okinawa, ancora oggi vessati dalla presenza militare americana è rimasto solo lo sparuto Partito comunista). Ma questa visita potrebbe rimescolare le carte, mostrando un presidente chino di fronte alla famosa incisione: "Possano tutte le anime riposare in pace affinché non ripetiamo lo stesso errore" – e in giapponese il soggetto che compì l'azione è lasciato impersonale, perché la retorica post-bellica raccontò ai giapponesi che fu la guerra a provocare la tragedia, non gli uomini.

 

L'America di Obama ha puntato su un pivot asiatico che ha funzionato con il Vietnam, con le Filippine, e forse solo tra altri settant'anni capiremo se ha funzionato anche con il Giappone. Il presidente ha cercato di rendere indipendente Tokyo, appoggiando la riforma della Costituzione pacifista – quella che dal 1945 impedisce al Giappone di avere un esercito – fiancheggiando l'alleato strategico in tutti i dissidi con i vicini. E c'è di sicuro un'opportunità fotografica, nell'essere il primo presidente a essere stato ripreso a Cuba, e poi nel luogo della morte per eccellenza. Ma ci sono molte considerazioni politiche, e dolori ancora da guarire, a Hiroshima. Una conversazione riservata tra il segretario di Stato Hillary Clinton e il viceministro degli Esteri giapponese Mitoji Yabunaka, datata settembre del 2009 e pubblicata da poco da Wikileaks, dimostra che perfino il Giappone sconsigliava al presidente Obama di recarsi a Hiroshima. Il rischio è quello di deteriorare i rapporti tra Washington e i giapponesi, in attesa di novembre. 

 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.