Banche, tv, treni. C’è una Germania che soffre la “colonizzazione” dell’Italia? Oltre i migranti

L’espansione italiana in Germania. I tedeschi se ne sono accorti, noi no. Lezioni di realismo politico contro i sovranismi

25 AGO 26
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C’è una Germania che inizia a soffrire l’Italia? Chissà. C’è un’egemonia di cui si parla spesso, quando si parla di economia, in Italia, e quell’egemonia coincide con un argomento che negli anni è stato uno dei format preferiti dai sovranisti: ah, la Francia. Guardatela, dice il sovranista collettivo, la Francia, com’è aggressiva, quanto vuole entrare nella nostra economia, quanto vuole papparsi il nostro risparmio privato, quanto vuole prendersi le nostre banche, quanto vuole prendersi le nostre aziende, quanto vuole mettere il becco in affari che dovremmo avere il coraggio e la forza di tutelare. Negli ultimi mesi, però, l’Italia, che ha sempre diffidato della presenza eccessiva di partecipazioni legate ad aziende con i colori francesi, si è trovata in una situazione uguale e contraria: essere osservata dall’opinione pubblica di un altro paese con gli stessi occhi non a cuoricino riservati dagli italiani alle aziende francesi. Il caso specifico è quello che riguarda la Germania, dove da mesi l’Italia è sotto i riflettori su dossier diversi da quelli di cui si parla molto in questi giorni, che riguardano le varie scazzottate sui migranti, con Berlino che vuole usare il pugno duro con i famosi dublinanti arrivati dall’Italia e con l’Italia che vuole usare il pugno duro con le famose e poco collaborative ong nel Mediterraneo battenti bandiera tedesca.
Il caso più noto e più conflittuale, in cui l’Italia è finita sotto i riflettori, riguarda un terreno sul quale un’azienda del nostro paese ha ferito il nazionalismo tedesco su un tema particolare: le banche. La storia in questione è quella che riguarda la scalata di Unicredit a Commerzbank. Oggi, come sapete, la banca guidata da Andrea Orcel è arrivata al 49,65 per cento dei diritti di voto e, per quanto uno degli azionisti più importanti della banca, ovvero il governo, sia sulla carta ancora diffidente rispetto alla scalata, sarà molto difficile evitare lo scenario considerato infausto dalla politica tedesca. Ovverosia, una banca italiana che, ferendo il nazionalismo tedesco, compra una banca tedesca.
Il secondo caso, meno noto ma ugualmente interessante, riguarda il mondo delle televisioni. Mfe-MediaForEurope, il gruppo controllato dalla famiglia Berlusconi, ha conquistato il 75,61 per cento di ProSiebenSat.1, uno dei maggiori gruppi televisivi privati dell’area tedesca, attivo anche in Austria e Svizzera. Sommando i mercati di Mfe e ProSieben il gruppo raggiunge una popolazione potenziale di circa 210 milioni di persone. Un successo imprenditoriale italiano importante, ma un altro terreno su cui il patriottismo tedesco è stato messo sotto pressione. La terza storia, sempre su questo filone, riguarda uno degli imprenditori italiani più famosi del mondo: Aponte. Aponte è presente in Germania soprattutto attraverso Msc. Dal 2004 controlla con Eurogate il 50 per cento del terminal Msc Gate di Bremerhaven, con un accordo prorogato fino al 2048. Nel 2024 Msc ha acquisito il 49,9 per cento di Hhla, operatore del porto di Amburgo e della rete ferroviaria Metrans, impegnandosi a investire e a portarvi un milione di container all’anno dal 2031. Un’altra storia di un altro successo italiano in Germania, un altro piccolo tassello difficile da gestire per il patriottismo tedesco. A cui se ne potrebbe aggiungere un quarto che riguarda il mondo dei treni
Il dossier è quello che forse conoscete. Italo, dopo aver portato concorrenza in Italia, sta provando a portarla anche in Germania. E lo sta facendo preparando l’ingresso nell’alta velocità tedesca dal 2028, con un investimento previsto di 3,6 miliardi e circa trenta treni Siemens acquistati. Il progetto è sostenuto da Msc e dal fondo Gip e punta inizialmente sulle tratte Monaco-Berlino e Monaco-Dortmund, in un mercato in cui Deutsche Bahn controlla circa il 95 per cento del lungo raggio. Un altro possibile successo italiano in Germania, un altro caso di patriottismo tedesco potenzialmente ferito.
Il filo conduttore di queste storie, di queste partite che si intrecciano l’una con l’altra e che potrebbero spiegare una delle ragioni per cui la Germania negli ultimi mesi ha cercato modi teatrali per mostrare il pugno duro all’Italia, è evidente. Il primo punto: mentre l’Italia continua a rappresentarsi come una preda del capitale straniero, la Germania sta scoprendo che alcuni dei suoi punti nevralgici dipendono sempre più da investimenti, imprese e capacità manageriali italiane. I tedeschi se ne accorgono, gli italiani?
Il secondo punto: attraverso la “colonizzazione” della Germania – colonizzazione è il termine che avrebbe utilizzato l’Italia per definire operazioni legate a un singolo paese analoghe a quelle portate avanti dalle aziende italiane in Germania – forse potremmo avere qualche elemento in più per capire un dato che spesso sfugge all’opinione pubblica italiana: le eccellenze del nostro paese sono a volte percepite all’estero più di quanto lo siano in Italia. Grazie a ciò che le aziende italiane fanno in Germania dovrebbe esserci forse maggiore consapevolezza sul fatto che il sistema bancario italiano è un’eccellenza europea e questa consapevolezza dovrebbe suggerire un ragionamento ovvio: avere banche più forti è insieme la spia di un paese che funziona e la spia di un sistema creditizio che può aiutare le imprese a crescere (e non la spia della presenza di una mammella da cui tirare via latte). Grazie a ciò che le aziende italiane fanno in Germania dovrebbe esserci forse maggiore consapevolezza sul fatto che creare le condizioni per rendere più forti gli imprenditori, per consentire loro di crescere al punto da diventare dei giganti industriali, non è un capriccio della dottrina neoliberista, ma un elemento necessario per far sì che le imprese possano competere sempre di più su scala globale (se Meloni avesse dedicato alle imprese un decimo dell’attenzione dedicata al tema dei migranti forse l’Italia non sarebbe ostaggio di una crescita da prefisso telefonico). Grazie a ciò che le aziende italiane fanno in Germania dovremmo capire che la globalizzazione, che consente agli imprenditori italiani di diventare più grandi di quanto siano percepiti in Italia, è una fonte di opportunità, non una valle di sventure (e di conseguenza dovremmo capire che avere aziende sempre più europee è l’unico modo per avere più aziende più solide, più ricche, più competitive). Grazie a ciò che le aziende italiane stanno facendo in Germania dovrebbe esserci maggiore consapevolezza rispetto all’idea che rafforzare la concorrenza, in un paese, aiuta a generare innovazione e che l’innovazione aiuta a crescere, ad avere dimensioni globali, a essere più forti nel mondo, a creare più lavoro, più opportunità e anche salari migliori. Grazie a ciò che l’Italia, con i suoi imprenditori, riesce a fare in Germania, è possibile capire quello che spesso non riusciamo ad apprezzare rispetto a quello che l’Italia sa fare. Ma osservare ciò che sta succedendo in Germania con le imprese italiane è utile anche per ricordarci in futuro di maneggiare con attenzione la retorica sovranista. Se si considerano le aziende straniere, quelle francesi, come aziende predatorie, portatrici di interessi più grandi, non ci si dovrebbe stupire troppo che paesi stranieri possano trattare l’Italia come noi trattiamo la Francia, reagendo in modo scomposto quando il proprio patriottismo viene colpito.
L’espansione italiana in Germania, in questo senso, è sorprendente ed eccitante, ma offre lezioni di realismo politico che in futuro forse possono tornare utili anche all’Italia, per capire quando la difesa dell’interesse nazionale sia davvero necessaria e quando, invece, sia soltanto difesa del sovranismo. C’è una Germania che inizia a soffrire l’Italia? Forse, oltre ai migranti, c’è qualcosa di più, di utile, di istruttivo, di cruciale da mettere a fuoco per capire quanto la politica della chiusura produca tossine e quanto la politica dell’apertura crei semplicemente opportunità.