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Hope vs Maga. La guerra dei palazzi tra Washington e Chicago
Barack Obama sfida Trump nel suo gioco preferito: un monumento a se stesso. L’Obama Presidential Center, dedicato alle arti, allo studio e allo sport, è dominato da un gigantesco palazzone già ribattezzato “Obamalisk”
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11 MAY 26

La realizzazione dell’Obama Presidential Center, costata 800 milioni di dollari, ha richiesto dieci anni. L’inaugurazione è prevista per giugno (foto LaPresse)
E’uno scontro tra due giganteschi brand politici che fa impallidire quelli che l’hanno preceduto nel mondo commerciale. Altro che Apple contro Microsoft, Nike contro Adidas o McDonald’s contro Burger King. I due marchi che si confrontano in queste settimane in America sono quelli che da anni dominano la vita politica degli Stati Uniti. “Hope” contro “Maga”. “Yes We Can” contro “America First”. Barack Obama contro Donald Trump. Visto che la resa dei conti tra obamiani e trumpiani non poteva passare per le urne, è arrivato il momento di sfidarsi sul piano dell’immagine, con Obama che va all’attacco su un terreno su cui Trump si sente il maestro assoluto: il real estate. Metri quadri, cantieri e cemento, gli ingredienti che hanno fatto il successo di The Donald e continuano a essere al centro dei suoi pensieri.
Il presidente-immobiliarista brandizza e stravolge Washington, demolendo la Casa Bianca? Dipinge di blu la lunga vasca davanti al memoriale di Lincoln? Minaccia la costruzione di un gigantesco arco di trionfo dedicato a sé stesso? E allora adesso Obama risponde da Chicago, la metropoli-roccaforte del pensiero anti-Maga. In vista dell’inaugurazione vera e propria a giugno, sono iniziate le prime visite guidate all’Obama Presidential Center, un campus che occupa otto ettari nel Jackson Park, un parco nel South Side di Chicago. Un complesso da 800 milioni di dollari che ha richiesto dieci anni tra progettazione e realizzazione. Un’area dedicata alle arti, allo studio e allo sport, dominata da un gigantesco palazzone di granito che ricorda un obelisco in stile brutalista, che i locali hanno già ribattezzato “Obamalisk”. Un monumento di Obama a sé stesso che da molti punti di vista sembra vagamente “trumpiano”.
Ovviamente la narrazione che ne fa l’ex presidente è completamente diversa. Il suo Presidential Center rientra innanzitutto in una tradizione americana che risale ai tempi di Franklin Delano Roosevelt: quella di costruire delle library, grandi biblioteche presidenziali che raccolgono tutti i documenti dei presidenti per metterli a disposizione degli studiosi e del grande pubblico. Obama ha voluto fare qualcosa di diverso, ha costruito un centro dove la documentazione dei suoi anni da presidente ha un ruolo secondario, anche perché è stata tutta digitalizzata e non richiede una struttura da biblioteca tradizionale. Insieme all’ex First Lady Michelle, l’ex presidente ha invece scelto di creare un campus dedicato, nelle sue intenzioni, al movimento che è nato intorno alla sua esperienza politica. Gli spazi espositivi, le aree per lo sport, i percorsi immersi nel verde, i ristoranti, gli auditorium, la sezione locale della biblioteca pubblica, la ricostruzione visitabile dello Studio Ovale, secondo Obama sono tutti destinati a educare e motivare le prossime generazioni, non a celebrare i suoi due mandati presidenziali. “E’ il mio regalo al South Side”, ha raccontato, tornando con la mente agli anni in cui si muoveva come sconosciuto “organizzatore di comunità” nella zona sud della metropoli sul Lago Michigan, la parte più difficile della città. La stessa che ha dato i natali a Robert Prevost, futuro Papa Leone XIV.
Una tradizione americana che risale ai tempi di Roosevelt: costruire grandi biblioteche presidenziali a disposizione degli studiosi e del grande pubblico
Se Trump trasforma Washington in capitale Maga, Obama risponde con la sua proposta di una cittadella Hope. Un luogo ricco di ispirazioni e innovazioni disegnato dallo studio d’architettura newyorchese Tod Williams Billie Tsien Architects (Twbta), che ha battuto altri sei sfidanti internazionali, tra cui lo studio di Renzo Piano. Trenta artisti sono stati incaricati di creare opere che sorgono in varie aree del campus: tra loro Mark Bradford, Jeffrey Gibson, Jenny Holzer e Kiki Smith. Sul lato nord dell’“Obamalisk”, Julie Mehretu ha creato un’installazione in vetro e acciaio che riproduce le parole del celebre discorso dell’ex presidente in occasione del cinquantesimo anniversario della marcia per i diritti civili a Selma, in Alabama. Tre piani del muro interno dell’edificio sono invece coperti da un murales di Bradford, “City of the Big Shoulders”, dedicato all’evoluzione di Chicago. Obama da giorni ha cominciato a presentare il campus sui social e Hollywood si è già mobilitata per aiutarlo. Il primo testimonial dell’Obama Center è l’attore Mark Hamill, che ha messo a disposizione dell’ex presidente tutto il peso del suo storico ruolo come Luke Skywalker in “Guerre Stellari”.
Creare e sviluppare una biblioteca presidenziale è il classico impiego da “pensionati” che attende gli ex presidenti, insieme alla scrittura di libri di memorie e alla partecipazione a conferenze ed eventi pubblici. Roosevelt fu il primo a sentirne il bisogno alla fine degli anni Trenta, quando era in corso il secondo dei suoi quattro mandati (dopo di lui fu cambiata la costituzione, per vietare ai presidenti di essere eletti più di due volte). La Casa Bianca rooseveltiana era un centro di produzione di un’enorme mole di documenti, negli anni del New Deal, e nel 1939 fu creato il sistema federale delle library presidenziali, con il conseguente obbligo da quel momento in poi per le amministrazioni di conservare tutti i documenti e lasciarli poi in dono agli studiosi. In precedenza, quelle dei presidenti erano considerate carte private e chi lasciava la Casa Bianca le portava con sé. Spesso venivano distrutte, altrettanto spesso finivano per essere rivendute da funzionari del governo e quasi sempre l’accesso agli archivi degli ex presidenti richiedeva anni, se non decenni.
Il sistema fu poi migliorato e istituzionalizzato con il Presidential Library Act del 1955, durante l’amministrazione Eisenhower. Ronald Reagan introdusse una novità nel 1986 con una legge che richiedeva che i finanziamenti per costruire le biblioteche presidenziali fossero trovati presso i privati, con la creazione di fondazioni. Agli archivisti federali restava però il totale controllo delle carte e la supervisione sulla loro pubblicazione e sulla messa a disposizione per gli storici.
E’ sempre con Reagan, grazie al suo istinto di grande comunicatore, che si superò il concetto di semplice “biblioteca” per cominciare a creare dei centri presidenziali carichi di memorie e costruiti più come musei interattivi aperti al grande pubblico. Il ranch di Simi Valley dove è sepolto Reagan, a una sessantina di chilometri a nord-ovest di Los Angeles, è diventato da allora l’esempio a cui ispirarsi per costruire questi spazi di memorie presidenziali. Il ranch nel quale l’ex attore amava trascorrere i momenti di riposo è stato trasformato in un luogo hollywoodiano, visitato ogni anno da mezzo milione di persone. In un gigantesco atrio costruito a fianco dell’edificio principale sono ospitati e visitabili tra l’altro l’Air Force One originale su cui volava Reagan, la sua limousine, l’elicottero presidenziale Marine One, la ricostruzione dello Studio Ovale. Ma anche un caccia F-14 Tomcat e un carro armato M1 Abrams, che ricordano gli anni del confronto con l’Unione Sovietica. L’Urss, l’“impero del male”, il grande nemico che Reagan contribuì a far cadere, è una presenza costante nel museo, per esempio con una ricostruzione fedele del Checkpoint Charlie a Berlino e una sala dedicata al celebre discorso che il presidente pronunciò di fronte alla Porta di Brandeburgo: “Mister Gorbaciov, abbatta questo muro!”. E il punto di arrivo della visita a Simi Valley è la tomba di Reagan, rivolta verso il sole che tramonta sul Pacifico e affiancata proprio da un pezzo di quel Muro.
Se a far compagnia a Reagan è un pezzo del Muro di Berlino, la presidenza di Bush viene raccontata con un pezzo d’acciaio delle Torri Gemelle
Anche Bill Clinton ha fatto qualcosa di simile con la sua biblioteca presidenziale a Little Rock, in Arkansas, dove sono stati ricostruiti nei minimi dettagli tutti i principali spazi del potere esecutivo nella West Wing della Casa Bianca, accompagnati da una raccolta enorme di cimeli collezionati nel corso degli incontri e dei viaggi presidenziali. George W. Bush, il presidente dell’11 settembre 2001 e delle guerre in Afghanistan e Iraq, ha costruito a sua volta a Dallas un centro presidenziale che ha come filo conduttore il suo “decisionismo”, la scelta di condurre il paese nella lunga – e controversa – guerra al terrorismo. Se a far compagnia a Reagan è un pezzo del Muro di Berlino, a Dallas la presidenza di Bush viene raccontata con un pezzo d’acciaio contorto che proviene dalle rovine delle Torri Gemelle e con una teca che espone il megafono che il presidente usò per parlare ai pompieri e al mondo in piedi sulle macerie del World Trade Center. Ma spicca anche la pistola che fu sequestrata a Saddam Hussein, quando i militari americani lo catturarono mentre si nascondeva in un cunicolo in Iraq.
Obama ha scelto invece di non rappresentare la propria presidenza con cimeli bellici, neppure con oggetti sequestrati durante il blitz con cui la Delta Force, sotto il suo comando, rintracciò e uccise Osama bin Laden. Al Presidential Center di Chicago si può invece esplorare il merchandising elettorale con cui Obama ha cambiato profondamente la natura stessa delle campagne politiche, con l’onnipresente logo della “O” che sorge come un sole e con tutto l’armamentario che fu utilizzato per lanciare i due messaggi chiave dell’obamismo: “Hope” e “Yes We Can”.
Trump però è già andato oltre e nel suo secondo mandato sta brandizzando direttamente l’America, imponendo le cinque lettere del suo logo color oro su edifici e documenti federali. L’immagine del presidente domina sui palazzi che ospitano i ministeri, il nome “Trump” è stato aggiunto a quello di Kennedy sulle pareti del centro per le arti che è il cuore della vita culturale del paese e la Casa Bianca è un cantiere continuo: alle ristrutturazioni interne a colpi di oro e stucchi si aggiungono il rifacimento del celebre Rose Garden – trasformato in una specie di patio in stile villa di Mar-a-Lago in Florida – e la costruzione della mega sala da ballo di cui Trump parla in continuazione. Il culmine delle autocelebrazioni del presidente è atteso per il 4 luglio, in occasione dei festeggiamenti per i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. Trump sta preparando eventi e sorprese per quel giorno e ha deciso di ristrutturare anche la celebre, lunghissima “piscina” sul Mall tra il memoriale di Lincoln e l’obelisco di Washington, quella di fronte alla quale Martin Luther King pronunciò il suo discorso “I have a dream”: sta diventando qualcosa di diverso, tutta colorata di quello che Trump ha definito “blu bandiera”. Lì vicino dovrebbe presto sorgere un altro memoriale trumpiano con duecento statue di “eroi” americani, sulla cui scelta imperversano le polemiche, perché si va da George Washington a personaggi dello sport e presentatori televisivi.
A biblioteche e musei Trump ha detto di preferire un hotel, “nel cui atrio piazzeremo un Air Force One, un Boeing 747 presidenziale”
Ma il presidente in carica, che a giugno compie 80 anni e comincia a preoccuparsi di come sarà ricordato in futuro, sta già a sua volta ragionando anche sulla propria Presidential Library. L’inaugurazione di quella di Obama, il predecessore che più teme per la forza del suo brand politico, darà nuovo impeto al progetto di quello che sarà in futuro il luogo dove celebrare il decennio trumpiano. In linea con il personaggio, la scelta è caduta su un grattacielo da realizzare a Miami, dominato da una gigantesca scritta con il suo nome. “Non credo molto nell’idea di costruire biblioteche o musei – ha detto Trump – il concetto a cui stiamo lavorando è invece quello di un hotel, con sotto un bellissimo spazio espositivo nel cui atrio piazzeremo un Air Force One, un Boeing 747 presidenziale”.
Lo spazio prescelto è nel cuore di Miami, vicino alla Freedom Tower e sono già cominciate le polemiche e i ricorsi legali da parte di vari immobiliaristi locali che non lo vogliono e che ritengono illegale il processo seguito per assegnare lo spazio. Niente di nuovo quindi per Trump: è dagli anni Ottanta che passa la vita a presentare progetti di real estate, che molto spesso sono finiti nel niente o in tribunale.