La strategia senza capo né coda sull'Ilva

Maria Carla Sicilia

L'unica certezza su Ilva è che Luigi Di Maio vuole chiudere la vertenza entro il 15 settembre, data in cui terminerà la gestione commissariale dell'acciaieria di Taranto. Ma nella conferenza stampa tenuta questa mattina per illustrare il parere non ancora pubblicato dell'Avvocatura dello stato sulla procedura di gara vinta da ArcelorMittal, Di Maio non ha dato risposte su come intende garantire la continuità produttiva dello stabilimento.

  

Come anticipato ieri, il ministro dello Sviluppo economico ha confermato che l'Avvocatura avrebbe riscontrato delle “criticità” aggiungendo che per il governo la procedura che ha consegnato Ilva a ArcelorMittal è “illegittima”. “Il delitto perfetto è stato commesso dallo stato – ha detto – non dal soggetto privato”. Ma oltre a gettare fango sull'esecutivo precedente, contestando la gestione della gara e della trattativa tra azienda e sindacati, Di Maio non ha chiarito molto altro. La gara resta infatti valida, anche se il ministro ha lasciato aperta la possibilità di annullarla. Per farlo, ha spiegato, “ci deve essere l'illegittimità dell'atto e la tutela dell'interesse pubblico concreto e attuale”. Soprattutto, invalidare il contratto significherebbe liquidare il gruppo siderurgico, che già da fine giugno avrebbe dovuto prendere possesso dell'acciaieria.  

  

Se sull'illegittimità il ministro non ha dubbi – “per noi c'è e c'è un eccesso di potere esercitato dal precedente governo” – resta più ambiguo l'aspetto della tutela dell'interesse pubblico, che riguarda due questioni: il piano ambientale, di cui Di Maio ha discusso nel pomeriggio con il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, pur essendo un capitolo chiuso della trattativa con ArcelorMittal, e l'accordo sugli esuberi. Continuare a tenere sospesa l'azienda vincitrice, che aspetta da oltre un anno di poter prendere possesso dello stabilimento, è probabilmente un modo per mettere pressione proprio sulle condizioni occupazionali che non sono ancora accettabili per i sindacati, con cui Di Maio condivide le richieste. L'altra possibilità per far saltare l'attuale accordo è quella di avere un nuovo pretendente per Ilva. Di Maio ha detto che, se ci fosse un'altra azienda interessata, annullerebbe la gara. In quello che sembra un invito a farsi avanti, il ministro ha spiegato che le imprese potrebbero sollevare delle obiezioni sullo slittamento della realizzazione del piano ambientale, che “è stato spostato durante la procedura al 2023, mentre chi ha partecipato all'inizio alla gara sapeva che il termine era il 2016”.

   

Dopo la conferenza stampa, ArcelorMittal ha confermato di essere “determinata nel voler acquistare l’Ilva" e ha rassicurato sul nodo occupazionale, dicendo di voler "agire da imprenditore responsabile nella speranza di ricevere supporto dal governo" per un'intesa rapida con i sindacati. 

 

Per il momento, insomma, tutto resta come prima ma con più confusione. Di Maio ha detto di non volere prorogare ulteriormente la gestione commissariale e dandosi questa scadenza esclude di tenere ancora in vita lo stabilimento con un intervento pubblico. Ma a meno che nelle prossime settimane non si presentino nuove offerte, non ci sono molte alternative all'ingresso di ArcelorMittal. E anche se per il gruppo siderurgico trovare una convergenza con i sindacati non è una condizione necessaria per entrare in Ilva, la trattativa, secondo il ministro, dovrà riprendere. “Secondo lei – chiede Marco Bentivogli della Fim al ministro – dovremmo negoziare e cercare un accordo con un'azienda che a suo parere ha vinto una gara in modo illegittimo?”. Insieme alla Fiom, anche la Fim chiede al governo di “assumersi le sue responsabilità” e dare risposte certe sul futuro del polo siderurgico più grande d'Europa, al centro di una strategia che non si capisce che direzione voglia prendere.

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